DI QUANDO SI ABITA DI FRONTE UNA PALESTRA

 

E’ una perfezione assoluta, e quasi divina,

saper godere sinceramente del proprio essere.

Noi cerchiamo altre condizioni perché non comprendiamo

l’uso delle nostre, e cerchiamo di uscire da noi perché non sappiamo quale uso si può farne.

Così abbiamo un bel montare sui trampoli, ma anche sui trampoli bisogna camminare sulle nostre gambe.

E anche sul più alto trono della terra non siamo seduti che sul nostro culo”.

 

Montaigne

 

 

Abitava di fronte ad una palestra.

Abitarvi davanti è nella maggior parte dei casi ironico, per via di situazioni che si creano e che lasciano perplessi, liberamente tratte da un certo tipo di produzione cinematografica americana anni novanta e ispirate a quelle micro sequenze che ritraggono una New York di grattacieli a vetrina, con l’interno di un appartamento illuminato e il proprietario affacciato a fumare, mentre di fronte, pochi piani più sotto, una serie di newyorkesi si spreca in un rito collettivo che sa di convenzione sociale, ed è come guardarsi in faccia. Immagine che fa da metafora ad un’America che corre e che si riflette nei vetri dei suoi palazzi. La differenza, fra l’ironico delle situazioni e l’abitarvi costantemente davanti, sta nel fatto che si vive a vista di una palestra qualsiasi in una qualsivoglia città, altra rispetto alla più ironica New York. In questo caso, molto meno ironico, il fatto che si viva di fronte ad uno di questi luoghi, non implica necessariamente la conseguenza che qualcuno che li vi abiti possa interessarsene.

Lui abitava di fronte ad una palestra, benché questo non lo colpisse minimamente.

Giusto per curiosità, vi basti sapere che l’inquilino di questo nostro qualunque appartamento preferiva considerare più salutare uno sport di squadra, magari all’aperto; spesse volte aveva giocato a beach volley, prima di chiudersi in casa per lunghissimi periodi. Aveva infatti preso l’abitudine, così come i suoi coinquilini, di vivere letteralmente l’appartamento, dopo essersi slogato un piede giocando proprio a beach volley; a lui spettava vivere il letto, li si era sdraiato dopo il suo piccolo incidente e da li non si era praticamente più alzato, se non per andare in bagno. Gli altri tre si spartivano la sedia e il tavolo, l’armadio, e l’angolo dietro la porta.

Nella stanza accanto c’era il bagno, di fronte la cucina.

Abitavano in una stanza, dividendosi le ricchezze che questa poteva offrirgli, in un gioco che spaziava fra l’odio reciproco e il puro delirio; iniziarono fin da subito i problemi, quando uno di loro, il ragazzo che viveva dietro l’angolo della porta, prese a lamentarsi della sua a dir poco disdicevole situazione. In un pomeriggio assolato, immerso nella lettura di una rivista, chiese all’abitante del tavolo e della finestra di aprire un poco le scuri, per non stancarsi troppo gli occhi.

– Scordatelo! Il sole mi da fastidio, mi picchia sulla testa e non riesco a concentrarmi. Ora smettila di lagnarti e lasciami studiare in pace!

– Ma giusto un pochino, così m’acceco!

– Facciamo così: se mi dai cinque euro apro un po’.

Risentito, l’abitante dell’angolo dietro la porta pagò, e la scure, per il magico potere dell’economia, s’aprì d’un poco.

Ci fu una volta che l’abitante dell’angolo dietro alla porta, minacciando da giorni il suo suicidio, s’accinse a scrivere il suo biglietto d’addio al mondo, in una bella calligrafia, il foglio ordinato e pulito, d’una carta spessa e bella, e completandolo, s’ appoggiò, schiena contro il muro, pensando lungamente a come effettuare l’atto ultimo di una intera vita, senza però giungere ad una conclusione. Per buttarsi dalla finestra avrebbe dovuto pagar dazio. Restò pertanto bloccato lì, per ore ed ore, senza far niente, fissando il muro davanti la sua faccia, mentre gli altri tre, noncuranti della cosa, continuavano le loro attività; l’abitante del letto stava sdraiato, quello della finestra e del tavolo fissava fuori dai vetri la gente passare, i muri delle case e le finestre della palestra di fronte, e quello dell’armadio lo si sentiva fischiettare l’ Habanera della Callas da dietro le ante. Dall’armadio però, una sera, si sentiva ormai da tutto il giorno solo silenzio; il suo abitante era triste. Desiderava infatti affacciarsi fuori dalla finestra, aprirsi alla luce della luna, fischiettare da lì, guardandosi in giro. I muscoli atrofizzati lo costringevano però a restare, accucciato in un angolo buio, con un cardigan a fargli compagnia, penzoloni sopra alla testa. Prese a piangere, mentre quello del letto si stendeva i muscoli, stiracchiandosi, in lungo e in largo.

