Ricostruzione di un sogno, Elisa Dama

ELISA DAMA. Tra me e lei, la didattica nel confronto artistico. PARTE 1.

ELISA DAMA
Elisa Dama nasce a Cologne nel 1947, per poi trasferirsi a Bergamo agli inizi degli anni Sessanta dove prosegue i suoi interessi artistici e le sue inclinazioni. Si iscrive al Liceo Artistico Statale di Bergamo allora annesso all’Accademia di Belle Arti di Brera dove incontra come docente Francesco Tabusso, distaccato da Milano e inviato ad occupare la cattedra di Pittura nella nuova sede bergamasca. Tabusso a quell’epoca era considerato l’erede di Felice Casorati, uno tra i principali esponenti del Realismo Magico. Tabusso assorbì gli influssi di Casorati mischiandoli all’influenza della città di Torino in cui era cresciuto. Queste sono alcune delle circostanze che influenzeranno indirettamente la produzione di Elisa. Negli anni Sessanta si colloca lo snodo italiano delle Neo Avanguardie, periodo in cui la cultura torinese vive una stagione di crescita esponenziale: tale crescita fu favorita probabilmente dalla presenza di Luigi Carluccio che negli anni Sessanta firma alcune delle più significative opere del secondo dopoguerra. Elisa quindi viene toccata indirettamente dall’influsso torinese a cui va aggiunto quello milanese, che nel periodo in cui l’adolescente viaggia da Cologne a Bergamo per studiare al Liceo, continua a pesare non poco nella cultura del territorio lombardo.
Da Torino due riviste giungono allo sguardo della giovane studentessa: da un lato la storica “Orsa Minore” nata nel 1953 e diretta dal suo professore, a cui partecipano alcuni dei più importanti pittori e intellettuali di rilievo torinesi, tra cui il poeta Edoardo Sanguineti; dall’altro lato “Surfanta” (acronimo di Sur-realismo e Fanta-sia) una rivista nata proprio negli anni sessanta che divulga in Italia il verbo surrealista.
Il primo catalogo di Elisa Dama risale al 1971 nel momento in cui sta entrando nella vita attiva dopo gli studi e la formazione. Stampato per la prima personale nella bresciana Galleria San Michele, nel catalogo afferma di essersi formata sotto la guida di Tabusso, dove per questa ragione riproduce una sua opera intitolata Ricostruzione di un sogno. Tabusso e sogno, ovvero Tabusso e Surrealismo: questo rimarrà come un filo rosso sotterraneo di tutta la sua produzione.
L’importante influenza di Tabusso apparirà attiva nella pittura di Elisa, soprattutto nel periodo iniziale, per poi attenuarsi con la maturità e lo sviluppo del suo linguaggio personale, stilisticamente utile e decisiva per certe scelte espressive.
Elisa Dama partecipa a numerose mostre collettive e concorsi. È protagonista di altre due esposizioni personali che vanno aggiunte alla sua attività, entrambe alla Galleria La Cornice di Desenzano del Garda, la prima nello stesso 1971, la seconda oltre dieci anni dopo nel 1982. In seguito l’attività espositiva verrà quasi del tutto abbandonata, verranno meno le presenze in concorsi e rassegne: le testimonianze di chi l’ha conosciuta ci dicono che Elisa produrrà opere solo per se stessa o per amici. Elisa concepisce l’opera d’arte come parte di sé, a cui non poter dare un prezzo; l’opera è filigrana in controluce dell’animo, poco adattabile e confrontabile con i ritmi di un mercato che diventa sempre più frenetico nel richiedere quantità, costanza, formato, temi, spersonalizzando quindi il lavoro dell’artista. Il fulcro del lavoro di Elisa è sostanzialmente il porre una domanda per riflettere sulla vita: l’opera è uno stato d’animo, una riflessione, un problema posto in termini iconografici e molto personali, che va quindi ad interrogare sia l’artista sia chi guarda i suoi dipinti. Elisa Dama scrive in uno dei suoi cataloghi del 1982 “ È facile scalare una piccola montagna rossa, difficile è non ascoltare le strane voci; se riesci hai trovato le porte del tempio.” Questa frase (1) racchiude il senso della sua arte e di quello che attua negandosi alle gallerie e ai concorsi d’arte. La persona, l’individuo, la riflessione libera e personale sull’esistenza appaiono come l’ambito prioritario da sommare ai pochi dati disponibili di una biografia schiva; la sua chiusura è scelta, fa parte del suo modo di comunicare lasciando una traccia diversa e poetica attraverso la pittura.
