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GIUSEPPE MORANDI. RICOSTRUZIONE DI UN ARCHIVIO. parte 1.

Estratti dalla tesi di laurea GIUSEPPE MORANDI, RICOSTRUZIONE DI UN ARCHIVIO. 
LA DONAZIONE AL CSAC: STORIA E CONTESTO, di Francesco Petruzziello, Università degli Studi di Parma, Relatore: Chiar.ma Dott.ssa Cristina Casero, Correlatore: Chiar.mo Dott. Paolo Barbaro. Anno Accademico 2014 – 2015.
 
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La biografia.

Giuseppe Morandi nasce nel 1937 al Vho, frazione di Piadena, un paese della
provincia di Cremona, tra Brescia, Parma e Mantova. Tutta la sua famiglia ha lavorato presso la Motta,(1) come lo stesso Morandi afferma: “In quella cascina, la prebenda del prete del Vho, aveva lavorato per 28 anni mio nonno e i suoi figli, fra i quali mio padre.”(2)

Alla morte del nonno, l’azienda passa in gestione agli zii:

Poi per qualche anno l’azienda fu condotta assieme a mio zio Stefano e mia zia Ida, che avevano chiamato i miei zii e cugini da Casamarsa per condurla assieme. Non andò a buon fine questa conduzione. Dopo qualche anno mio zio Stefano e mia zia Ida andarono ad abitare a San Lorenzo Aroldo e l’azienda la fece andare solo mio zio Braga e suo figlio Pierino. […] Luigi Braga, mio zio, aveva sposato l’unica sorella di mio padre, la Carmelina; era un buon agricoltore, aveva un figlio maschio, Pierino, […], sapeva usare il trattore, sapeva smontare le macchine e rimontarle, lavorava nei campi. (3)

