copertina Orsa minore 1953

ELISA DAMA. Tra me e lei, la didattica nel confronto artistico. PARTE 2.

FRANCESCO TABUSSO
Sesto San Giovanni (Mi) 1930 – Torino 2012
Torinese per origini familiari e per tutta quanta la sua vita, Francesco Tabusso è nato a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, il 27 giugno 1930, essendo in quegli anni la famiglia in trasferta lombarda al seguito del padre ingegnere. Gli anni della guerra, trascorsi appena adolescente da sfollato a Rubiana, in Valsusa, rimasero una memoria indelebile a cui tornava sempre, rielaborandola e ricollocandola nel presente.
“…la pittura è un amore giovanile, avevo appena quattordici anni; c’era la guerra, Torino era assediata dalla paura, bombardamenti, militari, le lunghe notti buie rotte dall’urlo delle sirene dell’allarme aereo. Mio padre decide di trasferirsi in Val Susa, a Rubiana, nella casa dei nonni. Una professoressa ebrea che tenevamo nascosta in casa mi dava lezioni di italiano, un architetto mi insegnava la matematica. Studio, ma la mia passione è stare in mezzo alla gente, scoprire l’incanto dei boschi. Lunghe passeggiate, grandi amicizie. Ricordo un ragazzo grande e forte, era simpatico, buono. Ogni giorno andava in cerca di latte per mio fratello che era appena nato. Ha rischiato più di una volta la vita per un litro di latte. Poi un giorno me lo son visto contro un muro, i soldati di fronte coi fucili spianati. Una scarica: è caduto come cade una quercia. Non so come spiegarti, ma in quegli anni è nata la mia passione per la pittura…”(5)
Dopo la maturità classica è allievo di Felice Casorati; fino al 1954 frequenta lo studio di via Mazzini e la casa di Pavarolo. Il maestro lo sostiene fin dagli esordi e nel 1956, in occasione della personale di Tabusso alla Galleria La Strozzina, scrive: “L’innocenza, la semplicità, la naturalezza del suo dipingere, dei suoi procedimenti tutti scoperti, mai truccati, riescono a nascondere ogni abilità tecnica, ogni fatica, così che la sua pittura sembra facile, sembra un giuoco, un divertimento… e proprio perché manca di ogni ingombrante preoccupazione che potrei chiamare utilitaria, essa entra delicatamente, timidamente nel magico regno della poesia” .
Nel 1953 fonda insieme a Nino Aimone, Alberto Noventa, Francesco Casorati, Mauro Chessa e Alberto Ninotti la rivista Orsa Minore. Tra il 1952 e il 1953 escono sei numeri illustrati dai pittori Alberto Ca’ Zorzi, Romano Campagnoli, Sergio Saroni con interventi dei letterati Edoardo Sanguineti e Lucio Cabutti. Sono di questi anni le prime affermazioni nel panorama artistico torinese dove fondamentale è il confronto con i compagni di avventura artistica raggruppati intorno all’attività della galleria La Bussola e l’incontro con il critico Luigi Carluccio.   “I miei vent’anni furono molto attivi: ero assai ricettivo a qualsiasi iniziativa che veniva presa per i giovani e pur non avendo mai (o quasi) abbandonato il filone figurativo, sono stato molto interessato all’arte astratta; ricordo fra l’altro le piacevoli e utilissime conversazioni con un altro grande artista Filippo Scroppo. Ho collaborato a diverse riviste di letteratura e arte fra l’altro con il figlio di Savinio, Ruggero, ho portato avanti due riviste: “Noi Giovani” che si stampava a Roma e “Orsa Minore” edita a Torino” .