Il cammino artistico di Elisa Dama inizia con prove giovanili dove si possono già intravedere le prime fonti di ispirazione: in uno dei primi quadri, Paesaggio, vediamo un’interpretazione libera della natura. Nell’opera si riscontra un’immagine tipica del linguaggio pittorico utilizzato dagli artisti nel periodo tra le due guerre. In queste esperienze giovanili, Elisa si muove guidata solo dal piacere dello sguardo e dalla volontà di bloccare su di un supporto l’immagine che le si presenta.
Anche in un lavoro come Deposizione nella sofferta immagine della Madre con il Figlio disteso tra le sue gambe, possiamo notare la libertà del segno. In questi casi la giovane artista è guidata dal desiderio di vedere in modo artistico e dal bisogno di dire. In queste prime sperimentazioni già si vedono le qualità innate di Elisa, e l’opera appare come testimonianza di sé.
Datata 1968, l’opera Senza Titolo, si propone come ricerca più adulta dell’autrice. L’iconografia è caratterizzata da un gruppo di figure femminili accostate come accovacciate; lo spazio non è delineato, manca la prospettiva così come manca un’indicazione narrativa che invece nelle opere più mature sarà sempre presente. Le figure accostate senza spazio in contrasto di una tonalità più calda del bianco e del nero si caratterizzano in una composizione-omaggio al suo maestro di accademia.
Si può supporre anche che la pittrice abbia conosciuto almeno le opere di uno scultore attivo in quel periodo rimasto in disparte rispetto alle vicende del mondo dell’arte; parliamo di Giuseppe Gorni, mantovano, che nelle forme e nelle figure femminili esprime la tenerezza e la forza delineata da Elisa in questo quadro. Senza Titolo è l’opera da cui possiamo partire, al di là dei possibili riferimenti, per capire dall’assoluta pulizia dell’immagine, una sintesi anticipatrice di numerose scelte linguistiche successive. Sul finire del decennio sessanta Elisa ha 20 anni e in lei c’è la ricerca di un equilibrio tra il ricordo del suo maestro e la sua autonomia. In questo periodo realizza un gruppo di opere che sono riconducibili alle influenze cha abbiamo segnalato, notando anche un uso dei temi del fondatore del movimento metafisico Giorgio De Chirico. Lo si nota per la presenza e l’uso di donne-manichini che, nel caso di Elisa, mantengono caratteristiche più umane e di personalità.
Possiamo vedere l’opera Due figure al tavolo, interpretandola come una sintesi formale non dissimile da quella del quadro precedente. Ma già alcuni elementi, tra cui la prospettiva e la cromia, ci aiutano a collocare la ricerca di Elisa in una dimensione più propria. Notiamo i bicchieri in primo piano e il vaso con fiore, per segnalare quel riferimento accademico a Tabusso che stiamo esplorando, cui si aggiunge quell’irruzione della fantasia della giovane, che evidenzia una sintesi che sempre la caratterizzerà, tra immaginazione e ironia. Dietro al disco di luce, forse una luna, Elisa Dama fa spuntare quattro diavoletti dallo sguardo rosso, che non incutono paura, ma che ascoltano, forse con capricciosa curiosità, la conversazione delle due figure femminili, certi di conoscere le verità inconfessabili degli umani.
È chiaro dunque già da qui che Elisa vuole raccontare, senza confondersi nella storia e senza scendere nel quotidiano: non vuole ascriversi ad una moda o ad una corrente “ascolta il suono dei fiori quando sbocciano” scrive molto più tardi, segno di indipendenza dalle mode. I fiori quando (2) sbocciano non fanno rumore, Elisa con questa frase dice di non ascoltare le chiacchiere di chi cerca di deviare i tuoi intenti o di instradarti in qualcosa che non senti tuo, ascolta il silenzio, ascolta i tuoi pensieri, ascolta te stesso solo così potrai sbocciare come un fiore. Nella sua opera che evolve, rimangono i bisogni di essere in modo sincero se stessa attraverso l’immagine, a volte attraverso la parola. Se seguiamo gli appunti ritrovati e le lunghe titolazioni dei quadri, rimangono i segni di una testimonianza che cerca di esprimere un’individualità tesa alla ricerca di una personale autenticità. La giovane autrice non spreca il nucleo di formazione e il talento da cui è partita: porta a misura gli apprendimenti della formazione ricevuta e lentamente tende a staccarsi da formule consuete per giungere ad una figurazione schematica e ridotta. Cambia anche completamente la gamma dei colori utilizzati: dall’azzurro/verde passa al bianco con lampi di rosso acceso.
