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Analisi dell’opera. Sostiene Pereira. Parte 2.

Premessa
Il presente lavoro si pone l’obiettivo di raccogliere, presentare e analizzare le principali voci della critica italiana e straniera a Sostiene Pereira (Antonio Tabucchi, Feltrinelli), dal momento della pubblicazione fino ai tempi più recenti. Si è infatti cercato di coprire l’intero arco temporale 1994-2016. La ricerca dei saggi è stata compiuta su vari supporti informatici (banche dati, riviste online, etc…), presso la biblioteca d’italianistica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, l’archivio periodici della biblioteca Sormani di Milano, la Bodleain Library dell’University of Oxford e la biblioteca della University College London, queste ultime due visitate tra ottobre e gennaio durante un progetto Erasmus svolto presso la Solent Southampton University (UK). L’elaborato è diviso in due parti, una di analisi dell’opera e l’altra di approfondimento di una selezione dei materiali della critica. In chiusura si trova un’appendice contenente un articolo sulla città di Lisbona pubblicato sul quotidiano online «Lettera 43» in occasione dei quattro anni dalla morte di Tabucchi.

2. Sintesi della trama
2.1 L’incontro tra Pereira e Monteiro Rossi
«Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava»(1). Il romanzo, ambientato a Lisbona nel luglio del 1938, si apre con la formula che gli dà il titolo e che si ripeterà più di dieci volte solo nel primo capitolo. Pereira, il protagonista, del quale conosciamo solo il cognome, è un giornalista vedovo, grasso e malato di cuore. Dopo essersi a lungo occupato di cronaca nera, passa a dirigere la pagina culturale del «Lisboa», un quotidiano del pomeriggio da poco fondato nella capitale portoghese, apolitico e indipendente. Il dottor Pereira è cattolico – «o almeno in quel momento si sentiva cattolico» (p. 8) – ma non crede nella resurrezione della carne. Vive in Rua da Saudade e, dopo la morte della moglie causata dalla tisi pochi anni prima, per superare forse il trauma della solitudine, ha l’abitudine di parlare con un ritratto di lei. La sua vita procede come una routine, con monotonia, tra la redazione culturale del giornale in Rua Rodrigo de Fonseca e il Café Orquidea, dove è solito ordinare limonate e omelette alle erbe aromatiche. Il Portogallo, nel 1938, è in pieno regime salazarista(2); Pereira è però indifferente alla vita politica, anzi sembra quasi indifferente alla vita in generale e si scopre affascinato dal pensiero della morte. Trovando su una rivista d’avanguardia un saggio su quel tema, tratto dalla tesi di un tal Francesco Monteiro Rossi, neolaureato in filosofia, Pereira annota prima alcune frasi e decide poi di contattare telefonicamente l’autore:

Pronto, disse Pereira, qui è il “Lisboa”. E la voce disse: sì? Bene, sostiene di aver detto Pereira, il “Lisboa” è un giornale di Lisbona, è nato qualche mese fa, non so se lei lo ha visto, siamo apolitici e indipendenti, però crediamo nell’anima, voglio dire che abbiamo tendenze cattoliche, e vorrei parlare con il signor Monteiro Rossi. Pereira sostiene che dall’altra parte ci fu un momento di silenzio e poi la voce disse che Monteiro Rossi era lui e che non è che pensasse troppo all’anima. (p. 9)