La loro vita non era certo facile, ma era l’unica che si erano scelti da soli, e non avevano semplicemente voglia di cambiare idea. Lasciarsi vivere coincideva con quello che per loro era il male minore, sebbene questo fosse in realtà una vera e propria lotta di sopravvivenza, graduale e progressiva, guidata anche da una sorta di orgoglio. Non potevano che scoprirsi sempre più odiosi, quando l’odio che si provava per l’altro, altro non era che il semplice bisogno del servizio offerto, acquistato, contrattato, e sul quale vigevano le stesse leggi del mercato mondiale in crisi, con aumenti incondizionati dei prezzi, truffe e fallimenti pilotati di ogni tipo. Era un commercio d’illusioni; l’aprire d’un poco la scure per far entrare la luce iniziò in breve a costare dieci euro, il doppio rispetto a prima.

Nel 1970, Thomas Bernhard scrisse che la cosiddetta convivenza ideale è una menzogna, ma i quattro nostri mentivano a loro stessi, prima che agli altri, esseri umani non poi così viventi, inconsapevoli di avere nell’imo uno sterminato conflitto con loro stessi, dal quale nasce una sostanziale incapacità e una terribile inconcludenza, nonché un odio profondo per il prossimo e per tutto ciò che attorno gli gravita.

Il mondo che s’erano creati era la riproduzione, in scala minore, del mondo reale, con le sue tensioni perenni e i suoi equilibri tali da mantenere, in una escalation di attriti, le bombe atomiche sempre al loro posto. Sostituirono poco a poco la violenza dell’uomo primitivo con il diritto della società evoluta, progredendo in uno specchio di civiltà, ricreato a modello del reale e sbagliato anch’esso sin dal principio. Stabilivano accordi fra loro, intavolavano fasulle democrazie e fantasiose diplomazie, contratti economici e di servizio, assomigliando al mondo vero anche per la falsità e la convenienza dei loro atti. Leader indiscussi di una Repubblica delle banane a testa, pugnalatori, approfittatori, iene fra loro. Chi più, chi meno. Dall’angolo dietro la porta e dall’armadio era tragicamente più difficile offrire merce di scambio appetibile ai mercati. Arrivarono ad aprire delle vere e proprie sedute giornaliere di commercio e di scambio, simili alle risse di Wall Street, durante le quali davano sfoggio delle più infime trattative e delle peggiori umane derive. Colui che nella sostanza otteneva maggiori successi era, per ovvie ragioni, l’abitante del letto. Tutti, prima o poi, avrebbero desiderato trovare riposo per la schiena così ardentemente da pagare anche cifre da capogiro. Dormiva infatti sogni d’oro, incallitasi la sua sensibilità, in una piega di cinismo. Sognava la notte, di mondi variati e mitologie esotiche, vite vissute di placide e pacifiche esistenze, concerti di pulci di mare, porcospini americani con foglie flabellate a far da ventaglio a dolci fanciulle, coste sterminate dei mari freddi del nord, ricoperte di alghe feoficee, pascolate da anatre delle regioni artiche, acque profonde e danze di pesci rondine e sanguinerole, musici, serventesi, giardini scolpiti e cespugli di sanguinella dai frutti a drupa nera. Sognava di cavalli che annunciavano un nuovo regno di Dio e sognava elefanti, quadrifogli, sabbie pure e bianche di spiagge calde. Poi si svegliava e combatteva nel mercato, cacciando gli artigli. La lotta quotidiana teneva altissimo il livello d’allerta; nessuno di loro perdeva l’attimo per approfittarsi di qualcosa. Un mattino l’abitante del letto, osservando di sott’occhio gli altri, cacciò da sotto al materasso una bottiglia di vino bianco.

– Caldo, ma buono. Disse.

Dal cuscino estrasse un cavatappi, e prese a bere lungamente, in silenzio, mentre gli altri lo guardavano di sguincio. Dall’armadio si sentì una voce timida.

