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DALLE TRE ALLE QUATTRO

Da dove iniziare? Forse da qui, proprio da dove ti trovi, appoggiato alla sedia in ferro rugginoso di un bar, un piccolo barettino di San Giovanni Valdarno. Da qui,da dove ti trovi, puoi bene osservare l’interno del locale, la barista persa nelle fotografie attaccate al muro di fronte al bancone, un po’ sgangherate e storte. Riproducono scenari di piazze di paesi toscani, forse dei dintorni. Da qui vedi un altro cliente arrivare, entra per un caffè, ha l’aria stravolta.
Sono le tre del pomeriggio passate da quattro minuti esatti, e il caldo appiccicoso ha preso il posto del temporale. Sono le tre da poco e da aspettare c’è almeno un’altra ora, dovrai ritrovare il parcheggio per l’appuntamento, ma sarà facile, il tempo ti sarà d’avanzo. Un uomo anziano si avvicina traballando con la sua vecchia bicicletta gialla, di un giallo sporco e sbiadito da probabili decenni di reclusione forzata e inutilizzo nelle cantine del palazzo. L’uomo passa e se ne va. Oggi è il tre di giugno e il sole, quando spunta fra gli ultimi densi nuvoloni, già brucia come in piena estate.
L’altro cliente del caffè ha bevuto il suo e stringe una sigaretta fra le labbra, fa per uscire indugiando sulla porta spalancata, mentre racconta i fatti suoi alla barista, distratta da qualcosa oltre di noi, chissà dove. Guardi l’uomo sull’uscio del locale, gli vedi il pacchetto di sigarette nel taschino della maglietta e ti vien voglia di fumare, ti soffermi sulla curiosità che ti suscita lo spirito di emulazione tipico degli umani. Se sbadigli tu sbadiglio anch’io e neuroni specchio.
Corso Italia, dove ti trovi, offre alle quinte del tuo sguardo una gru, da un lato, in direzione del centro, e un viale alberato alla tua destra. Un furgone giallo con una scritta rossa parcheggiato al ciglio della via. La barista ha le braccia tatuate, una maglietta fine color crema, trasparente. Si intravedono degli altri tatuaggi.
Stai bevendo una Coca cola e pensi perchè ho ordinato una Coca cola che non mi piace nemmeno? Non capitava da anni, non ti piaceva più, che da ragazzino dicevi di averne bevuta troppa e allora basta. Ora non sai perché, ma una te la sei voluta bere e ti ci andava pure.
La Coca cola già non ti piace più, ha perduto tutto il suo frizzante ed è rimasto solo il fondo dolciastro e zuccherino che dà di chimico. Ti fai forza e la butti giù in un sorso, mezzo bicchiere, e ti sei levato lo sfizio. Hai anche spento la sigaretta e nel bar sembra come che non ci entrerà mai più nessuno, anche se Corso Italia ha preso a popolarsi, con il sole ormai inchiodato nel blu e il temporale lontano. Ma ti alzi, paghi e vai via, devi ritrovare il parcheggio, fuori dal paese. Poco più avanti, nel viale che costeggia un fiumiciattolo, un merlo cerca vermi saltellando nelle aiuole. Due anziani signori discutono da vecchi amici, di cose di famiglia, nella panchina. La mi figliola, il mi figliolo, quello strullo, e la su moglie e la mi zia e la tu mà, e avanti così. Ogni tanto una carrozzina sfila per il viale con genitori affranti al seguito. Un cagnolino viene di gran lena e ha già puntato il merlo, abbaia mettendosi ritto sulle zampe davanti. Viene richiamato, Sirio!, ma non ascolta, e il merlo si è già dileguato nelle fronde giovani degli alberi vicini. Deluso per la mancata occasione, Sirio si leva dalle aiuole e si riaffianca al padrone, un sidecar. Ora il caldo fa gli spilli arroventati, il sole declama la sua potenza e ci dice io sono ancora qui, un giorno non ci sarò più, ma è un giorno molto lontano, e adesso sono qui, ogni mattina, quando ti svegli.
Un uomo vestito di blu in completo acetato passa e mi incrocia correndo. Il legno delle panchine che costeggiano il viale, spalle al fiumiciattolo, si sta asciugando a vista d’occhio. Si solleva una piccola brezza e per un attimo il clima è perfetto. Il merlo è tornato col vento e saltella a pochi metri, nella macchia di verde prima del ponticello. Sirio è lontano abbastanza e sono le quattro. Il parcheggio è in quella direzione, superi il ponte in ferro e lamiera e attraversi la strada. Sono le quattro di già e un’ora passa davvero in fretta. Ti arrovelli sul senso dell’attesa, sul perché dell’aspettarsi, sempre. Ti aspetto li, ti aspetto all’angolo, ti aspetto da ore, da una vita. Si aspetta sempre, si aspetta agli angoli delle piazze, sotto l’ombra dei platani del parco, si aspetta in fila alla posta, in banca, si aspetta la pensione, lo stipendio. Si aspetta sempre, e ti pare che non si faccia mai altro. E allora aspetti, sei leggermente in anticipo, mancheranno si e no due o tre minuti, non molto, ma ti scoccia, che devi aspettare, ancora. Si aspetta sempre, qualcuno o qualcosa, ma si aspetta. Tu aspetti qualcuno, per poter poi finalmente risalire in auto, sistemare lo specchietto retrovisore, allacciare la cintura e poi tornare infine a casa, dove aspetterai la cena, il film della sera e a letto, sotto le lenzuola leggere, aspetterai il sole che sorgerà di nuovo, come ogni mattina, sognando, dormendo un sonno vuoto senza sogni, o vegliando con gli occhi fissi al soffitto, due puntini di luce fioca nel buio della stanza. Ma aspetterai, che non ci sono altre soluzioni, che smettere di esistere per il tempo dell’attesa e poi ricomparire non è possibile.

 

Diego Perucci