La conversazione con Monteiro Rossi imbarazza Pereira, ma i due si danno comunque appuntamento per la sera stessa in Praça de Alegria, dove il giovane è stato invitato a cantare una romanza napoletana, per discutere di una proposta di lavoro come collaboratore esterno della pagina culturale del «Lisboa». In una città che «puzza di morte» (p. 14), dove la polizia ha ucciso solo il giorno prima un carrettiere socialista, Pereira si ritrova all’interno di una festa salazarista, inizialmente timoroso e titubante, messo a disagio dalle circostanze. La musica – una sua passione fin da studente – comunque riesce a rilassarlo e in questo contesto conosce Monteiro Rossi, «un giovane alto e snello con una camicia chiara» (p. 21) la cui vista gli provoca una fitta al cuore: «Gli sembrò di riconoscersi in quel giovanotto, gli sembrò di ritrovare il se stesso dei tempi di Coimbra» (p. 21). Nel colloquio tra i due personaggi, il giovane, candidamente, ammette di aver in parte copiato la tesi di laurea e di non essere interessato alla morte, dopo tanti lutti familiari, ma di amare la vita. Tuttavia, pur di lavorare e guadagnare, accetta la collaborazione offerta da Pereira e ottiene anche un compenso: dovrà occuparsi di scrivere necrologi anticipati di grandi scrittori – nel gergo giornalistico, i “coccodrilli” – cosicché il «Lisboa» non si faccia trovare impreparato in caso di lutti improvvisi. Dopo aver accettato l’incarico, Monteiro Rossi viene raggiunto da Marta, la fidanzata, una ragazza «bellissima, chiara di carnagione, con gli occhi verdi e le braccia tornite» (p. 27) che scrive lettere commerciali per una ditta di importexport(3). Segue un breve dialogo in cui Pereira si dichiara disinteressato alla politica, soprattutto a causa del crescente fanatismo, mentre Marta espone i suoi ideali, in linea con quelli della Rivoluzione francese. Il dottor Pereira e Marta ballano insieme un valzer ma poi, contrariata dal clima della serata, Marta lascia soli i due uomini. Dalle battute del dialogo successivo veniamo a conoscenza di altri particolari sul personaggio di Monteiro Rossi: anche lui è diverso da Pereira, meno cattolico, «educato un po’ all’inglese, con una visione pragmatica della realtà» (p. 30). Punto sul vivo da una battuta del giovane, che pare considerarlo succube della direzione del giornale, Pereira lascia campo libero a Rossi per la stesura del primo articolo: non si tratterà quindi, come inizialmente suggerito di un “coccodrillo” su Georges Bernanos(4), ma di un elogio funebre di Federico García Lorca(5). Prima ancora di conoscere il lavoro di Rossi, Pereira esprime i suoi dubbi di fronte al ritratto della moglie: «Credevo che fosse molto sveglio, invece mi pare un po’ imbambolato» (p. 35); questi dubbi diventano realtà nel momento della lettura del testo, nel quale la morte del poeta spagnolo è denunciata come un barbaro assassinio.

Monteiro Rossi, mi permetta di essere franco con lei, il suo articolo è impubblicabile, davvero impubblicabile. Io non posso pubblicarlo, ma nessun giornale portoghese potrebbe pubblicarlo, [...] o lei è un incosciente o lei è un provocatore, e il giornalismo che si fa oggigiorno in Portogallo non prevede né incoscienti né provocatori, e questo è tutto. (pp. 37-38)

Tuttavia, Pereira prova pena per Monteiro Rossi, che per di più implora un altro pagamento: allora lo invita a pranzo e il giovane balbetta di aver scritto l’articolo su García Lorca seguendo le «ragioni del cuore» (p. 45), perché innamorato di Marta, e promette di poter fare di meglio agendo con il cervello. Pereira, combattuto tra un pensiero e un’azione che non combaciano, lo asseconda:

Pereira si alzò e gli tese la mano dicendogli arrivederci. Perché gli disse quelle cose mentre avrebbe voluto dirgli tutt’altro, mentre avrebbe voluto rimproverarlo, magari licenziarlo? Pereira non sa dirlo. […] È difficile avere una convinzione precisa quando si parla delle ragioni del cuore, sostiene Pereira. (p. 46)

Il “coccodrillo” che Monteiro Rossi invia in seguito a Pereira ha come oggetto la figura di Filippo Tommaso Marinetti(6), definito «un violento, […] nemico della democrazia, bellicoso e bellicista, [...] un uomo con pose arroganti, i baffi arricciati e la casacca da accademico piena di medaglie, […] un losco individuo, un guerrafondaio» (p. 51). In una lettera allegata, il giovane confessa di aver seguito nuovamente le ragioni del cuore e chiede un terzo anticipo; Pereira, invece di cestinare l’articolo, lo inserisce in una cartella che intitola “necrologi”, poi invia del denaro alla casella postale del giovane, che l’indomani si fa vivo telefonicamente da fuori Lisbona. Rossi afferma di avere dei problemi, ma di non poterne parlare; terminata la conversazione, un senso di inquietudine colpisce Pereira, che decide allora di andare a trovare il suo vecchio amico Silva, professore universitario di letteratura, alle terme di Buçaco a Coimbra. Prenderà il treno e starà fuori città per qualche giorno. Prima di pranzare al consueto Café Orquidea, scorge un recente assalto a una macelleria ebraica: la vetrina è in frantumi e la facciata è imbrattata di scritte, ma la polizia non interviene.

