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Analisi dell’opera. Sostiene Pereira. Parte 4.

Premessa
Il presente lavoro si pone l’obiettivo di raccogliere, presentare e analizzare le principali voci della critica italiana e straniera a Sostiene Pereira (Antonio Tabucchi, Feltrinelli), dal momento della pubblicazione fino ai tempi più recenti. Si è infatti cercato di coprire l’intero arco temporale 1994-2016. La ricerca dei saggi è stata compiuta su vari supporti informatici (banche dati, riviste online, etc…), presso la biblioteca d’italianistica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, l’archivio periodici della biblioteca Sormani di Milano, la Bodleain Library dell’University of Oxford e la biblioteca della University College London, queste ultime due visitate tra ottobre e gennaio durante un progetto Erasmus svolto presso la Solent Southampton University (UK). L’elaborato è diviso in due parti, una di analisi dell’opera e l’altra di approfondimento di una selezione dei materiali della critica. In chiusura si trova un’appendice contenente un articolo sulla città di Lisbona pubblicato sul quotidiano online «Lettera 43» in occasione dei quattro anni dalla morte di Tabucchi. 

4. I personaggi principali
4.1 Pereira e gli incontri
Pereira, il protagonista del romanzo, subisce una trasformazione che parte fin dal capitolo secondo e si conclude al termine della vicenda con la denuncia del regime salazarista in seguito all’assassinio di Monteiro Rossi. Tale percorso, tuttavia, non è affatto semplice. Le sue abitudini sono difficili da vincere e la sua personalità, già rassegnata alla morte e totalmente disinteressata alla situazione politica del tempo, cambia attraverso una serie di incontri chiave. Solo con il passare dei giorni – e anche grazie a eventi, conversazioni e delusioni – Pereira assume veramente coscienza della sua vita. Decisivo, infine, sarà il dialogo con il dottor Cardoso alla clinica talassoterapica di Parede nel capitolo sedicesimo e la riflessione «se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso» (p. 122) che inizia a liberare il suo nuovo io egemone secondo la teoria della confederazione delle anime. Il “primo” Pereira vive nell’attesa della morte e parla con il ritratto della moglie, scomparsa a causa della tubercolosi. Lavora, ma è come se fosse già in pensione o, peggio, è «come se fosse già morto» (p. 15). In un Portogallo oppresso dalla dittatura, e alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il giornalista non si schiera ma, anzi, preferisce rifugiarsi nella letteratura francese dell’Ottocento, la sua grande passione. Flavia Brizio-Skov ha proposto la seguente chiave interpretativa:

A questo punto, il lettore è costretto a domandarsi come sia possibile che un giornalista, uomo di cultura e quindi intellettuale, non si renda conto del mondo in cui vive. Quella che potremmo chiamare la «cecità» di Pereira nasce paradossalmente dal fatto che lui è una persona onesta, che crede alle «ragioni del cuore», crede in Dio senza essere bigotto e soprattutto crede nella democrazia, nelle leggi. Pereira crede insomma nel «vivere civile» perché ci crede da sempre, da quando nel paese non c’era la dittatura, e questo bagaglio che lui si porta appresso fa parte del suo essere, è Pereira(1).

L’indifferenza di Pereira diventa imbarazzo quando incontra Monteiro Rossi e Marta, due ragazzi repubblicani ai quali, nonostante le resistenze iniziali, finisce per affezionarsi. Il rapporto con il primo, soprattutto, giunge fino alla triste morte del giovane, ucciso barbaramente dagli squadristi di Salazar. Pereira vi rivede il figlio che non ha mai avuto e l’immedesimazione è ben resa e ripetuta da Antonio Tabucchi con la sottolineatura dell’identico movimento della ciocca di capelli sulla fronte: «Mi assomiglia un po’, gli cade una ciocca di capelli sulla fronte, ti ricordi quando anche a me cadeva una ciocca di capelli sulla fronte?» (p. 135). Tuttavia Monteiro Rossi è solo una delle figure chiave che conducono Pereira alla sua definitiva trasformazione. Il professor Silva, l’unico amico del giornalista, si rivela una delusione e provoca il primo risveglio del protagonista. La signora Delgado, incontrata sul treno di ritorno a Lisbona, lo sprona a mettere il suo ruolo di intellettuale a servizio dell’Europa. Manuel, il cameriere del Café Orquidea, gli funge da “coscienza” e, allo stesso tempo, lo informa sulla Guerra civile spagnola(2). Infine, il dottor Cardoso gli apre del tutto gli occhi e lo induce a frequentare il futuro, abbandonando il suo passato che resterebbe così solo una memoria non più invadente nella sua vita. Oppresso da uno strano desiderio di pentimento, il “rinato” Pereira riceve energia dal dottor Cardoso e asseconda l’ascesa del suo nuovo io egemone. Cambia le abitudini alimentari, dimagrisce e, soprattutto, non prova più l’impellente impulso di confrontarsi con il ritratto della moglie. Quando Monteiro Rossi, il suo «alter ego», viene assassinato in casa sua, la presa di coscienza è completa(3). Pereira ha la forza necessaria per ribellarsi, non fisicamente ma sfruttando le sue qualità da intellettuale, e organizza un inganno alla censura per pubblicare un articolo di denuncia sul «Lisboa». Dopodiché si appresta a lasciare il Portogallo. Il finale del romanzo è però aperto: nessuno sa con certezza cosa accade al protagonista:

Il romanzo termina ma non finisce, ovvero non presenta una conclusione, cosicché al lettore non rimane che meditare su problemi di libertà, di integrità dell’individuo all’interno della società, e su ciò che è giusto in un mondo ingiusto. Poiché il lettore non sa cosa sia successo a Pereira dopo la sua fuga, […] chi legge capisce di avere davanti un testo “interrogativo”, un testo che presenta contraddizioni irrisolte che spetta al lettore ricomporre(4).

L’identità interrogativa del personaggio sembra confermata da Antonio Tabucchi, che nella nota a margine pubblicata su «Il Gazzettino» nel settembre 1994 ha spiegato così l’origine di Pereira:

In portoghese Pereira significa albero del pero, e come tutti i nomi degli alberi da frutto, è un cognome di origine ebraica […]. Con questo volli rendere omaggio a un popolo che ha lasciato una grande traccia nella civiltà portoghese e che ha subito le grandi ingiustizie della Storia. Ma c’era un altro motivo, questo di origine letteraria, che mi spingeva verso questo nome: un piccolo intermezzo di Elitot intitolato What about Pereira? in cui due amiche evocano, nel loro dialogo, un misterioso portoghese chiamato Pereira, del quale non si saprà mai niente(5).

È doveroso segnalare, infine, la possibile genesi storica – o quanto meno verosimile, perché basata su un fatto realisticamente accaduto – della figura di un giornalista portoghese fuggito dal proprio paese in seguito a una forte denuncia pubblica dei crimini di Salazar:

Ricordo con nitidezza quel giorno. Al mattino comprai un quotidiano della città e lessi la notizia che un vecchio giornalista era deceduto all’Ospital de Santa Maria di Lisbona e che le sue spoglie erano visibili per l’estremo omaggio nella cappella di quell’ospedale. Per discrezione non desidero rivelare il nome di quella persona. Dirò solo che era una persona che avevo fuggevolmente conosciuto a Parigi, alla fine degli anni sessanta, quando egli, da esiliato portoghese, scriveva su un giornale parigino. Era un uomo che aveva esercitato il suo mestiere di giornalista negli anni quaranta e cinquanta, in Portogallo, sotto la dittatura di Salazar. Ed era riuscito a giocare una beffa alla dittatura salazarista pubblicando su un giornale portoghese un articolo feroce contro il regime. Poi, naturalmente, aveva avuto seri problemi con la polizia e aveva dovuto scegliere la via dell’esilio. Sapevo che dopo il Settantaquattro, quando il Portogallo ritrovò la democrazia, era ritornato nel suo paese, ma non lo avevo più incontrato. Non scriveva più, era in pensione, non so come vivesse, era stato purtroppo dimenticato. In quel periodo il Portogallo viveva la vita convulsa e agitata di un paese che ritrovava la democrazia dopo cinquant’anni di dittatura. Era un paese giovane, diretto da gente giovane. Nessuno si ricordava più di un vecchio giornalista che alla fine degli anni quaranta si era opposto con determinazione alla dittatura salazarista. Andai a visitare la salma alle due del pomeriggio. La cappella dell’ospedale era deserta. La bara era scoperta. Quel signore era cattolico, e gli avevano posato sul petto un cristo di legno. Mi trattenni presso di lui una decina di minuti. Era un vecchio robusto, anzi grasso. Quando lo avevo conosciuto a Parigi era un uomo sui cinquant’anni, agile e svelto. La vecchiaia, forse una vita difficile, avevano fatto di lui un vecchio grasso e flaccido. Ai piedi della bara, su un piccolo leggio, c’era un registro aperto dove erano riportate le firme dei visitatori. C’erano scritti alcuni nomi, ma io non conoscevo nessuno. Forse erano suoi vecchi colleghi, gente che aveva vissuto con lui le stesse battaglie, giornalisti in pensione(6).