– Non so cosa darei per un bicchiere di quel vino…ho qui con me sette euro, possono bastare?

– Arriva a dieci.

L’abitante dell’armadio si frugò le tasche, guardando meglio anche nel suo nascondiglio segreto, la tasca di un paio di jeans sgualciti.

– Ne ho nove e quaranta.

– Andata.

L’abitante del tavolo si offrì subitamente di fare da tramite, allungandosi sulla sua sedia da ufficio, pretendendo però una percentuale pari al trenta per cento sul prezzo pattuito dai due. Dall’armadio, apertosi d’un poco, uscì un braccio, teso verso il bicchiere colmo. L’abitante del letto fece fuori l’intera bottiglia. S’alzò d’uno scatto, barellando quanto basta per non cadere, e si diresse verso il bagno; sapeva che nessuno si sarebbe potuto impadronire del suo letto, avendo da pochi giorni installato un allarme, ma sulla porta si trovò l’abitante dell’angolo che, finalmente sprezzante nei confronti di qualcuno, allargò un sorriso sino alle orecchie, sussurrando ‘gabella’.

Era quando si affacciava il mattino, quello ancora fresco della notte, che le anime sfinite dei quattro nostri si distendevano per la stanchezza, rattrappite e scalfite da ore di tensioni, dall’esercizio quasi perenne teso a scovare i milioni di modi possibili per essere crudeli. Il raggio di sole sul balcone, la mattina presto, una nuova malia che legava e imbavagliava le volontà dei quattro, che spazzava via le micragnose loro attitudini. Il nuovo giorno offriva allora poche ore di pace, distruggeva in pochi intensi attimi il granguignolesco vivere, nato in quella stanza come un orrido stare, un insulso lasciarsi distruggere a vicenda. Ma il mattino dura poco, se poi devi sopravvivere, e scalciare nel mondo che ci si è creati, nella prigione che ci si è inventati, in quella ammaliante follia nata da disturbate menti che, al vivere la vita piena, preferiscono farsela scivolare addosso come olio.

La pietà divenne così anch’essa un gioco di potere; impararono dalla storia, dai libri di storia, che per essere potenti si deve avere pietà, spacciandosi in tal modo come buoni o magnanimi. L’abitante del letto prese accordi con quello del tavolo e della sedia, al fine di intavolare un vero e proprio piano Marshall per salvare l’abitante dell’angolo dietro la porta. In cambio di viveri, che per lui già cominciavano a scarseggiare, egli avrebbe dovuto assicurare loro il passaggio gratuito dalla porta per un lungo periodo, divenendo così una sorta di protettorato.

Dal letto e dal tavolo venivano quindi sommariamente dettate le condizioni di vita, gli argini del progresso, deliberate nuove teorie economiche che assurgevano immediatamente, senza nessuna possibilità che venissero pubblicamente discusse, a verità universali. Un giorno, si mostrarono agli occhi del mondo, del loro piccolo mondo, come muscolosi salvatori di quegli equilibri che loro stessi erano andati creando; decisero di comune accordo, costringendo anche l’abitante dell’angolo dietro la porta a sottoscrivere, di esportare la democrazia nell’armadio, da tempo troppo silenzioso, accusato per questo di nascondere potenti armi al fine di ordire alla distruzione del sistema a lui avverso. Etichettato come infedele, venne sottoposto ad un terrificante e lungo embargo, vedendosi inginocchiato infine, ai potenti voleri dei ricchi. Riflettendo fra se, si chiese una notte, nel buio delle ante chiuse, gli occhi vuoti di tristezza, se essi avessero così agito per paura del diverso, o per semplice esercizio di potere; l’uomo è sinceramente cattivo, poiché profondamente insicuro.

Dall’inferno della solitudine, persi per il mondo sconfinato, del quale non sapevano più vivere ne i pregi ne i difetti, i quattro nostri si erano rinchiusi nel nuovo inferno della vita in comune, immersi in una disperazione che sapeva di auto esilio, ferendosi l’un l’altro. Dall’impossibilità di convivere con loro stessi, si affidarono al convivere con altri, superando il problema senza capire che ci si sarebbero ritrovati nuovamente immersi sino al collo; convivevano pertanto, problematicamente, prima con la loro solitudine, poi con la loro incapacità di relazionarsi agli altri e quindi, di nuovo, con l’impossibilità di vivere in pace con il loro stesso intimo, come cani che si mordono la coda.