2.2 «Se loro avessero ragione, la mia vita non avrebbe senso»(7)
Giunto a Coimbra dal dottor Silva, Pereira incontra nel ristorante dell’albergo il direttore del suo giornale, in compagnia di una «signora bionda di mezza età» (p. 62): il direttore, quasi scocciato, non presta molto ascolto alle parole di Pereira riguardo all’assunzione di Rossi come collaboratore e chiede di essere lasciato in pace, senza conoscere i dettagli della pagina culturale, affidata con piena fiducia alle competenze dell’esperto giornalista. Il suo amico Silva, invece, prima insiste affinché si trovi una nuova donna e poi sembra sminuire il pericolo dittatoriale cui va incontro il Portogallo:

Pereira chiese a Silva cosa ne pensava di tutto questo. Tutto questo cosa?, chiese Silva. Tutto, disse Pereira, quello che che sta succedendo in Europa. Oh, non ti preoccupare, replicò Silva, qui non siamo in Europa, siamo in Portogallo. (p. 64)

Le idee di Silva spiazzano Pereira, che pensa di trovare una figura solidale e riconosce invece un atteggiamento omertoso, forse addirittura implicato con il regime: «Noi abbiamo sempre avuto bisogno di un capo, ancora oggi abbiamo bisogno di un capo» (p. 64), dice il professore. Pereira invece si appella per la prima volta nel testo alla sua libertà da giornalista e cita indirettamente il pensiero di Monteiro Rossi su Marinetti: «Immagina che domani muoia Marinetti […] è una carogna e bisogna che io lo dica» (p. 65). Pereira trascorre la mattina successiva da solo, alle terme, poi a mezzogiorno riparte verso Lisbona. Sul treno incontra «una signora bella, bionda, elegante, con una gamba di legno» (p. 70) che legge un libro di Thomas Mann(8); Pereira la invita a pranzo e scopre che è una tedesca di origine portoghese, si chiama Ingeborg Delgado e, soprattutto, è ebrea. Per questo presto partirà per gli Stati Uniti.

L’Europa di questi tempi non è luogo adatto alla gente del mio popolo, specie la Germania, ma anche qui non c’è molta simpatia, me ne accorgo dai giornali, forse il giornale dove lavora lei fa eccezione, anche se è così cattolico, troppo cattolico per chi non è cattolico. (p. 72)

La donna esorta Pereira a esprimere il suo libero pensiero da intellettuale; il giornalista, che sta iniziando la sua “metamorfosi”, dimostra di temere la censura del regime, ma l’ospite incalza: «Capisco […] ma forse tutto si può fare, basta averne la volontà» (p. 73). Tornato a Lisbona, Pereira riceve un’altra lettera di Monteiro Rossi in cui il giovane allude ad alcuni problemi. I due si incontrano al Café Orquidea, dove il cameriere Manuel è solito informare l’ignaro – e per certi versi ignavo – Pereira sulle notizie clandestine che si diffondono a voce. Monteiro Rossi avanza una precisa richiesta di aiuto al protagonista: deve nascondere suo cugino, un combattente repubblicano in Spagna, giunto in Portogallo per reclutare volontari. Bruno Rossi, o Bruno Lugones secondo i dati di un passaporto argentino che «si vede a un miglio di distanza che è falso» (p. 80), è «un ometto piccolo e magro» (p. 85), con i capelli tagliati a spazzola, i baffi biondi e una giacca azzurra. La risposta di Pereira è, in un primo momento, perentoria:

A me non interessano né la causa repubblicana né la causa monarchica […] Il signor Bruno Rossi si rivolse a suo cugino e gli disse in italiano: non era così che me lo avevi descritto, io mi aspettavo un compagno. Pereira capì e replicò: io non sono compagno di nessuno, vivo solo e mi piace stare solo. (p. 86)