4.2 Monteiro Rossi e la lotta repubblicana
Se l’anziano Pereira rimane a lungo indifferente di fronte alla diffusione dei crimini politici di Salazar, il giovane Francesco Monteiro Rossi – e ancor di più la sua fidanzata Marta – assume invece un ruolo centrale nella lotta clandestina che i repubblicani portoghesi combattono nella vicina Spagna, dove imperversa la dittatura di Francisco Franco(7). Tale personaggio si potrebbe definire coprotagonista del romanzo per l’influenza che esercita su Pereira, tanto da rendere l’opera «un processo di formazione alla rovescia, nel senso che, normalmente, colui che viene influenzato è il giovane inesperto, mentre in questo caso è la persona anziana che cambia»(8). L’incontro tra i due è casuale, ma si rivelerà fondamentale. Dopo una prima telefonata, il contatto diretto avviene in Praça de Alegria durante una festa della gioventù salazarista. Monteiro Rossi, però, è tutt’altro che un esponente del regime. È stato invitato a cantare una romanza italiana – O sole mio – «piena di forza e di vita, bella e limpida» (p. 21), ma ripete in continuazione di essere interessato alla vita, il che stona con la tesi di laurea in filosofia sulla morte che ha attirato l’attenzione di Pereira su una rivista d’avanguardia. Per giunta, rivela con leggerezza di averla copiata:
Ho fatto una tesi sulla morte, rispose Monteiro Rossi, ma lasci che le dica che non è tutta farina del mio sacco, quel pezzo che la rivista ha pubblicato l’ho copiato, glielo confesso, in parte da Feuerbach e in parte da uno spiritualista francese, e anche il mio professore non se n’è accorto, sa, i professori sono più ignoranti di quanto non si creda. (p. 22)
Costantemente alla ricerca di soldi, Monteiro Rossi accetta la proposta di collaborazione sulla pagina culturale del «Lisboa». Tutti i suoi articoli, però, sono impubblicabili perché «sovversivi e volutamente antisalazaristi»(9). Nonostante ciò, Pereira rivede in lui quel figlio che non ha mai avuto e, invece di licenziarlo, finisce per aiutarlo economicamente nella sua esistenza clandestina. Dopo aver nascosto suo cugino Bruno Rossi – reclutatore per la causa repubblicana – in una discreta pensione di Lisbona, il giornalista si preoccupa quando scopre da Marta che Monteiro Rossi è fuggito in Alentejo. «Pereira sentì un tuffo al cuore e chiese: Marta, come sta, come sta Monteiro Rossi?» (p. 137). Quando la sua partigianeria lo conduce alla morte per mano di tre loschi membri della polizia di regime proprio nella casa di Pereira, il protagonista del romanzo gli dedica un necrologio sul «Lisboa»:
Si chiamava Francesco Monteiro Rossi, era di origine italiana. Collaborava con il nostro giornale con articoli e necrologi. Ha scritto testi sui grandi scrittori della nostra epoca, come Majakovskji, Marinetti, D’Annunzio, Garcia Lorca. I suoi articoli non sono stati ancora pubblicati, ma forse lo saranno un giorno. Era un ragazzo allegro, che amava la vita e che invece era stato chiamato a scrivere sulla morte, compito al quale non si era mai sottratto. E stanotte la morte è andata a cercarlo. (p. 202)
4.3 Il dottor Cardoso e la confederazione delle anime
La prima apparizione del dottor Cardoso nel romanzo avviene nel capitolo quindicesimo. Pereira necessita di un ricovero di una settimana alla clinica talassoterapica di Parede su consiglio del suo medico, il dottor Costa. Ha il fiatone, fatica a salire le scale e pensa di essere ingrassato: non un buon segnale per il suo cuore malandato. Così il dottor Cardoso si occupa di lui. È «un uomo tra i trentacinque e i quarant’anni, con un pizzetto biondo e gli occhi celesti» (p. 112), di cultura francese. Le sue due specializzazioni in dietologia e psicologia, dopo la laurea in medicina, colpiscono Pereira: «Forse c’è un nesso maggiore di quanto non si pensi, disse il dottor Cardoso, non so se lei può immaginare i nessi che intercorrono fra il nostro corpo e la nostra psiche» (p. 120). Grazie a ciò, comunque, il dottor Cardoso si rivela molto più di un semplice medico per il giornalista