Pierino si ammala e muore, Morandi sente allora che “la Motta presto sarebbe stata abbandonata. Era la fine di un’epoca, […]” (4) probabilmente l’epoca della sua
infanzia. Il padre infatti, dopo qualche anno dall’inizio di questa nuova gestione, lascia la Motta per andare a lavorare a giornata da Grasselli, azienda agricola del posto. Morandi nasce quindi alla Motta, ma dopo un anno di matrimonio i genitori si trasferiscono presso le Cabasse, chiamate così in dialetto perché erano le case più basse del paese. Le Cabasse sono poco distanti dalla Motta, basta risalire una strada per arrivarci. Per questo motivo il piccolo Morandi passa molto tempo in cascina, anzi, quando è possibile, cerca sempre di scappare di casa per poter andare a giocare alla Motta con sua cugina Amedea: “Ero nato là, ed anche se abitavo alle Cabasse, ero sempre là ugualmente.” (5)
Gli anni passano, Morandi termina i suoi studi presso la scuola di avviamento,
e si iscrive al primo anno dell’Istituto Tecnico per Periti Tecnici ed Elettrotecnici, ma
il padre non è più in grado di provvedere agli studi del figlio (1953), e Giuseppe
termina il suo percorso:
Non avevo nessuna possibilità di andare a scuola perché dovevo lavorare. Allora sono andato a tenere la contabilità di una piccola cooperativa di muratori, poi sono andato in Comune a scrivere a macchina. Ma lì non potevano pagarmi. Andavo a leggere i contatori dell’acqua e così via. Dopo dieci anni e tre concorsi ho vinto il posto di applicato di stato civile (1966/67). Principalmente ho sempre fatto il dattilografo. (6)
Morandi sente però la necessità di continuare da autodidatta gli studi,
riprendendo in mano i testi delle scuole medie (1954-1955). Vuole crearsi una
cultura, o meglio, un’identità culturale, una consapevolezza sociale, per non andare
alla deriva. Era in un periodo di crisi interiore quando Morandi incontra Mario Lodi (7) (1954), lui stesso lo ammette, dicendo: “Gli stimoli… È stata principalmente la disperazione, la disperazione di non sapere cosa fare.” (8) Così, una sera, Morandi si
avvicina a Mario Lodi, che lo invita a frequentare la biblioteca, facendolo inserire nella produzione dei Quaderni di Piadena. Lodi in un’intervista dice “È stato quello che più degli altri, ha accettato la proposta di documentare anche con il linguaggio, non della parola soltanto, ma quello dell’immagine, e cioè quello della macchina fotografica.” (9) Morandi racconta: “Lodi mi ha dato in mano una macchina fotografica e con la macchina fotografica fotografavo i miei compagni, i miei amici, i miei vicini, ma fotografavo anche le condizioni di lavoro della gente che mi girava intorno, mio nonno che mieteva il frumento.” (10)
Così Morandi inizia a riprendere la realtà circostante, senza nessuna
presunzione o censura, concentrandosi soprattutto sui contadini e braccianti, ma
riprendendo anche la morte di un ragazzo annegato, un altro ragazzo che pascolava le pecore e altri momenti ancora. Si tratta di cortometraggi in 8 mm (11),
originariamente privi del sonoro, aggiunto più tardi. In paese iniziano a considerare
Morandi un po’ fuori di testa; stessa cosa pensano di Mario Lodi, che sempre lo
difende. Pensieri più che giustificati dal fatto che mai prima d’allora qualcuno avesse fotografato e ripreso i lavori quotidiani dei paisan, e il loro ostinato interesse pareva inconsueto. In realtà Morandi iniziava il suo percorso di costruzione di identità e militanza sociale che lo porterà a fondare la Lega di Cultura di Piadena.
Intanto comincia anche la sua attività come scrittore, un percorso avviato con
difficoltà, visto il suo livello di istruzione: scrive principalmente in dialetto, ed è poi
Mario Lodi a tradurre i suoi testi. Si tratta di inchieste e interviste fatte ai lavoratori,
poi raccolte nei primi Quaderni della Biblioteca Popolare di Piadena. All’età di 23 anni (1960) incontra Gianni Bosio (12). Da questo incontro nasce in
Morandi una nuova sensibilità, come lui stesso afferma: “Da lui ho imparato come ascoltare la gente.” (13) Siamo nel contesto degli anni del boom economico e di una
nuova società di massa, come sostiene Matteo Rebecchi, il quale dice:
Bosio avvertiva che era dalle ‘classi subalterne’, dal proletariato stesso che poteva venire la spinta al cambiamento ma a tale fine vi era la necessità che il proletariato fosse aiutato a ritrovare la propria identità storica e di classe, a recuperare, partendo dalla propria storia, il senso preciso della sua collocazione politica. (14)
Morandi incontra Gianfranco Azzali, detto il Miciu, al Cafetin, un piccolo bar
nel 1963, prima lo conosceva solo di vista. Gianfranco Azzali infatti aveva già visto
Morandi in diverse occasioni, una delle quali era stata un’assemblea sul sequestro
dei Quaderni di Piadena, edito Avanti!, che Morandi aveva scritto con Mario Lodi.
