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DEL PERICOLOSO MESTIERE DELLO SCRIVERE CONVOCANDO FANTASMI

 

La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta”.

Fernando Pessoa

 

Un amico mi ha detto che no, non dovevo continuare a farlo, non dovevo convocare nella notte lo spettro dello Scrittore. E’ stato perentorio, però non ricordo dove eravamo.

 

La notte scorsa è venuto a visitarmi. Era una notte stellata e i raggi di luna disegnavano coni di luce sull’armadio, gli scaffali della biblioteca, il pavimento. Non è stato come le altre volte. Mi è apparso all’improvviso senza che io lo avessi invitato. Era lì, davanti a me, magro magro, con il borsalino calcato sulla testa malgrado ci fosse caldo, gli occhialini cerchiati in oro, i baffetti radi, il viso emaciato. Gli ho chiesto “le preparo un caffè?”

L’amico ha continuato imperterrito “credi che ti dia gli ingredienti per carpire il suo segreto? I grandi scrittori sono come i grandi cuochi. Non ti sveleranno mai cosa rende speciali i loro piatti…” “ammesso che lo sappiano”, l’ho interrotto.

Con quella sua voce fioca che sembrava venire da distanze siderali mi ha risposto “no, no, preferirei dell’acquavite, ma non si disturbi, lasci perdere”. Poi ha taciuto. Era più silenzioso del solito. Appariva e scompariva dal cono di luce come un attore sul palcoscenico. Quando vi entrava lo vedevo lisciarsi i baffi come fosse un tic, mettere e togliere gli occhiali in continuazioni. Solo in questa notte stellata mi sono accorto che i mei baffi sono identici a i suoi e me li liscio proprio come fa lui, che metto e tolgo gli occhiali con gesti che ricordano i suoi.

L’amico mi ha incalzato “mai scherzare con i morti, ancora di più se sono scrittori noti. Mai avere commerci con loro, è pericoloso, molto pericoloso”. E io “pericoloso perché?”

Ha ripreso a parlare con un filo di voce e mi ha spiegato che si scrive perché vivere non basta. In quel momento ho capito perché era venuto a farmi visita, così, all’improvviso. La sua vita era stata un ronzio, un rumore di fondo in mezzo ai clamori del mondo, un pianissimo che rischiava di diventare silenzio. Mi stava consegnando la sua biografia fatta di nulla o quasi, gesti minimi, eventi minimi, un sussurro. Perché proprio a me che sono nessuno? Forse perché mi sono preso cura di lui, l’ho accolto e ascoltato nelle mie notti insonni e ho chiacchierato a lungo con lui.

L’amico non la smetteva di ammonirmi e mettermi in guardia. Mi ha detto “se continui a convocare spettri come questi va a finire che ti confondi, non sai più chi sei, ti credi di essere loro, sei tu e loro. Un guazzabuglio”. Si è preso una pausa poi, senza darmi la possibilità di replicare, ha proseguito “guarda cosa è successo al portoghese”. E io, sconcertato “al portoghese?” “Non fare lo gnorri, sai benissimo a cosa e a chi mi riferisco”.

Sono parole che ricordo perfettamente come se le avesse pronunciate ora.

Ma dove eravamo?

Ha indugiato a lungo nella stanza. Dalla finestra aperta entrava il profumo delle notti d’estate e si udivano i grilli cantare. Mi sono messo a pensare alle estati della mia infanzia quando correvo nei prati, quando, alla sera, andavo sul balcone a osservare le stelle, quando andavo nei campi dietro la ferrovia a vedere il sole che tramontava e i treni passare.

Poi ha sussurrato “eteronimo” e io ho sussultato. Lui ha aggiunto “pagherai per tutto questo”.

Ma dove eravamo?

Forse stavamo passeggiando sul molo ed io mi dicevo che i moli sono nostalgie di pietra mentre mi aveva assalito una nebbia di sentimenti e tristezza a scrutare le navi che veleggiavano tra molo e mare aperto; e io contemplavo il punto in cui il cielo si congiunge al mare pensando che nell’abisso che si apre oltre la linea dell’orizzonte c’è la risposta ad ogni nostro quesito e che in quell’oltre potremmo leggere, meglio che con i fondi di caffè, il nostro futuro.

E’ svanito nel nulla. E subito mi sono sentito invaso da una indicibile malinconia. Ho avuto la certezza che non sarebbe più tornato.

O forse è stato quando chiacchieravamo con i gomiti appoggiati al davanzale della finestra e io ho avuto la tentazione di togliere la mia maschera, rinunciandovi, però, perché avrei visto, guardandomi allo specchio, solo il mio viso invecchiato. Chiacchieravamo e guardavamo fuori. E’ allora che abbiamo scorto il nostro amico Stefano che entrava nella Tabaccheria di fronte.

Ma eravamo davvero lì? I ricordi si sfilaccino, si ingarbugliano.

Sono andato alla finestra. Ho guardato fuori. Di lui nessuna traccia. Mi sono sentito strano. Ero io e non ero io. Ero strano e malinconico. Intanto stava sorgendo il sole. La Tabaccheria era ancora chiusa.

ANDREA CABASSI