In un secondo momento, dopo aver interrogato il ritratto della moglie sul da farsi, Pereira conduce il giovane in una pensione discreta, luogo di ritrovo di coppie clandestine, in cui non chiedono i documenti: paga in anticipo, ma con inquietudine, ricevendo poi da Monteiro Rossi un necrologio su Gabriele D’Annunzio(9). Come al solito, l’articolo è giudicato impubblicabile dal protagonista: in esso il poeta è definito fascista, «interventista nella grande guerra, convinto nemico della pace tra i popoli» (p. 96), ma Pereira riesce solo a parlarne il giorno seguente con Marta, al Café Orquidea, perché Monteiro Rossi è andato nel frattempo in Alentejo con il cugino per reclutare persone alla loro causa(10). La ragazza si conferma ambiziosa, forse incosciente, giungendo ad affermare: «Noi non facciamo la cronaca, dottor Pereira, […] noi viviamo la Storia» (p. 97). Convinto dal suo medico, il dottor Costa, il giornalista si appresta a trascorrere una settimana di ricovero alla clinica talassoterapica di Parede a causa dell’aggravarsi dei suoi problemi cardiopatici. Prima di raggiungere Parede, Pereira si imbatte in due intellettuali lusitani – il romanziere Aquilino Ribeiro e il disegnatore Bernardo Marques(11) – al British Bar del Cais de Sodré e prova un senso di scoraggiamento avvertendo la loro sfiducia nel Portogallo di quel momento. Nella clinica talassoterapica il suo medico è il dottor Cardoso, formatosi in Francia, che per prima cosa gli vieta le limonate zuccherate e lo imbarazza con domande sui sogni: «Senta dottore – risponde Pereira – mio padre mi ha insegnato che i nostri sogni sono la cosa più privata che abbiamo e che non bisogna rivelarli a nessuno» (p. 114). Il giorno successivo, tra i due, avviene la conversazione decisiva nell’evoluzione del romanzo. Pereira – citando un racconto di Honoré de Balzac(12), Honorine – prova un desiderio di pentimento di cui non conosce le cause. «Forse c’è stato un evento» (p. 121), risponde il dottor Cardoso, e allora il giornalista spiega di aver conosciuto Monteiro Rossi e Marta, due giovani rivoluzionari:

Il fatto è che mi è venuto un dubbio: e se quei due ragazzi avessero ragione? […] Se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso aver studiato lettere a Coimbra e avere sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione e devo pubblicare racconti dell’Ottocento francese, non avrebbe senso più niente di niente, e è di questo che sento il bisogno di pentirmi, come se io fossi un’altra persona e non il Pereira che ha sempre fatto il giornalista, come se io dovessi rinnegare qualcosa. (p. 122)

Il dottor Cardoso gli espone la teoria dei filosofi francesi Théodule Ribot e Pierre Janet, i médecins-philosophes, sulla confederazione delle anime(13): «Forse c’è un io egemone che in lei, dopo una lenta erosione, […] sta prendendo la guida della confederazione delle sue anime, lei lo lasci venire alla superficie» (p. 123). Un primo sintomo è il desiderio di Pereira di pubblicare sulla pagina culturale del «Lisboa» un racconto di Alphonse Daudet, tratto dai Contes du lundi, che termina con il motto «Viva la Francia» (p. 128)(14), e il dottor Cardoso gli apre ulteriormente gli occhi sulla situazione storico-politica del Portogallo, indicando anche il direttore del suo giornale come «un personaggio del regime» (p. 129), alludendo addirittura alla possibilità di lasciare il paese e di recarsi in Francia. Alla fine della settimana, Pereira torna a Lisbona «tonificato e […] dimagrito di quattro chili» (p. 131), lieto di conversare di letteratura con il dottor Cardoso e senza pensare quasi più a Monteiro Rossi e Marta.