Morandi era con Gianni Bosio quella Domenica, e decidono di invitarlo a casa del
fotografo per mangiare il budino che la mamma aveva appena fatto. Nasce fra loro
una collaborazione: Bosio vuole far scrivere un Quaderno al Miciu, perché è un
bergamino e nessuno meglio di lui conosce la situazione dei bergamini. A tal
proposito il Miciu dice “Questa proposta di Bosio di fare un’inchiesta sulla condizione dei bergamini per me fu importante, […] finalmente qualcuno non voleva da me soltanto le braccia, ma voleva anche la testa […].” (15) Morandi e Gianfranco Azzali stringono una solida amicizia, che ancora oggi continua; Morandi, grazie al Miciu, entra direttamente all’interno dei rapporti di classe di Piadena e cambia il suo modo di fotografare e vedere le cose. È lo stesso Morandi ad ammetterlo:
Da allora vedo le cose con un altro occhio, fotografo la civiltà contadina non più con l’occhio un po’ nostalgico verso un mondo in via di estinzione a causa dell’avvento della macchina, ma fotografo questa condizione contadina osservando il rapporto tra salariati agricoli e l’agrario, cioè con l’occhio del Miciu appartenente a questa categoria come subalterno. (16)
È il 14 Aprile del 1967 quando Giuseppe Morandi, Gianfranco Azzali, con la
madre Eugenia Arnoldi e il padre Pierino Azzali, fondano la Lega di Cultura di Piadena a seguito della rottura con Mario Lodi e l’esperienza della Biblioteca Popolare di Piadena. Tale rottura si deve alla divergenza di prospettive: Morandi e il Miciu ritengono che sia necessario un intervento più diretto, concreto nella realtà sociale e nelle lotte di classe, per questo sentono l’esperienza dei quaderni di inchiesta come inefficaci per cambiare realmente le cose; ciò è sintetizzato nelle parole di Rebecchi sul pensiero di Morandi e Azzali: “[…] se si vuole indirizzare la società verso un cambiamento radicale occorre essere con la classe nel momento in cui essa lotta per la sua emancipazione, per modificare i rapporti tra classe dominante e classe subalterna.” (17)
La sede della Lega di Cultura si trova ancora oggi presso la casa degli Azzali a
Pontirolo, frazione di Drizzona, quella cascina acquistata dopo anni di sacrifici e di
lavoro, come racconta Morandi:
Questa piccola cascinetta se la sono comprata Pierino e i suoi figli dopo 45 anni di lavoro di Pierino come bergamino e 20 circa di lavoro dei due figli Richetto e Bruno, come bergamini (Micio, il più giovane, dopo 5 anni di questo stesso lavoro, invece è venuto a Piadena a fare l’operaio). (18)
Ha avuto un ruolo fondamentale la figura di Eugenia Arnoldi (1914 – 2010)
detta la Genia. Madre di Gianfranco Azzali e moglie di Pierino, paisana anche lei, ha
dedicato la sua vita al lavoro e alla famiglia, aprendo le porte della sua casa a quanti
ne avessero bisogno. È stata anche notata da Bertolucci che la sceglie per girare la
scena dell’uccisione del maiale in Novecento (1976), girata presso la cascina Fenilon
(Fenilone) in località San Giovanni in Croce. Qui compare la Genia che intona diversi
canti, con la sua voce corposa. Oggi si possono ammirare all’entrata della sede della
Lega di Cultura due grandi stampe che ritraggono da un lato la Genia e dall’altro Pierino, tratte dai volumi fotografici di Morandi. (19)
Si parlava di questi anni come anni di cambiamenti e di formazione di quella
che noi oggi chiamiamo società di massa e dei consumi, incrementata anche dal
progressivo diffondersi dell’immagine televisiva; ma sono anche gli anni del passaggio dalla civiltà rurale contadina alla civiltà moderna, meccanica e automatizzata. Stanno scomparendo gli antichi mestieri, le antiche usanze dei Paisan, i loro lavori nei campi. Si rende allora necessaria, come afferma Rebecchi, “l’attività di documentazione e di valorizzazione della cultura dei paisan [che] ha un valore storico assoluto perché fornisce un vasto patrimonio documentario utile alla ricostruzione delle vicende che hanno determinato la fine della civiltà contadina nella bassa padana.” (20)
Durante la sua ricerca e documentazione fotografica, Morandi non usa una
specifica macchina fotografica poiché non ne possiede una, ma di solito gliela
prestano. A proposito Quintavalle dice: “Tecnicamente usa una 6 x 6, non la stessa
macchina perché non ne possiede una, gliela presta «la Idangela Molinari», una
Rolleicord oppure una Yashica; l’esposimetro glielo dà Mario Lodi, la pellicola è
sempre una 22 din perché solo di recente Morandi ha scoperto pellicole più rapide, più sensibili, ma non le usa.” (21)
Oggi Morandi continua a filmare, fotografare e scrivere con Gianfranco Azzali.
Una ricerca senza fine, sempre aperta alla novità, ma soprattutto, e questa è una
caratteristica costante in Morandi, senza nessuna forma estetizzante o nostalgica, ma con l’intento di documentare e raccontare, non dall’esterno, ponendosi al di fuori o al di sopra, ma sempre dall’interno.

