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BUBBA

Ci sono giorni strani, giorni in cui si insegue un ghirigoro, un ricordo, qualcosa. Ti sarà d’aiuto sapere che in quei giorni devi insistentemente inseguire quell’incognita, quella ics che non si sa bene dove posizionare nell’equazione, perché altrimenti si resta con quello strano senso di inadeguatezza e scontento. E questa storia – dirai tu – è la storia di un inseguimento? Più o meno. O meglio, inseguo qualcosa che si è poi mescolato e confuso con l’andare delle cose, perché è un sogno ed il suo ricordo ciò che inseguo. Tu stai dormendo, sei arrotolata al mio braccio, appena respiri; io non riesco a prendere sonno ed è strano, perché abbiamo fatto l’amore tutta la notte e di solito ci si abbandona alle coperte, alle dolci quiescenze dei corpi. In realtà non è che non abbia proprio dormito, ma ho trascorso un pugno di ore in dormiveglia, quando si salta di sogno in sogno come bambini nelle pozzanghere e saltellando sono sguazzato in uno di essi che ti riguardava. Mugugni, a mezza voce mi chiedi di raccontarlo. Stavamo in un hotel sul mare, forse in Portogallo: fuori pioveva ed il mare era in burrasca; nell’hotel c’era la moquette e non era di certo una cosina di prima classe, ma uno di quei posti che diresti caratteristici se non fosse per il tono trasandato che aveva la camera e tutto il resto. A dire la verità non so bene quale fosse la mia posizione nel sogno, non mi vedevo, ero un semplice punto di vista, un osservatore di passaggio; infatti dovrei parlare più di un fotogramma piuttosto che di un sogno vero e proprio, ma cercherò di non essere troppo noioso, dunque…Il fotogramma: tu te ne stai alla finestra e sei nuda – ti abbracci le ginocchia – e fumi un sigaretto di ganja mentre guardi la burrasca; fuori piove e sei completamente assorta nel bianco-grigio che appena entra da fuori, baciando il tutto col tono nostalgico tipico dell’onirico o del Portogallo. Ecco, questo è tutto quello che inseguivo. Bello – commenti – forse questo è tutto ciò che di bello e piacevole c’è per te. Ammetto che la visione non mi dispiacesse affatto; anche qui piove, e forse tutta questa acquosa foschia mi rende difficile inseguire fotogrammi; così decido di alzarmi e fare una passeggiata, magari comprarti la colazione. Il mondo diluvia, ma questo non impedisce alla gente di uscire, la città è viva e vola sulle pozzanghere come si fa coi sogni nei dormiveglia. Mi infilo in un caffè e ti prendo una brioche con marmellata di more, ma tu non lo sai perché stai ancora dormendo. Dopo il caffè mi siedo all’aperto sotto il gazebo per fumare – inseguo il fotogramma che va lentamente sbiadendosi, già non ricordo come fosse la moquette della camera –, mi faccio spillare un paio di monete da una mendicante dal sorriso sinistro, forse indiana. Cerco con gli occhi la cameriera e le chiedo gentilmente il giornale: guardi – mi fa – qui tutto abbiamo tranne che il giornale. Torno allora ai miei inseguimenti, perché quando piove così a dirotto e si sta al riparo di un gazebo è bene lasciarsi andare alle peregrinazioni della mente e dell’acqua, osservare le persone che se ne vanno qua e là in Piazza S. Giovanni: chi rincorrendo un mazzo di fiori, chi un ombrello, chi un riparo in un caffè per leggere un giornale che non c’è. Chissà in quanti staranno rincorrendo un fotogramma? Penso sempre a queste sciocchezze senza senso e mi viene da ridere, perché a quanto pare, quando piove, a Piazza S. Giovanni spuntano negri come funghi: vendono l’indispensabile per non bagnarsi, dagli ombrelli al più tecnologico degli impermeabili, tutto a buon mercato. Si preoccupano molto per le persone e la cosa mi fa piacere, buscarsi un’influenza in un giorno così è proprio un bel cruccio, poi come