Nel 1954, a ventiquattro anni, partecipa alla Biennale Internazionale di Venezia, dove presenta Comizio, Festa campestre e Albero caduto. Vi sarà invitato anche nel 1956 e nel 1958 e nel 1966 gli sarà dedicata una sala personale. Nel 1955 Carlo Ludovico Ragghianti organizza a Prato, la mostra “Sessanta Maestri del prossimo trentennio”: fra i torinesi, con Tabusso, gli amici di allora: Aimone, Casorati, Ruggeri, Soffiantino, Saroni, Chessa. La mostra di Prato fu un grande successo sulla scia della quale, l’anno successivo, l’artista presentato da Felice Casorati, allestisce la sua prima personale alla Galleria La Strozzina di Firenze. Da allora si susseguono mostre personali e premi, da quello alla Biennale nel 1956, al Fiorino, al Michetti, al Maggio di Bari, al Premio Campione; mentre poeti e critici si interessano alla sua opera, con saggi e monografie: da Bernardi a Borgese, da Buzzati a Carrieri, da Piero Chiara a Paolo Fossati, da De Micheli a Eugenio Montale, da Santini a Valsecchi e Lamberto Vitali. Ormai trentenne Tabusso è pittore affermato, con inviti alle più prestigiose rassegne internazionali, tra cui Bruxelles, New York, Mosca, Alessandria d’Egitto; compie inoltre numerosi viaggi in Europa: Russia, Olanda, Francia e Inghilterra. Del 1963 è la prima mostra personale alla galleria milanese di Ettore Gian Ferrari con cui inizia un importante sodalizio durato più di trent’anni. Numerose le mostre personali presentate, tra gli altri, da Giovanni Arpino e Nico Orengo. Nello stesso anno ottiene la cattedra di Pittura al Liceo Artistico dell’Accademia di Brera a Bergamo, dove incontra Elisa. Il 1975 vede l’artista impegnato a fianco dell’architetto Gio Ponti, nel ciclo di opere per la Chiesa di San Francesco al Fopponino di Milano, portato a termine con gli otto trittici nel 1984. Nello stesso periodo si sviluppa la ricerca di Tabusso intorno alla figura di Mathias Grünewald, culminata con la mostra “Hommage a Grünewald”, a Colmar nel 1976.
Negli anni prosegue il dialogo di Tabusso con i maestri dei secoli antichi, con i cicli pittorici dedicati a Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto, Georges De La Tour, Piero di Cosimo e ancora Goya, Baschenis, Rembrandt, Caravaggio. Degli anni Novanta è l’incontro con un altro grande scrittore, Mario Rigoni Stern: Tabusso ne illustra alcuni racconti con disegni e acquerelli poi esposti al Museo dei Cuchi di Cesuna sull’Altopiano di Asiago. Nel 1984 Giorgio Mondadori pubblica il suo primo repertorio di opere curato da Pier Carlo Santini, che raccoglie quasi settecento dipinti ad olio. Nello stesso anno c’è la sua prima personale alla Galleria Davico di Torino. Seguirà un’importante mostra antologica a Palazzo Mazzetti di Asti con la presentazione di Claudia Gian Ferrari.
Francesco Tabusso è un pittore semplice, immediato e diretto di gente, di vita, di sogni, di fiaba. Per questo è apprezzato, merito raro per gli artisti, sia dai critici sia dalla gente, che lo hanno eletto cantore della semplicità, della quotidianità, della natura, della bellezza (8). Tabusso è un pittore che lavora per cicli: il paesaggio, la natura morta, la figura, i proverbi popolari, l’omaggio ai maestri (Grünewald, Goya, Rembrandt, Caravaggio, Georges de La Tour…), il mare, i miti. I suoi ritratti di fanciulla, i montanari delle alte valli, le vigne ed i declivi collinari di Langa, il circo, gli animali del bosco, gli uccelli e le erbe, sono caratterizzati da un’impronta inconfondibile. Tabusso ha la capacità di trasferire in ogni dipinto una pagina della sua vita, della sua giovinezza.
È un mondo incantato quello di Tabusso, che incanta chi guarda. È il lavoro appassionato di tutta una vita che segue una vocazione che si è manifestata già da ragazzo e che non l’ha abbandonato mai, che lo conduce ad essere uno dei pittori più amati ed apprezzati della contemporaneità. Nel testo critico di presentazione di una sua mostra, Gianfranco Schialvino ha fatto di Francesco Tabusso questo ritratto : “Chi ha la fortuna di frequentare gli atelier degli artisti ben sa che ciascuno possiede un suo gesto particolare nel mischiare i colori, nello stenderli sulla tela, nel tenere il pennello con le dita. Guardare Francesco