Francesco Petruzziello

(1) Letteralmente, la motta è un piccolo rialzo del terreno; il nome della cascina deriva quindi dal fatto di essere posizionata su “[…] una piccola collinetta con tutto attorno piante”. Cfr. Giuseppe Morandi, La proprietaria del morto, a cura di Piero del Giudice, Ughetta Usberti, Trieste, edizioni “e”, 1991, p. 4.

(2) Cfr. Giuseppe Morandi, La proprietaria del morto, a cura di Piero del Giudice, Ughetta Usberti, Trieste, edizioni “e”, 1991, p. 104.

(3) Cfr. Ibidem.

(4) Ivi p. 108.

(5) Cfr. Ivi, p. 9.

(6) Cfr. Peter Kammerer, Intervista a Gianfranco Azzali (Miciu) e Giuseppe Morandi (Piadena 1980), in AAVV, il muro di Piadena, a cura di Lega di Cultura di Piadena, Parma, Officine Grafiche Graphital, 1997, p. 15.

(7) Mario Lodi (Vho, Piadena 1922-Drizzona 2014): nato al Vho di Piadena, insegna dal 1940, fa parte del Movimento di Cooperazione Educativa, un gruppo di insegnanti che opera per un rinnovamento della scuola, è scrittore di libri per ragazzi e di favole sceneggiate. Escono nel 1962 I quaderni di Piadena nella collana La condizione operaia in Italia delle Edizioni Avanti!, che raccolgono i testi dei giovani appartenenti alla Biblioteca Popolare di Piadena, di cui è fondatore e animatore.

(8) Cfr. Intervista a Giuseppe Morandi, min. 4.40, in Pierluigi Bonfatti Sabbioni, Massimiliano Osini, Matteo Scaglioni, Giuseppe Morandi da Piadena, documentario 30 minuti, 2003.

(9) Cfr. Intervista a Mario Lodi, in ivi, min. 5.35.

(10) Cfr. Peter Kammerer, Intervista a Gianfranco Azzali (Miciu) e Giuseppe Morandi (Piadena 1980), in AAVV, il muro di Piadena, cit., p. 15.

(11) Questi cortometraggi sono oggi raccolti in I Paisan. Un film di Giuseppe Morandi, a cura di Andrea Chiantelli, Massarosa (Lucca), 2010.

(12)Gianni Bosio (Acquanegra sul Chiese 1923 – Mantova 1971): storico del movimento operaio, fondatore dell’Istituto Ernesto De Martino nel 1966, sorto come prosecuzione delle ricerche sul mondo popolare e proletario già iniziate dalle Edizioni Avanti!.

(13) Cfr. Peter Kammerer, Intervista a Gianfranco Azzali (Miciu) e Giuseppe Morandi (Piadena 1980), in AAVV, il muro di Piadena, cit., p. 17.

(14) Matteo Rebecchi, La Lega di Cultura di Piadena. Cronaca di un’esperienza, tratto dal contributo al convegno «Gianni Bosio: 1923-2013. Fare cultura è fare politica. Le esperienze», Acquanegra sul Chiese, 26 Ottobre 2013, p. 108.

(15) Cfr. Peter Kammerer, Intervista a Gianfranco Azzali (Miciu) e Giuseppe Morandi (Piadena 1980), in AAVV, il muro di Piadena, cit., p. 19.

(16) Cfr. Ivi, pp. 17-18. 

(17) Cfr. Matteo Rebecchi, La Lega di Cultura di Piadena. Cronaca di un’esperienza, cit., p. 109.

(18) Giuseppe Morandi, La proprietaria del morto, cit., p.143.

(19) Si veda: appendice, illustrazioni 20-21 p. XXI. Per una panoramica dell’intera parete si veda l’illustrazione 22, p. XXII.

(20) Cfr. Matteo Rebecchi, La Lega di Cultura di Piadena. Cronaca di un’esperienza, cit., p. 111.

(21) Cfr. Arturo Carlo Quintavalle, Contadini: fiaba sistema storia, in Giuseppe Morandi, I Paisan. Immagini di fotografia contadina della bassa Padana, cit., p. 14.