Lo schematismo serve ad Elisa per ironizzare, sottolineare con distacco, esprimere con saggezza e malinconia il suo intento e forte sentire. Oscar Di Prata, pittore bresciano, scrive del lavoro di Elisa :“Uno strano “assemblage” linguistico di forme e colori emblematicamente espresso, con criterio di sintesi e di ordine, una specie di raffinato rebus dell’immagine” . (3) Effettivamente è come se Elisa ci suggerisse, senza darci una soluzione, modi e momenti per riflettere su vari temi. Ci apre finestre di pensieri, intuizioni rapide e conclusioni a volte amare. Tra passione e ironia si presenta una visione della quotidianità in cui forse il tono complessivo scorre più facilmente in una visione malinconicamente amara; l’ironia porta a volte al sorriso, ma serve solo a sostenere una lettura inquieta. Tra gli anni Settanta e Ottanta, la pittrice decide di allontanare da sé la pittura come unico mezzo espressivo. Dopo la mostra alla Cornice di Desenzano, da dove abbiamo tratto le riflessioni di Di Prata, non abbiamo più un’attività espositiva, ma un diverso modo di utilizzare l’immagine; le opere documentate da quel momento sono parte del suo individuale sguardo sul mondo. Questa svolta segna una sorta di spartiacque tra il bisogno di essere nell’arte e il bisogno più intenso di essere nella vita. Elisa Dama riconduce l’immagine della figura umana ad una sorta di duplicità rappresentativa: una parte viene evocata in forme figurali, con volti delineati, dove anche il tronco è delineato con un rigore che ne sottolinea l’espressività a volte anche dolorosa. Il resto del corpo viene ridotto a manichino (De Chirico), stilizzato e semplificato. È una scelta linguistica, che suggerisce la sua critica alla società massificata, critica che l’artista volge anche al mondo-mercato dell’arte. Elisa dichiara di non voler evocare solo la gioia o il dolore, ma porre in relazione individualità e massa, confutando una presenza omologante da cui occorre distinguersi. Da qui il senso constante dell’aforisma e della massima, come carattere delle sue opere, da qui i titoli lunghissimi che non sono titoli, ma riflessioni a cuore aperto, frasi scritte per coloro che leggeranno e conserveranno il suo pensiero. Per questo la scelta di uscire dalla mischia della produzione artistica, il rifugio nella biblioteca, e nel progetto educativo e culturale, cui la pittura non può pienamente rispondere. Il passaggio stilistico è una scelta che va oltre le esperienze espressive da cui era partita. A meno di vent’anni dall’inizio delle sue sperimentazioni, la ricerca ha cambiato completamente senso e si comprende la non partecipazione alle mostre e alla vita del mercato dell’arte e la produzione di opere come espressione complessa di un pensiero personale da donare alle persone conosciute. Il nuovo mondo che Elisa delinea è un mondo dal sorriso amaro. I suoi protagonisti stilizzati si dibattono contro le difficoltà insormontabili della vita: il suo personaggio è l’uomo anonimo che si misura con le contraddizioni dell’esistenza. I personaggi di Elisa siamo noi, così :“Amare gli altri diventa l’unica vittoria possibile”, “le peggiori cose della vita non sono le meschinità che si sono dette ma… le cose mai dette”. (4) Ritroviamo in questi scritti, il senso dei dipinti. Non a caso la sua produttività si attenua ed Elisa abbandona alla fine della sua vita l’omino stilizzato per tornare occasionalmente alla pittura come l’aveva praticata negli anni formativi, come svago. Non è più interessata all’arte in forma diretta, ma alla saggezza. Vuole verificare se stessa e il suo rapporto con il mondo, vuole che la pittura esprima quello che ha accumulato nella vita: come allieva, come insegnante e poi come educatrice e animatrice culturale, ma questo è un progetto a cui la pittura può dare un limitato apporto. L’opera è rappresentazione del pensiero; le frasi e le citazioni accompagnano, non titolano il disegno, sono controcampo e amplificazione del segno. Per questo i disegni vengono affiancati dai testi, usati come un diario interiore. Elisa delinea una sorta di arte come testimonianza, proprio come stava accadendo nel mondo dell’arte, ma si sente fuori, si sente forse realizzata altrove.

Ilaria Grin
www.elisadama.it

(1) Tra inquietudini e sorrisi, a cura di Matteo Tutino e Don Giovanni Donni, Cologne 28 maggio 2016, 1 Litotipo Anaune sic – Fondo (Trento) Marzo 2014, pag. 10
(2) Tra inquietudini e sorrisi, a cura di Matteo Tutino e Don Giovanni Donni, Cologne 28 maggio 2016, 2 Litotipo Anaune sic – Fondo (Trento) Marzo 2014, pag. 12
(3) Tra inquietudini e sorrisi, a cura di Matteo Tutino e Don Giovanni Donni, Cologne 28 maggio 2016, 3 Litotipo Anaune sic – Fondo (Trento) Marzo 2014, pag. 13
(4) Tra inquietudini e sorrisi, a cura di Matteo Tutino e Don Giovanni Donni, Cologne 28 maggio 2016, 4 Litotipo Anaune sic – Fondo (Trento) Marzo 2014, pag. 15