2.3 Il riscatto di Pereira
La calma del “nuovo” Pereira, che riceve persino i complimenti del suo direttore per la traduzione di Honorine, dura poco: all’improvviso, infatti, si rifà viva con una telefonata Marta, chiedendo di incontrare quella sera il giornalista. La ragazza è cambiata: è bionda ed è dimagrita; durante il loro incontro al Café Orquidea, il protagonista sente il bisogno di tornare al passato e ordina un’omelette alle erbe aromatiche e una limonata, mai più consumate dopo i divieti del dottor Cardoso. Marta fornisce informazioni sul fidanzato: Monteiro Rossi è sempre in Alentejo e chiede altri soldi. Pereira, esattamente come un mese prima, vorrebbe negarsi ma concede due banconote, ricevendo dalla giovane un articolo «troppo stupido» (p. 149) sul bolscevico Vladimir Majakovskij(15). È il cameriere del bar, Manuel, a informarlo invece sulla denuncia pubblicata dallo scrittore cattolico francese Georges Bernanos contro la repressione franchista in Spagna. I tormenti di Pereira, nuovamente accesi dall’incontro con Marta, sono poi accentuati dalla conversazione con Padre António, il suo confessore, che arriva fino ad accusarlo di eresia per la «capziosa e pericolosa» (p. 144) teoria della confederazione delle anime. Tuttavia in quel momento Bernanos non è l’unico intellettuale a essersi schierato: ugualmente hanno fatto François Mauriac e Jacques Maritain, cari a Pereira, il quale, tornato in redazione, scopre che il suo telefono è stato collegato con la portineria, sorvegliata da una megera casalinga – Celeste – sposata con un membro della questura di regime(16). Quando, durante un incontro a Lisbona con il dottor Cardoso, Pereira riceve l’annuncio della sua imminente partenza per Saint-Malo, in Francia, motivata dall’attesa di un «disastro generale» (p. 156), il protagonista lo implora di non lasciare il Portogallo e la sua gente. I due si salutano, Pereira si sente solo e riceve ancora l’invito di assecondare il suo nuovo io egemone, aiutando Monteiro Rossi nella sua latitanza, «frequentando il futuro» (p. 158) e dimenticando il passato, ovvero i dialoghi con il ritratto della moglie morta. Segue un colloquio ufficiale con il direttore nella redazione centrale del «Lisboa»: il racconto patriottico sulla Francia di Daudet non è piaciuto ai vertici del regime e l’invito per le prossime pagine culturali è quello di incentrarsi sugli scrittori portoghesi, da José Maria Eça de Queiroz a Camilo Castelo Branco(17). «Devi consultarmi ogni volta che prendi un’iniziativa, non so se hai capito» (p. 170), tuona il direttore.

Ebbene, disse il direttore, quest’ultima cosa non me l’aspettavo. Che cosa?, chiese Pereira. Il panegirico della Francia, disse il direttore, ha suscitato molti malumori negli ambienti che contano. Quale panegirico della Francia?, chiese Pereira con aria meravigliata. Pereira!, esclamò il direttore, tu hai pubblicato un racconto di Alphonse Daudet che parla della guerra con i tedeschi e che finisce con questa frase: viva la Francia. È un racconto dell’Ottocento, rispose Pereira. Un racconto dell’Ottocento sì, continuò il direttore, ma parla sempre di una guerra contro la Germania e tu non puoi sapere, Pereira, che la Germania è nostra alleata. […] Noi la pensiamo come la Germania, in politica interna e in politica estera, e stiamo aiutando i nazionalisti spagnoli come sta facendo la Germania. (p. 168)

Tornato improvvisamente dall’Alentejo, dove suo cugino è stato arrestato, Monteiro Rossi chiede nascondiglio in casa di Pereira: è latitante, probabilmente braccato dalla polizia di regime e porta con sé «come se fossero caramelle» (p. 178) una ventina di passaporti falsi. Il giovane è esausto e affamato, e Pereira si prende cura di lui, impedendogli però di comunicare con Marta dal telefono di casa. Prova a farlo egli stesso il giorno successivo, dal Café Orquidea, ma non riceve risposta. Intanto al giornale il direttore incalza con la celebrazione della «razza portoghese» (p. 185), esaltata da una letteratura «opprimente, […] cupa, nostalgica, piena di problemi e gravida di tragedie» (p. 173) che non piace affatto a Pereira:

Mi scusi signor direttore, rispose con compunzione Pereira, ma senta, le voglio dire una cosa, noi in origine eravamo lusitani, poi abbiamo avuto i romani e i celti, poi abbiamo avuto gli arabi, che razza possiamo celebrare noi portoghesi? La razza portoghese, rispose il direttore, scusi Pereira ma la sua obiezione non mi suona bene, noi siamo portoghesi, abbiamo scoperto il mondo, abbiamo compiuto le maggiori navigazioni del globo e, quando l’abbiamo fatto, nel Cinquecento, eravamo già portoghesi, noi siamo questo e lei celebri questo, Pereira. (p. 185-186)