del «Lisboa». Si prende cura della sua salute, vietandogli le tanto amate limonate zuccherate, ma soprattutto della sua personalità combattuta tra i felici ricordi del passato, l’ignavia politica, l’influenza rivoluzionaria di Monteiro Rossi e Marta e il suo delicato ruolo di intellettuale. Nella conversazione che fa svoltare definitivamente l’esistenza di Pereira gioca un ruolo chiave la citazione della teoria della confederazione delle anime, sostenuta principalmente dai médecins-philosophes francesi Théodule Ribot e Pierre Janet. Come tutti i riferimenti storici e letterari del romanzo, anche questo riguarda una teoria effettivamente diffusa, tanto da essere nota all’epoca già a Luigi Pirandello(10):
Il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, […] quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipenda dal controllo di un io egemone che si è imposto sulla confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto spodesta l’io egemone e ne prende il posto. (p. 123)
La teoria è nettamente in contrasto con le religioni monoteiste – e dunque con il cattolicesimo in cui crede Pereira – che considerano invece l’anima umana data da Dio, «unica e indivisibile» (p. 144). Tuttavia, anche grazie alla comune passione per la letteratura, in particolar modo quella transalpina dell’Ottocento, pur non sposando mai del tutto l’idea della confederazione delle anime Pereira ne è quanto meno attratto. E – forse incoscientemente – si lascia spronare dal dottor Cardoso a non bloccare l’emersione del suo nuovo io egemone. Così viene invitato ad assecondare i due giovani con l’ormai celebre «frequentare il futuro» e, dopo l’omicidio di Monteiro Rossi, trova un coraggio mai avuto per denunciare il crimine. La sua anima si è trasformata:
Pereira sostiene che gli venne un’idea folle, ma forse poteva metterla in pratica […] chiese del dottor Cardoso […] lei deve farmi un favore, deve fingere di essere un pezzo grosso della censura, deve dire che il mio articolo ha ricevuto il visto, è solo questo […] deve dire che la polizia portoghese non ha paura di scandali, che è una polizia pulita e che non ha paura di scandali. Ho capito, disse il dottor Cardoso, domani a mezzogiorno aspetto la sua telefonata. (p. 202)
Informato e visionario, il dottor Cardoso nel suo ultimo incontro con Pereira – precedente la telefonata di raggiro ai danni del proto del «Lisboa» – gli anticipa il suo imminente trasferimento a Saint-Malo, in Francia. Il «disastro generale» (p. 156) che si aspetta non è solo una sensazione. Da lì a poco scoppierà infatti la Seconda Guerra Mondiale.
(1) F. BRIZIO-SKOV, Antonio Tabucchi: navigazioni in un arcipelago narrativo, Pellegrini, Cosenza 2002, p. 137.
(2) Si veda FERRARO, Introduzione e analisi del testo, p. 63.
(3) FERRARO, Introduzione e analisi del testo, p. 56.
(4) BRIZIO-SKOV, Antonio Tabucchi: navigazioni in un arcipelago narrativo, pp. 144-145.
(5) TABUCCHI, Nota, «Il Gazzettino», settembre 1994, poi aggiunta all’edizione integrale TABUCCHI, Sostiene Pereira. Una testimonianza, p. 213.
(6) TABUCCHI, Nota, «Il Gazzettino», settembre 1994.
(7) Francisco Franco (Ferrol, 1892 – Madrid, 1975) fu un generale spagnolo e governò come dittatore – con idee vicine al fascismo – dal 1939 al 1975 prendendo il potere grazie a una guerra civile.
(8) La citazione – inserita in D. CAVALLARO, Il gioco del rovescio: Bassani’s Gli occhiali d’oro and Tabucchi’s Sostiene Pereira, «Italica», 90 (2013), 3, pp. 451-472 – proviene da un’intervista di Bruno Ferraro a Francesco Mannoni pubblicata su «La Gazzetta di Parma» il 25 agosto 1994.
(9) FERRARO, Introduzione e analisi del testo, p. 57.
(10) Luigi Pirandello (Girgenti, 1867 – Roma, 1936), scrittore e drammaturgo italiano, vinse il Premio Nobel per la letteratura nel 1934. Sul suo rapporto con la confederazione delle anime si veda L. PIRANDELLO, L’umorismo, con introduzione di N. Borsellino, prefazione e note di P. Milone, Garzanti, Milano 1995. Il riferimento è inserito in JANSEN, What about Pereira? Can He Be Trusted?, p. 209.