Tabusso dipingere è uno spettacolo: l’espressione del viso, l’occhio che brilla, lo sguardo che si sposta dal quadro alla tavolozza, il cercare il tubetto di colore giusto sparso tra le varie decine sul tavolo e sul pavimento, accompagnare il movimento del pennello con le labbra che raccontano alla mano la figura, il commento che altalena dal poetico allo scurrile con una leggerezza sconcertante, la domanda ricorrente, ingenua e che non aspetta – non vuole – risposta: “ma tu dici che va bene?”, lo smettere improvviso,“adesso basta”, e il riprendere a lavorare lasciando a metà un discorso, un boccone, “mi è venuta un’idea, lì farei così”.
Una danza che segue un ritmo nuovo ogni volta, e diverso. Su e giù da uno sgabello, da una scala, un pestone a un barattolo sfortunato a trovarsi lì e che un momento dopo tornerà a cercare, la richiesta a gran voce di un foglio, lo strizzare degli occhi a evitare un riflesso, la ricerca di complicità nel piacere “hai sete?” l’accostarsi alla tela quasi a toccarla col naso, e dimenticarla subito, poi, senza voltarsi per guardare da distante, per seguire un capriccio improvviso.
L’apparentemente semplice visione della classicità nella quotidianità è dipinta con un’attenzione profonda, quasi uno stupore, di fronte alla natura, uccelli e fiori, alberi e farfalle, ricci e pesci, senza dimenticare la presenza dell’uomo, avvolgendo i soggetti preferiti con un poetico candore che incanta. La sua realtà è in ogni quadro spruzzata con un’aura di leggenda e di fiaba che circonda gente animali e cose, e le fa vivere in un mondo fatato, eppure non estraneo né impossibile, spesso da tutti sognato. “Facilmente e felicemente, il pittore stende sulle sue tele le trame colorate delle sue fiabe, quasi inventando una natura di sogno irreale, artificiale, ma viva e vera come vivi e veri sono sempre i sogni” . Cosí nel 1956 Felice Casorati presentava la prima mostra personale importante di (9) Francesco Tabusso alla Galleria La Strozzina di Firenze. Scritte quando il percorso creativo dell’artista era da poco iniziato, queste parole, che coglievano già i caratteri essenziali della sua poetica, restano la migliore introduzione alla pittura di Tabusso.
Carlo Castellaneta scrive nel 2000 che “Non stupisce che sia tanto ricca la bibliografia critica su Tabusso, perché ogni scrittore vorrebbe completare a suo modo le storie che lui propone. La sua pennellata è l’incipit di una favola. Se fate silenzio, riuscirete a sentire la sua voce che racconta”.
Giampiero Leo al tempo Assessore alla Cultura della Regione Piemonte dice nel 2011 che il Destino ha voluto che l’attività di Tabusso coincidesse, decennio dopo decennio dalla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, con l’infuriare della modernità e che, assegnatosi l’artista il compito di trasporre in pittura un universo poetico che trova lo sbocco più proprio sul terreno dell’illustrazione libraria, la sua distanza dall’attualità abbia tenuto il passo con la sua coerenza.
Al tempo dello scontro flagrante tra figurativi e antifigurativi, Tabusso entra in scena come inconsapevole della partita in gioco, e comunque non interessato ad essa, ma si direbbe guidato da un obiettivo interiore che punta direttamente ed esclusivamente all’evasione dalla realtà presente. Lo si era fatto variamente prima di lui, e lo si rifarà dopo, mediante il recupero di cifre arcaiche, di apparizioni oniriche, con citazioni di motivi primitivi o naif; ma Tabusso sembra attratto soltanto dallo stereotipo della fiaba, dei suoi personaggi fuori del tempo (c’era una volta), fuori dello spazio (volumi e prospettive senza regola), mentre colori, ombre e luci si dispongono a rappresentare i forte e e i piano, e in genere l’espressività, di una voce narrante. La curiosità per alcuni antichi maestri, eccellenti in ‘effetti speciali’ come Grünewald, Piero di Cosimo, La Tour, o gli spunti offerti dalle circostanze (lavori per una chiesa francescana o per un palio di Asti) rappresentano le eccezioni a conferma di una regola.