Poi Marta commette l’imprudenza di telefonare alla redazione culturale del «Lisboa», pronunciando anche il nome di Monteiro Rossi. «Credo che questo creerà dei problemi» (p. 189), dice Pereira la sera, mentre cena con il giovane. E l’infausta previsione si avvera pochi istanti dopo: «tre uomini vestiti con abiti civili e […] armati di pistola» (p. 193) bussano alla porta di casa annunciandosi come polizia politica, ma presentandosi poi in borghese. L’obiettivo del blitz è ovviamente Monteiro Rossi, nascosto in una delle camere: «Lei ha dato fiducia a un tipo sospetto, ma io non voglio metterla nei guai, ci lasci solo fare il nostro lavoro» (p. 193), dice il capo. Pereria, spaventato e umiliato dai malfattori che alludono a un rapporto omosessuale con il «giovanotto biondo con un bel culetto» (p. 195), prova a ribellarsi ma viene più volte colpito da schiaffi e dal calcio della pistola:

Se lei è un imbecille che riceve sovversivi in casa non è colpa mia, io potrei piantarle una pallottola in gola e lo farei anche volentieri, non lo faccio solo perché mi hanno detto di usarle rispetto, ma non abusi, dottor Pereira, non abusi perché potrei perdere la pazienza. […] Senta, dottor Pereira, […] non mi costringa a usare la pistola, avrei una bella voglia di ficcarle una pallottola in gola o magari nel cuore, che è il suo punto debole, ma non lo faccio perché qui non vogliamo morti, siamo venuti per dare una lezione di patriottismo, e anche a lei un po’ di patriottismo farebbe bene, visto che sul suo giornale non pubblica altro che scrittori francesi. (pp. 196-197)

«Gli abbiamo dato una lezione, abbiamo usato le maniere forti, forse è meglio filarcela» (p. 197), commenta uno dei due loschi figuri incaricati di torturare Monteiro Rossi. Quando lasciano l’appartamento, Pereira corre in camera da letto, ma il giovane ha i capelli pieni di sangue e gli occhi spalancati. È morto, ucciso dagli squadristi del regime. L’io egemone della nuova anima di Pereira riceve così l’ultima spinta per venire in superficie. Il giornalista mette in atto un piano geniale per pubblicare sulla pagina culturale del «Lisboa» una pesante denuncia della situazione politica portoghese e, allo stesso tempo, un articolo in memoria di Monteiro Rossi, al quale dopo tutto si è affezionato. «Assassinato un giornalista» (p. 202) è il titolo e, a differenza di quanto è solito fare con le traduzioni, alla fine Pereira si firma per dare ulteriore forza al messaggio. Quando il proto(18) si rifiuta di dare spazio a una tale «faccenda molto delicata» (p. 205) senza autorizzazione dall’alto, Pereira lo aggira con l’inganno telefonando al dottor Cardoso, che si finge il maggiore Lourenço, capo della censura. «Dice che la polizia portoghese non ha paura di questi scandali […] e che il suo articolo deve uscire oggi» (p. 206): l’opera è completa, la denuncia sarà sul «Lisboa» e Pereira si può considerare non più indifferente alla vita politica del paese e nostalgico del passato, ma un attivista scaltro che frequenta il futuro proprio come il dottor Cardoso gli ha consigliato. Tornato a casa, il protagonista trova un passaporto falso di nazionalità francese: fotografia ed età corrispondono alle sue e, preso con sé il ritratto della moglie, lascia Lisbona di fretta con un coraggio mai mostrato prima.

Francesco Caligaris

Parte 1.

(1) Tutte le citazioni del testo sono tratte dall’edizione A. TABUCCHI, Sostiene Pereira. Una testimonianza, Feltrinelli, Milano 2011, p. 7. Si riporta a testo il solo numero di pagina.

