ENDOXA – PESSOA

Gli eteronimi pessoani sono nati si da uno scherzo, ma anche sono fuoriusciti autonomamente dalla mente del poeta, senza che egli compisse grandi sforzi di impostazione. Quasi di loro volontà si sono creati, si sono formati e hanno cominciato ad esprimersi, a scrivere, di getto. La loro nascita suona quasi come un dettato, da una forma divina, alla mano inconsapevole di un mortale scribacchino; come un istinto, guidato dal subconscio o da un entità esterna, superiore, magica, che irrompe all’esterno da chissà quale mondo, per presentarsi nel nostro carica del suo pensiero e della sua abilità poetica o teorica. Il giorno trionfale nasce spontaneo; di li in poi la mente del poeta costruirà con dedizione e maniacale precisione i tratti della sua personalissima poetica e dei suoi svariati, inesistenti ma non del tutto, artefici.

In cosa consiste dunque il valore della poetica pessoana? Al pari di altri grandi della letteratura, all’interno dei suoi versi si possono facilmente riconoscere delle categorie universali, quali il senso della brevità dell’esistenza, il mistero dell’essere, la solitudine o la nostalgia; ad essere universale non è però solo il contenuto della sua poetica, ma anche il modo stesso in cui è  posta: l’eteronimia, appunto. A scriverlo è Antonio Tabucchi: “Insomma, attraverso l’eteronimia Pessoa concretizza l’Alterità, le dà voce e spessore, realizza sul piano letterario, in modo compiuto e definito, un sospetto, un fantasma e una presenza che si aggirano nella letteratura e nel pensiero occidentale fino dal Romanticismo: l’Altro”.[1]

L’Altro, il tormento letterario, civile, sociale dell’uomo moderno occidentale, il cardine motore di quella separazione dell’intellettuale dalla società intera, il distruttore primo dell’Io oramai disgregato, il tema dal quale hanno preso le mosse le teorie romantiche e le avventure poetiche di Baudelaire e dei successivi autori, sino appunto a Pessoa, abile a concretizzare questo sentimento collettivo in una sistematica categoria universale. Pessoa ha preso per mano una problematica più che centenaria, per accompagnarlo sino al grado più alto di valore: l’essere valida per tutti dappertutto; un endoxa.[2]

Un piccolo impiegato dunque, alla base delle più grandi invenzioni letterarie portoghesi del Novecento, capace di innalzare il confuso calderone delle problematiche umane contemporanee a statuto universale, codificate così, ormai dopo più di un secolo di elaborazione poetica, in una struttura dai contorni definiti. Un piccolo uomo quindi, nato a Lisbona nel 1888 e ivi morto nel 1935, trapiantato in giovane età già orfano di padre a Durban, importante città portuale del Sud Africa, dove dimostrò già di avere importanti abilità con la penna e una ponderazione intellettuale impropria per la sua età . Di questo periodo nulla resta nei suoi testi, se non l’utilizzo letterario della lingua inglese, che lo accompagnerà per tutta la vita, sia nel lavoro che nelle lettere, sino alla prematura scomparsa, siglata dal già citato aforisma I know not what Tomorrow will bring. Un Pessoa trapiantato, sradicato dal suolo natio, privato di un reale affetto paterno, alla base di quell’uomo che diverrà tanto modesto e arrangiato in camere d’affitto nella vita reale, quanto geniale e riformatore prolifico negli ambienti letterari del suo paese e nella critica posteriore, intimamente legato alla città che lo vide nascere, tanto da farvi ritorno, abitando presso una zia, nel 1905. Troverà quindi nel 1908, all’età di vent’anni, quell’impiego, corrispondente estero, che gli farà da cornice per il resto della sua vita, disegnandolo e consegnandocelo come un impostato, modesto, piccolo uomo allo stesso modo sempre vestito. Nel 1914 la sua vita scopre il giorno trionfale, gli eteronimi e un nuovo, importante progetto letterario, un progetto di vita. Nel 1915 da alle stampe, assieme all’amico Mario de Sa-Carneiro, ad Almada Negreiros, Armando Cortes-Rodriguez, Luis de Montalvor e altri, la rivista Orpheu, fondamentale e imprescindibile punto di partenza del Modernismo portoghese. La sua biografia si esaurisce così in una ridotta serie di avvenimenti, letterari solo in parte, quasi di sfuggita, mondani mai, con una piccola eccezione per un piccolo disguido giudiziario, a seguito di una farsa ordita dal celebre occultista britannico Aleister Crowley, giunto a Lisbona per conoscere di persona l’appassionato di esoterismo Fernando.

Una vita, dunque, spesa a sottrarsi alla vita stessa, con il solo e unico fine di rendere il più reale e tridimensionale possibile la vita degli altri, suoi personaggi, sue creazioni; la sua esistenza risulta essere una sottile obbedienza ad un regolamento, ad un gioco oscuro, il cui unico inventore, Pessoa stesso, conosce le coordinate precise. Un gioco e una vita perennemente in bilico fra sfrenata ragione e schizofrenia nevrastenica, multi personalità e genialità espressiva, da elevatissimo spessore intellettuale e, insieme, da clinica psichiatrica.


[1] ANTONIO TABUCCHI, Fernando Pessoa: verità della finzione e simulazione della verità, Angeli, Milano 1989, pag. 90.

 

 

[2] ANTONIO TABUCCHI, Fernando Pessoa: verità della finzione e simulazione della verità, Angeli, Milano 1989, pag. 87.

 

Diego Perucci