si fa a fare l’amore? Ma la pioggia, si sa, arriva ovunque – anche nei sogni no? – e forse arriverà anche in Giappone, magari nelle lontane ed aggraziate campagne di Kyoto, attraverso il sogno dei viaggiatori che qui a Firenze sfidarono il maltempo per salvare un fotogramma di bellezza dal diluvio del mondo. Forse sarebbe bene regalar loro degli ombrelli, magari dei fiori, come premio di un inseguimento che travalica gli oceani ed i continenti. Mi ritorni in mente. Te ne starai annuvolata fra le coperte a sguazzare nelle pozzanghere ed avrai ancora i capelli annodati con il mio elastico a mo’ di chignon fatto male perché, si sa, quando si fa l’amore gli chignon non vengono proprio bene. Sono arrivati a farmi compagnia dei passeri, siamo solo io e loro sotto il gazebo; mi riviene da ridere: campano di briciole anche in città. Anche loro sarebbero un piacevole fotogramma, mentre il mio se ne scivola via con i rintocchi delle campane – stai di profilo alla finestra e si intravede un accenno di seno, guardi ancora fuori nella burrasca; forse io, se ci sono, sono disteso a letto a guardarti; le lenzuola di un celestino sbiadito. Che bella Firenze dipinta dall’acqua. E quante città italiane lo sono. Riescono ad ammorbidire una modernità quasi scomoda con le antichità caratteristiche di ognuna di esse, e che spasso: dipinti surrealisti. Mi riferisco a quelle case da tipico centro storico con mattone a vista ed elegante persiana in legno; poi grappoli di antenne e ripetitori buttati là, come nere cozze sugli scogli. Ma non bisogna stupirsi perché, come dicevo, sono tempi burrascosi e piove a dirotto, non si può uscire a cuor leggero e le persone devono pur restare connesse con quello che c’è fuori, non possono farne a meno, è nella loro natura. E che cosa connette noi due? Ah amore mio, ci connette lo chignon non fatto a modo ed i passeri zuppi che mendicano briciole. Sono le nostre antenne ed i nostri ripetitori, quel poco che ci tiene legati e ci impedisce di fuggire via come fotogrammi sotto la pioggia. Rientro in casa, tu sei ancora annuvolata ed io non voglio svegliarti, così me ne sto in cucina con una tazza di thé ed inizio a scrivere, a scriverti. Il pensiero va al tuo risveglio lieve, accompagnato dal picchettare dell’acqua sul mondo. Sei sdraiata sul ventre abbracciata al cuscino, ancora nuda sotto il piumone, io mi siedo al lato del letto e ti corro la schiena appena appena con le dita. Un fremito t’attraversa tutta ed arrivo sul tuo culo, carezzo le gambe tutte, scendendo e risalendo, le dita come quieti serpenti. Sento il tuo sorriso nascosto nel cuscino e ti dico che sono stato a prendere la colazione in un sogno in Portogallo, tu stavi alla finestra a fumare e poi devi esserti addormentata, conciliata dalla pioggia. E adesso dove siamo, adesso chi siamo? Siamo balene. Rido di nuovo, sai quanto mi piaccia chiamarti così e, se ricordi bene, la storia delle balene appartiene ad un fotogramma ben preciso e molto bello: quello della balena che vede gli uomini. Ti dissi che, secondo la storia e secondo la balena, il canto degli uomini non è una forma di richiamo bensì di lamento. Tutto ciò era molto triste, meglio essere balene dunque. Ne sono tuttora convinto e tuttora canto per te che ancora dormi in camera. Il mio fotogramma intanto sbiadisce lentamente, rigo a rigo sfuma nell’immaginario e nella pagina e s’intreccia con la pioggia e le lenzuola. Il mio inseguire sembra ormai vano, un folle rincorrere troppi ghirigori annodati tra loro, ma che bello questo rincorrere, quanto lontano siamo arrivati sguazzando tra pozzanghere e ghirigori! Senza ghirigori che fine faremmo? Saremo forse come uomini, incapaci di richiamare, incapaci di cantare? No amore mio, saremo come balene e canteremo.

Giovanni Paladini