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DALLE CINQUE ALLE SEI

La polvere di quella orribile stanza sembrava che lo guardasse. Si sentiva addosso gli occhi di mille inquietanti creature, nel buio di una spaventosa foresta, senza nessuna possibilità di fuga. Avrebbe anche potuto alzarsi da quel divano grigio vecchio e scappare a gambe levate, ma non sarebbe servito a nulla; doveva aspettare, fermo lì in quel triste angolo spento di mondo, in quella sciatta sala d’attesa di quel palazzo diroccato, o tutto sarebbe stato vano. Mesi e mesi di fatiche e crisi di nervi, notti insonni e incubi terrificanti, non poteva certo mollare tutto adesso, ad un passo dalla fine.
Dall’altro lato della stanza la porta restava chiusa e l’aria attorno immobile. Prese ad esaminare alcune riviste ingiallite dagli anni, a riposo sul tavolino di compensato in ordine sparso, probabilmente gettate li al momento della chiamata, dopo lunga attesa. Oggi, Gente, Chi, con le pagine inspessite dallo sporco. Anche se non ne portava il benché minimo interesse, andò con precisione a sfogliarle tutte, una per una, pagina dopo pagina, quasi a voller annullare la distanza fra sé e le inutili notizie di quegli anni lontani. Pensò agli anni Novanta, al decennio in cui era ancora un bambino come tanti, senza grandi complicazioni e problemi per la testa, senza gli affanni, perso com’era nelle dolci facezie di una preadolescenza fra le tante. Un articolo a doppia pagina riportava il sentimento del popolo inglese a seguito della tragica dipartita di Lady Diana; se ne ricordava a grandi linee, le sensazioni che provò al tempo, quel misto di stupore e inconsapevolezza. I britannici erano a terra, disperati, a pezzi, il loro sogno s’era infranto. Avevano perduto un faro di libertà e trasgressione, e s’erano ritrovati preda di quel fantoccio dalle orecchie a sventola e gli occhi da pesce lesso, con quella lumacona di Camilla a sostituire maldestramente la dolce principessa, e quell’arpia di regina coi suoi mille orribili cappellini. Pensò a quelli di sua nonna; erano tutti sui toni del viola, con un fiore appuntato sul lato sinistro. Ne aveva una decina almeno. Era una appassionata ammiratrice della regina di ghiaccio, ma era molto affettuosa. Ricordò tutte le volte che le faceva visita, in quella casa con le grandi vetrate colorate, fra fiori e piante, nelle domeniche illuminate da un sole generoso. Pensò a quanto desiderasse trovarsi di nuovo là, in quelle stanze baciate da sole, col pulviscolo leggero che volteggia controluce, anziché penare aspettando, in quella orrida sala d’attesa con la polvere a strati, immobile e stantia.
Erano già le diciassette e quaranta minuti, stava li dalle diciassette in punto, e ancora avrebbe dovuto aspettare chissà quanto; la porta, che pareva quasi allontanarsi ad ogni secondo, se ne stava li, inarrivabile e chiusa. Da fuori non proveniva alcun rumore, come se il mondo non fosse più esistito, come se gli esseri umani si fossero estinti; i muri spessi e la mancanza di finestre rendevano la stanza più simile ad una scatola sigillata che ad una sala d’attesa. Si sentiva soffocare. Dentro, solo le lancette dell’orologio a muro davano ritmo al nulla cosmico che pareva essersi formato. Il ticchettio continuo e inesorabile non faceva altro che accrescere in lui un certo grado di ansia; i minuti pesavano come macigni e dall’altra parte della porta ancora niente, silenzio assoluto. Cominciò a chiedersi se fosse normale, se al di là della porta ci fosse ancora qualcuno, se non l’avessero abbandonato ad un ironico e crudele destino, tutto solo in quella stanza fatta di polvere e vecchiume, solo nell’intero universo, condannato ad aspettare per l’eternità. Ore diciassette e cinquantatre minuti. La lancetta dei minuti pareva immobile. Nulla sembrava potersi muovere, solo la porta gli pareva che se ne andasse via, lontano, con movimento lento e impercettibile, ma inesorabile. I muri bianco sporco lo guardavano con odio e disprezzo, il tessuto rozzo del divano lo respingeva, rendendogli scomoda la seduta, mentre le riviste continuavano ad attirarlo a loro come per risucchiarlo in un mondo parallelo, una prigione dalla quale era impossibile uscire.
Ore diciassette e cinquantanove. Uno scricchiolio, un segno di vita. La maniglia della porta aveva compiuto un minuscolo movimento verso di lui. Stava per aprirsi. Il terrore lo assalì, il momento tanto atteso era arrivato, e il destino fradicio di terrore stava finalmente per compiersi. Un altro millimetro e la porta si sarebbe aperta, e con lei la fessura sgualcita dei suoi occhi, appesantiti dalla polvere di un’ora intera, fra le cinque e le sei.
Ora stava a lui.

Diego Perucci