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GIUSEPPE MORANDI. RICOSTRUZIONE DI UN ARCHIVIO. parte 6.

Estratti dalla tesi di laurea GIUSEPPE MORANDI, RICOSTRUZIONE DI UN ARCHIVIO. 
LA DONAZIONE AL CSAC: STORIA E CONTESTO, di Francesco Petruzziello, Università degli Studi di Parma, Relatore: Chiar.ma Dott.ssa Cristina Casero, Correlatore: Chiar.mo Dott. Paolo Barbaro. Anno Accademico 2014 – 2015.

Per leggere la tesi integrale e visionare le fotografie, clicca qui.

Volti della Bassa padana.

“[Giuseppe Morandi] Mi porta le fotografie, quasi tutte 18 x 24, stampate opache, con dei gran neri fondi e dei bei grigi.” (1) Così esordisce Quintavalle nello spiegare il secondo volume fotografico di Morandi. Come era già accaduto in I Paisan, Morandi si reca da Quintavalle con le sue stampe, affinché facesse una scelta fra esse e scrivesse loro un commento. Ancora una volta si tratta di scrivere un racconto attraverso le immagini. Viste singolarmente a primo acchito sembrerebbero delle semplici fotografie di ritratto, ma in realtà sono molto più profonde. Scorrendo il volume si può cogliere il loro significato più autentico. Notiamo subito che qualcosa è cambiato rispetto al lavoro precedente: non ci sono più i paisan che lavorano, e in generale non c’è più azione, movimento. Sorge apparentemente la contraddizione tra fissità e racconto. In realtà sono i volti stessi delle persone ritratte i racconti de I volti, con le loro espressioni, i loro modi di posare, i loro gesti e anche il loro modo di vestire. Ancora una volta Morandi è “[…] un fotografo che sta dentro le storie della gente.” (2) L’antico mondo contadino è ormai scomparso quasi del tutto e Morandi ha cercato di ritrovarlo compiendo anche un viaggio in Sardegna, ma non trova il risultato cercato; così dice Quintavalle: Morandi mi diceva che ormai non c’era universo contadino da fotografare nella Bassa, mi spiegava che lui era andato in Sardegna proprio per trovare quel diverso che aveva amato e capito nella sua terra, ma anche lì il contadino era diventato turistico e rimasto come cristallizzato, non vivo, fisso. Forse altrove, forse in America centrale, forse lì ancora esiste un universo contadino? (3)
Ecco spiegato il titolo dell’introduzione al volume scritta da Quintavalle (L’amaro
epicedio di Giuseppe Morandi): è il racconto di una persona che sente il peso del cambiamento su di se e che è consapevole della progressiva scomparsa del vecchio mondo rurale. Le persone fotografate rappresentano la parte che vale per il tutto: si tratta ancora dei vecchi paisan, tra cui la famiglia Azzali, (4) ma compaiono anche volti nuovi. Si crea un gioco di contrappunti: da un lato i contadini (5) e dall’altro i nuovi borghesi, fotografati da lontano, con pose costruite ad hoc, da manuale delle buone maniere, fieri e sempre composti. Li fotografa sempre dal basso e ciò rende ancora più monumentale la loro posa. Si guardi per esempio l’immagine di Carlo Toninelli, (6) Piadena, 1984. Rappresentato di fronte alla sigla della sua azienda, con impianto simmetrico. L’immagine, con le sue linee verticali, orizzontali e oblique costituite dalle strutture stesse, crea una sorta di cornice geometrica che inquadra il soggetto. Compaiono anche due personaggi chiave della vita di Morandi: coloro che, come si è scritto in precedenza, hanno partecipato all’evoluzione del lavoro del fotografo: Gianni Bosio e Mario Lodi. (7)
Il titolo del volume fotografico si ispira al lavoro di August Sander, dal titolo
Antlitz der Zeit (Il volto del tempo) del 1929, che consiste in un insieme di ritratti
scattati durante la Repubblica di Weimar. Quintavalle al riguardo dice:
Ecco quindi che Morandi ha una storia che però integra ancora con un’altra esperienza che, negli anni a venire, peserà molto sul suo lavoro, il documento sulla civiltà dei volti e delle persone, sulle tipologie potremmo anche dire dei protagonisti, degli attori delle diverse classi sociali che August Sander propone nella Germania dal 1910 circa in poi, un ritratto, un’analisi così ferocemente veritiera che costerà all’autore la persecuzione dei nazisti. (8) Ancora una volta però, ciò che rende Morandi unico è il suo raccontare dall’interno: egli non fotografa semplicemente dei soggetti, ma fotografa persone che conosce, con cui convive come compaesano, di cui conosce le loro storie.

Francesco Petruzziello

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(1) Arturo Carlo Quintavalle, L’amaro epicedio di Giuseppe Morandi, in Giuseppe Morandi, Volti della Bassa padana, cit., p.9.
(2) Ibidem.
(3) Ivi, p. 14.
(4) Si veda: appendice, illustrazione 6, p. XIII.
(5) Si guardi per esempio: ivi, illustrazione 7, p. XIV.
(6) Ibidem, illustrazione 8.
(7) Ivi, illustrazioni 9-10, p. XV.
(8) Arturo Carlo Quintavalle, Storie di macchine e di campagna, in Giuseppe Morandi, Uomini terra lavoro, cit., pp. 38-39.