(2) Con regime salazarista si intende la dittatura di António de Oliveira Salazar, nato a Santa Comba Dão il 28 aprile 1889 e morto a Lisbona il 27 luglio 1970. Ha governato dal 1932 al 1968 con idee vicine al fascismo italiano. Seguito al potere da Marcelo Caetano, il regime è caduto nel 1974 con la Rivoluzione dei garofani.

(3) Si tratta di un dettaglio non casuale: è infatti un omaggio a Fernando Pessoa, traduttore per una ditta di import-export. Tabucchi lo ripeterà anche ne La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997) facendo svolgere alla vittima la stessa attività.

(4) Georges Bernanos nacque a Parigi il 20 febbraio 1888 e morì a Neuilly-sur-Seine il 5 luglio 1948. Scrittore francese, denunciò l’antisemitismo e lo sterminio degli ebrei.

(5) Federico García Lorca (Fuente Vaqueros, 5 giugno 1898 – Víznar, 19 agosto 1936), poeta e drammaturgo iberico d’avanguardia, fu ucciso da ignoti – si pensa appartenenti al nazionalismo franchista – durante la Guerra civile spagnola.

(6) Filippo Tommaso Marinetti (Alessandria d’Egitto, 1876 – Bellagio, 1944), poeta e scrittore, è celebre per aver fondato il movimento futurista, prima avanguardia italiana del Novecento.

(7) TABUCCHI, Sostiene Pereira. Una testimonianza, p. 122.

(8) Thomas Mann nacque a Lubecca il 6 giugno 1875 e morì a Kilchberg il 12 agosto 1955. Scrittore tedesco, vinse il Premio Nobel per la letteratura nel 1929.

(9) Gabriele D’Annunzio (Pescara, 1863 – Gardone Riviera, 1938), scrittore, poeta e giornalista italiano, è considerato il capofila del Decadentismo. Dal 1919 al 1921 ha occupato la città di Fiume che le potenze alleate vincitrici della Prima Guerra Mondiale non avevano assegnato all’Italia.

(10) L’Alentejo è una regione meridionale del Portogallo.

(11) Aquilino Ribeiro (Sernancelhe, 1885 – Lisbona, 1963), è considerato uno dei più grandi romanzieri portoghesi del XX secolo. Bernardo Loureiro Marques (Silves, 1898 – Lisbona, 1962), fu un illustratore e un disegnatore lusitano.

(12) Honoré de Balzac (Tours, 1799 – Parigi, 1850), scrittore francese, è considerato tra i maestri del realismo. La sua Commedia umana è un ciclo che contiene oltre 90 romanzi. Tra i principali si ricordano Eugenia Grandet (1833) e Papà Goriot (1834).

(13) Théodule Ribot (Guingamp, 1839 – Parigi, 1916) è considerato il fondatore della psicologia francese. Ha creato e diretto la Revue philosophique de la France et de l’étranger (1876). Pierre Janet (Parigi, 1859 – 1947) ha coniato il termine subconscio poi utilizzato da Sigmund Freud nella sua teoria della psicanalisi.

(14) Alphonse Daudet nacque a Nîmes il 13 maggio 1840 e morì a Parigi il 16 dicembre 1897. Fu uno scrittore e drammaturgo francese.

(15) Vladimir Majakovskij (Bagdati, 1893 – Mosca, 1930) fu un poeta sovietico, con un ruolo di spicco nella Rivoluzione d’Ottobre, suicidatosi con un colpo di pistola al cuore.

(16) François Mauriac (Bordeaux, 1885 – Parigi, 1970), scrittore e giornalista francese, vinse il Premio Nobel per la letteratura nel 1952. Invitò i cattolici a dissociarsi dal franchismo e appoggiò le posizioni del generale Charles de Gaulle. Jacques Maritain (Parigi, 1882 – Tolosa, 1973) fu un filosofo vicino alla democrazia cristiana e, dal 1945 al 1948, ambasciatore transalpino in Vaticano. È considerato l’ispiratore di papa Paolo VI.

(17) José Maria Eça de Queiroz (Póvoa de Varzim, 1845 – Neuilly-sur-Seine, 1900) fu giornalista, diplomatico e scrittore portoghese, esponente del realismo tramite il rinnovamento della lingua lusitana. Camilo Castelo Branco (Lisbona, 1825 – São Miguel de Seide, 1890), fu uno scrittore portoghese di spirito romantico.

(18) Compositore, tipografo.