È una scelta emarginante, fuori delle strade tracciate della cultura italiana e in genere occidentale della seconda metà del secolo ventesimo che mantiene tuttavia, al lavoro di Tabusso, un valore non trascurabile: quello di una sorta di ‘messa in memoria’ a beneficio degli storici in età postmoderna.
TABUSSO ED ELISA
Abbiamo detto che Tabusso ha la capacità di trasferire in ogni dipinto una pagina della sua vita, della sua giovinezza, di quello che vede. Sicuramente Elisa ha assorbito dal suo maestro questa particolare caratteristica; nei dipinti esprime le sue preoccupazioni e i suoi problemi parlandoci della sua vita. La forte differenza che si vede nell’analizzare le loro opere è che Elisa, al contrario di Tabusso, si interroga sulla società in modo molto più completo; non dipinge solo quello che la riguarda ma fa un’analisi più ampia e più generale; ci fa vedere problemi personali pur comuni a tante altre persone, cosicché chiunque guardi la sua opera si senta coinvolto nell’intimo. Ci parla del sentirsi diverso, incompreso, affranto e perso di fronte a quello che accade intorno a noi. Ci racconta la difficoltà della vita. Nel lavoro di Elisa si vede un mondo incantato che incanta, come in Tabusso, ma l’incanto è sostanzialmente diverso, nell’intento e nell’effetto. In Tabusso si è trasportati in un mondo di fiaba: la sua realtà è spruzzata in ogni quadro con un’aura di leggenda che circonda gente animali e cose e le fa vivere in un mondo fatato, eppure non estraneo né impossibile, spesso da tutti sognato. Il racconto anche se in alcuni casi è critico o drammatico prende sempre le sembianze di un favola grazie ai colori, alle pose dei personaggi e alla pennellata. In Elisa invece è più cupo, più critico e riflessivo; parla della solitudine umana, pur riuscendo a mantenere lo stesso il clima del racconto. Elisa ci parla da più vicino, come se vedesse le difficoltà vissute intimamente, ci racconta di qualcosa che accade dentro di noi più che nel mondo che ci circonda, ed è questa la sua forza: ci che colpisce dritto al cuore chi osserva attentamente le sue opere.
“Se fate silenzio, riuscirete a sentire la sua voce che racconta” dice Carlo Castellaneta, parlando di Tabusso. (10)
“È facile scalare una piccola montagna rossa, difficile è non ascoltare le strane voci; se riesci hai trovato le porte del tempio!” scrive Elisa Dama.
Sono molto interessanti queste frasi che ci parlano chiaramente della differenza tra i due artisti: uno racconta la realtà filtrandola con una sua personalissima visione fatata, trasportandoci in un altro mondo, facendoci vedere quello che lui percepisce. L’altra invece, ci suggerisce di ascoltare noi stessi e andare avanti senza farci distrarre dalle mille possibilità della vita che possono portarci fuori rotta. Il messaggio è sostanzialmente diverso ma si mantiene come filo conduttore la modalità del racconto personale e del sogno.
Ilaria Grin

Sabato dalle ore 17:30 alle ore 18:00. Via Guglielmo Marconi, 35, 25033 Cologne BS, Italia.  Tra me e Lei – Ilaria Grin – Inaugurazione

Orari: Dal Lunedì al Venerdì la mattina su appuntamento al numero: Anna Zini – 338 7033879 Il Sabato e Domenica alle 10:00 – 12:30 e alle 15:30 – 18:30

 

Parte 1

www.elisadama.it
www.archiviotabusso.it

(5) Tratta dal sito archiviotabusso.it
(6) Tratto dal sito nadir.it
(7) Tratta dal sito archiviotabusso.it
(8) Tratto dal sito pagina.to.it
(9) Tratta dal sito pagina.to.it
(10) Tratta dal sito contemporarytorinopiemonte.it