Spinti verso il fondo, la rovina. Vivevano in quattro in una stanza ed erano, ognuno a suo modo, soli; è pertanto ammissibile credere che, in un arco di tempo ragionevole, avrebbero prima o poi sognato nuovamente una solitudine del tutto sola, singola, solamente loro. Lo stare insieme, in uno stesso piccolo spazio chiuso, di più solitudini, li avrebbe spinti a desiderare di stare soli davvero.

Vi era in atto una sorta di guerra fredda, bilanciata da infamie e bugie, tese a sminuire il potere altrui.

L’abitante del letto fu travolto da uno scandalo sessuale; chissà cosa faceva, la notte, di nascosto, fra quelle lenzuola. La sua egemonia, dapprima pareggiata con quella dell’abitante del tavolo e della finestra, si frantumò nel giro di poche notizie le quali, si sa, corrono veloci, soprattutto quando veicolate da mezzi d’informazione controllati da avversari politici. L’abitante del tavolo si trovò quindi a possedere presto la totalità dell’informazione, del potere, e del controllo repressivo. Pagava infatti grosse cifre all’abitante dell’angolo dietro la porta per escludere sistematicamente l’abitante del letto da ogni tipo di affare, mentre ormai da tempo controllava l’armadio con un fantasioso e immaginario contingente di occupazione militare.

Venne anche il tempo delle rivoluzioni. La primavera dell’abitante del letto infuriò crudelmente; gli fu sufficiente pagare una cifra superiore all’abitante dell’angolo dietro la porta, rispetto a quella offertagli dal tavolo e dalla finestra, per ottenere nuovi consensi popolari. Il suo potere d’acquisto s’impennò e tornò presto al ruolo di più alto controllo all’interno della stanza; fra le lenzuola, in un atto di pura superiorità, si dava fuoco alla bandiera dell’abitante del tavolo, il disegno di una finestra, su campo blu. Il contingente militare dell’abitante del tavolo e della finestra fu costretto a rapido ritiro, mentre nuove truppe, fresche e assetate di saccheggi, s’infiltrarono nel tessuto civile e sociale dell’armadio, oramai da troppo tempo controllato e sottomesso per poter sperare, un giorno, di alzarsi sulle sue gambe e governare il suo territorio, mirando magari anche a espandere i suoi confini di controllo e potere. La rivoluzione, da quelle parti, era cosa lontana.

Cercò anche, disperatamente, di ribellarsi al giogo nemico, di uscire finalmente da quelle terribili e buie ante di legno, ma i suoi innumerevoli e ripetuti tentativi furono sistematicamente repressi con violenza. Schiacciato oramai da tempo dal duro e crudele embargo cui era sottoposto, l’abitante dell’armadio, per la forte frustrazione che la sua situazione comportava, decise di tentare il suicidio. Le modalità per farla finita, dopo una accurata selezione protrattasi per una notte intera, si risolsero ad una sola: lanciarsi dalla finestra. Dovette però desistere, in quanto per esercitare questo ultimo suo desiderio, avrebbe dovuto versare una quota economicamente proibitiva all’abitante del letto per poter uscire dalle ante, ed una, forse più alta, a quello del tavolo e della finestra, per farsela aprire. Mentre l’abitante dell’armadio cercava di sciogliere il suo problema nella morte, quello del letto e quello del tavolo, in un accordo diplomatico, disponevano l’eliminazione fisica dell’avversario; sottomesso, troppo pericoloso e instabile. La sua defenestrazione sarebbe dovuta servire da deterrente per altre ipotetiche forme di ribellione, nell’eventualità che l’abitante dell’angolo dietro la porta potesse pensare di voler riprendere in mano il controllo di se stesso.

La notte successiva, colto nel sordo torpore del dormire, la defenestrazione se lo portò via.

In una microfrazione di secondo riuscì ad aprire leggermente gli occhi e a vedere, di lassù, la luna e la realtà tutta delle cose, di sotto, le case spente, il nero asfalto, la palestra. L’accordo stipulato fra i due carnefici prevedeva anche la ricerca di un nuovo inquilino. Sul portale del sito di affitti si poteva leggere

-Cercasi inquilino, no perditempo, no settimana corta, preferibilmente matricola.

Passati tre giorni Joao Eriberto era il loro uomo; direttamente da l’Algarve. Erasmus.

In mano teneva una chitarra.

 

Diego Perucci