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GIUSEPPE MORANDI. RICOSTRUZIONE DI UN ARCHIVIO. parte 7.

Estratti dalla tesi di laurea GIUSEPPE MORANDI, RICOSTRUZIONE DI UN ARCHIVIO. 
LA DONAZIONE AL CSAC: STORIA E CONTESTO, di Francesco Petruzziello, Università degli Studi di Parma, Relatore: Chiar.ma Dott.ssa Cristina Casero, Correlatore: Chiar.mo Dott. Paolo Barbaro. Anno Accademico 2014 – 2015.

Per leggere la tesi integrale e visionare le fotografie, clicca qui.

Uomini terra lavoro.

Dopo I volti della Bassa padana, seguono, come abbiamo ricordato, altri due libri
fotografici: Cremonesi a Cremona del 1987 e Quelli di Mantova del 1991. L’attenzione si sposta dalla vita di paese alla città, ma non si tratta di una rottura o di una parentesi rispetto alle ricerche precedenti. Si è già visto come lo scenario cambi in quanto la società sta mutando: i paisan si stanno trasformando in proletari, i giovani tendono ad uscire dalla realtà del piccolo paese agricolo e si sposano in città; restano i vecchi paisan, dei quali ormai non si può che ascoltare la memoria e la saggezza. Dopo la ricerca sulla trasformazione del corpo rappresentata da Ventunesima estate, una nuova rassegna fotografica esce nel 1999: Uomini terra lavoro. Si tratta di un lavoro nato da un progetto promosso dalla regione Lombardia nel 1996, e, in particolare, dall’Osserva.Te.R., ovvero l’Osservatorio del Territorio Rurale. Il progetto nasce con l’intento di documentare le trasformazioni avvenute nella campagna lombarda grazie al modernizzarsi delle tecniche agricole e dei nuovi macchinari. Viene scelto Morandi in quanto egli non è un semplice osservatore esterno, ma vive nella campagna da sempre, e da essa non si è mai separato, anzi, attraverso le sue precedenti ricerche, ha dimostrato grande sensibilità per questo mondo e soprattutto per la gente, per i volti, per i veri protagonisti di questa storia. Come dice lo stesso Morandi, si tratta di una parabola: il lavoro manuale dei paisan, la fatica quotidiana, il diretto contatto con la terra in ogni periodo dell’anno sono terminati. Scompaiono le piccole aziende familiari, nascono le grandi cooperative, gli investimenti ruotano attorno all’utilizzo dei nuovi macchinari sempre più all’avanguardia, che trasformano il lavoro agricolo in una vera catena di montaggio, in cui il contadino smette di usare le mani e diventa un operaio agricolo. È stato un cambiamento quasi obbligato in quanto: “Il profitto, i soldi si fanno nel buio delle fabbriche. File di macchine in capannoni lunghissimi. Lì si produce la ricchezza, non più nelle campagne. È cambiato tutto. Nelle campagne ormai finiscono i rifiuti di questa società.”, (1) per questo la campagna ha dovuto adeguarsi di conseguenza, non era più sufficiente il solo lavoro dei paisan. Questo è ciò che ormai viviamo quotidianamente, un cambiamento radicale di cui spesso nemmeno ci accorgiamo. Ecco il motivo della centralità delle macchine in Uomini terra lavoro ed ecco il motivo per cui Quintavalle dà il titolo di Storie di macchine e di campagna all’introduzione sul lavoro di Morandi. Partiamo da un’analisi persino ovvia, banale: la campagna non è più il luogo del lavoro manuale ma del lavoro fatto a macchina; questo non vuol dire certo che sia il luogo dove ormai nessuno più fatica, anzi è vero il contrario, ma certo si fatica in altro modo e si vive in campagna in altro modo. (2) Guardando queste fotografie si capisce che la macchina non è vista in maniera negativa, anzi, è al centro dell’attenzione perché, attraverso essa, il mondo rurale torna ad avere una sua centralità, una sua indispensabilità, è un “ritorno alla terra” come dice ancora Quintavalle. La ricerca è molto ampia: si va da L’inverno della preparazione, a I luoghi della conservazione, da I tempi della stalla a L’autunno dei mercati, dal Taglio del pioppeto a I Protagonisti del lavoro. Compaiono quindi le macchine, ma
ancora i volti delle persone sono centrali, il cambiamento lo si può vedere anche da essi: come i nuovi lavoratori della stalla, gli immigrati. Accanto a loro ecco ricomparire anche i vecchi paisan. Compare anche l’architettura delle nuove strutture, come i silos enormi e altissimi, che sovrastano le vecchie cascine, per sottolineare ancor di più il cambiamento, l’adattamento.
Il modo di operare di Morandi non cambia: scatta sempre in sequenza e la sua
attenzione è sempre rivolta al racconto, a ciò che vuole dimostrare, ma in queste
nuove immagini si nota una maggiore attenzione alla forma, alla composizione, alla
prospettiva. Ormai ha alle spalle quasi quarant’anni di esperienza fotografica e il
risultato che riesce qui a raggiungere è altissimo. Si possono notare soprattutto i
disegni geometrici creati dalla terra stessa, lavorata dalle macchine. L’orizzonte viene sempre lasciato molto alto, per dare spazio alla vera protagonista: la terra. È esemplare terminare questa parte dedicata a Uomini terra lavoro con le parole di Quintavalle, il quale dice: Le foto sono di qualità molto alta, fra le più belle che Morandi abbia scattato, sono foto molto architettate, molto costruite, sono sempre foto-sequenza, cariche di narrazione e dunque di evento. Sono foto che vogliono essere anche storia. La civiltà della pianura è cambiata, Morandi sta cambiando in parte il suo stile, il suo modo di raccontare, o, per meglio dire, sta approfondendo la capacità di concentrare nell’architettura delle immagini la dimensione di un racconto che non è più un epicedio della campagna ma un epinicio. (3)

Francesco Petruzziello

Parte 1. Parte 2. Parte 3. Parte 4. Parte 5. Parte 6.

(1) Peter Kammerer, La forza del corpo. Intervista a Giuseppe Morandi, in Giuseppe Morandi, Giuseppe Puerari, Ventunesima Estate, cit., pp. 27-28.
(2) Arturo Carlo Quintavalle, Storie di macchine e di campagna, in Giuseppe Morandi, Uomini terra lavoro, cit., p. 45.
(3) Arturo Carlo Quintavalle, Storie di macchine e di campagna, in Giuseppe Morandi, Uomini terra lavoro, cit., p. 51.