CINQUE POSSIBILI INIZI. OMAGGIO AD ANTONIO TABUCCHI.

Le relazioni più stabili iniziano con un incontro banale, fortuito, destinato a confondersi nel quotidiano ripetersi di azioni. Come passeggiare tra gli scaffali di una libreria e comprare i libri in offerta. Lo direste mai, che un libro in offerta può diventare una chiave di lettura preziosissima nella vostra vita? Eppure io ero lì, l’ho fatto. Ho visto quel libro, l’ho scelto. O forse, lui ha scelto me. Ma il ricordo di questo gesto insignificante è destinato a scomparire. Se ne parlo, è solo perchè fingo di ricordare.

  1. Riva del Tago. Scenario azzurro, vento costante, luccichìo del sole che ferisce gli occhi. Una ragazza siede sul muretto dandomi le spalle. I capelli neri si divincolano dalla sua acconciatura. Sta lì e guarda il fiume, senza qualcosa da fare. Siede. Non ha un libro in grembo, le sue orecchie non sono ostruite da auricolari di nessun genere. Siede all’ombra di un alberello piantato sul cemento.  Davanti a lei, il Tago.
  2.  A una stazione del treno suburbano, Milano. Leggo Il libro dell’inquietudine di Bernando Soares. Rimango incastrata con un’unghia in un frammento. Non lo afferro. O forse è lui che si rifiuta di farsi leggere. Quel giorno incontro un amico. Non mi aspettavo di trovarlo lì, ci abbracciamo. Siamo destinati, io e lui, agli abbracci forti, perchè ormai ci ritroviamo solo per caso e viviamo distanti da anni. Lo trovo e durante il viaggio in treno gli faccio leggere alcuni frammenti del libro. Entrambi ne ridiamo ed è un po’ come anni prima, in due sul motorino, con i cappotti presi al mercato. Come un condor ipotetico, fu l’espressione di Pessoa che mi rimase impressa, dopo quell’incontro.
  3. Genova, che voltafaccia. Mai una volta che mi appaia uguale. Un momento è caotica, colorata, formicolante. Girato l’angolo, passata un’ora, deserta e malconcia come una vecchia amareggiata da una fila di amanti uno peggio dell’altro. E io che continuo a percorrere avanti e indietro le vie, instancabile. Guardo il porto dall’alto, il vento mi graffia la pelle. Sotto di me i gabbiani diffidenti e coraggiosi, mai indifferenti. Auto che sfrecciano, raggiungiamo il porto. All’edicola compro un cd dei Deftones. Lo ascolto mentre prendiamo commiato dal ventre umido di questa amante stracca. Un ultimo sguardo al suo ombretto opaco, le luci della sera si accendono, il sole ha voltato le spalle. Autostrada buia.
  4. Da piccola amavo il cimitero. Mi sembrava una città in miniatura, le tombe erano casette accoglienti, essenziali. Una lapide, un nome, una foto. Io sono qui. Ero qui. Pensavo all’avanzamento della decomposizione come a un’abbellimento del corpo. Ridurre all’osso.  Belli questi nuovi fiori, ma preferisco le margherite che crescono tra la lastra di marmo e il vialetto di ghiaia. I cipressi sono così calmi.
  5. Tutte le mattine un piccione si posava sulla finestra dello studio. Da quella finestra guardavo il traffico di Porta Romana. Se mi giravo appena verso sinistra, ero certa di vederlo, anche lui che mi guardava con il suo occhietto tondo e le piume appannate dall’aria malsana. Potevo aprire la finestra e lasciare entrare un filo d’aria, il rumore delle auto. Ho sempre lasciato chiuso, a volte preferisco leggere il labiale che affidarmi a un impulso sonoro. Cadere consapevolmente nella fallacia di un’interpretazione.

23 settembre 2015. Piove, l’aria è gelida. E’ esattamente così che dovrebbe essere il giorno dei morti. Sembra un momento perfetto per celebrare qualcuno che non c’è più, mentre si affaccia, tutte le mattine, dal suo ufficio in Rua dos Douradores a constatare il tempo.

Cristina Patregnani