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GIUSEPPE MORANDI. RICOSTRUZIONE DI UN ARCHIVIO. parte 8.

Estratti dalla tesi di laurea GIUSEPPE MORANDI, RICOSTRUZIONE DI UN ARCHIVIO. 
LA DONAZIONE AL CSAC: STORIA E CONTESTO, di Francesco Petruzziello, Università degli Studi di Parma, Relatore: Chiar.ma Dott.ssa Cristina Casero, Correlatore: Chiar.mo Dott. Paolo Barbaro. Anno Accademico 2014 – 2015.

Per leggere la tesi integrale e visionare le fotografie, clicca qui.

L’intervista. (Pontirolo. 07/01/2015).

A quando risalgono le prime stampe presenti nel CSAC?
Le stampe dello CSAC sono stampe del ’77, ’78. Le stampe presenti [quelle de I Paisan] le hanno scelte loro. Le mostre dopo le ho scelte io, cioè erano le foto del catalogo. Hai I paisan, I volti e Uomini terra e lavoro. Sono un [intero] ciclo, prima di quelle più recenti. Miciu – la prima volta che eravamo andati avevi portato un pacco di foto, quelle dei paisan che han tenuto loro, cartoline. La prima volta a Re Arturo.
Come hai scoperto dell’esistenza del Centro Studi di Parma? Come mai hai scelto di affidarti a loro e cosa ti ha spinto a contattarli? Volevi conservare e/o organizzare il tuo lavoro? Ho letto sul giornale l’Unità che si era aperto un centro studi. [Li ho contattati] Dato che le mie foto non erano considerate, in paese mi consideravano un matto. Comunque le foto che ho fatto le difendo sempre, perché era quello che sentivo, quello che vedevo, e col tempo che passa le sento molto più vicine, perché è documentata anche la polvere che c’era allora sulle cose, i gesti che facevano: lui [il Micio] quando lavorava in stalla, il padre, l’odore di merda che c’era, e poi le persone, che erano le mie persone, di conseguenza mi fa piacere rivederle. Sono andato lì non per conservarle, ma per dare immagine e dignità a questa gente, per far sentire i protagonisti della vita del paese, a livello economico e a livello di umanità. Lo stesso procedimento che ora ho avuto con gli immigrati. Ho fatto una mostra anche: dentro l’India. È la vita nel suo villaggio compreso la morte.
Qual è stata la reazione di Quintavalle dopo esservi incontrati? Cosa ha detto riguardo le stampe che gli avevi portato? Ti occupavi tu della stampa?
Quintavalle è stato simpatico, si è accorto che la stampa non mi interessava, perché
diceva che qui ci sono bianchi e neri e solo poco grigio, poi i pacchetti… Io non andavo là, come vanno tutti i fotografi, con un bouquet già sistemato, ma davo questi pacchetti così com’erano. Ho stampato anche io. Ho cominciato da Lodi in soffitta, poi non perdevo del tempo e la manualità tecnica non è il mio forte, c’erano le catinelle dell’acido, l’acqua, l’ingranditore. Poi stampavo in estate, in soffitta, al
caldo…
Quintavalle mostra subito interesse verso le tue fotografie, ma come mai sei sempre andato a Parma prima di ogni pubblicazione? A Quintavalle sono piaciute subito nonostante la stampa. Si è interessato alle mostre
e quando la provincia di Cremona ci ha detto – Facciamo la mostra [de I Paisan] -
allora l’unico che davvero le conosceva [le foto] e che sentiva questo mondo era
Quintavalle, in effetti con lui è partito tutto, quello che viene dopo è un seguito.
Andavamo da lui e poi abbiamo iniziato anche con Paolo. Qui è venuto anche Allegri, il segretario, a prendere delle cose, che poi in un primo tempo hanno cercato di stampare loro direttamente dai negativi. Il riferimento è sempre Parma, perché o Paolo o Re Arturo dal punto di vista fotografico sono il nostro riferimento. È Quintavalle che mi ha fatto vedere i fotografi del New Deal americano.

Parliamo dei viaggi più importanti che hai compiuto durante questi anni. Quando sei stato in Sardegna e nel sud Italia?
Ho cominciato negli anni 60, ma anche prima a girare. In Sardegna sono andato nel
1962 ad Orgosolo e 1961 in Sicilia, era il centenario dell’Unità d’Italia. Ero in Sicilia e
andavo a fotografare gli asili famiglia di Catania. La Sardegna è stata dopo.
Ma cosa ti ha spinto ad uscire dalla tua realtà che tanto amavi? Hai avuto qualche compagno di viaggio?
Il paese era stretto, anche se lo amavo, ma dopo, quando ho conosciuto lui [il Micio] nel ‘64, ho ripreso a fotografare questo mondo e l’ho approfondito grazie a lui e alla famiglia Azzali. Ho conosciuto la loro vita e le condizioni in cui lavoravano. I viaggi che ho fatto prima eran con altri ragazzi. Non erano semplici ferie perché facevo sempre il diario e avevo sempre in prestito la macchina fotografica. Ad Orgosolo sono tornato nel ’70 e mi ha prestato la macchina la moglie di Gianni Bosio, ero stato con mio cugino Efrem. Sono stato anche in Calabria con Bosio, ho fotografato i riti del meridione per l’istituto Ernesto De Martino. Ad Orgosolo poi siamo tornati diverse volte, abbiamo organizzato una mostra fotografica: Oggi Orgosolo, e adesso l’abbiamo donata al comune di Orgoslo. Abbiamo poi organizzato qui una giornata dedicata alla Sardegna e in particolare ad Orgosolo.
Per quanto riguarda l’America: con chi sei andato? Hai scattato anche lì?
In America ci sono stato solo [da solo] a S. Francisco con la Thatcher (1) per 3
settimane nel 1983-1984, ho fotografato qualcosa ma non molto. Siamo ritornati in
America dopo, con Paolo Barbaro e Claudia Cavatorta, nel New Jersey dove abbiamo fatto delle mostre, qualche foto di ogni mostra e non una in particolare. Siamo stati una decina di giorni. Abbiamo fatto una conferenza: la presentazione dell’attività della Lega e c’erano 150-200 persone. Erano tantissimi e i professori erano allibiti. In un salone enorme. C’era anche un’antropologa della Columbia University.
Si dice che ti sono piaciute molto le fotografie del New Deal Americano (le FSA), ma quando le hai viste la prima volta? Prima sapevi già della loro esistenza?
Nel ‘75 abbiamo visto la mostra del New Deal americano e abbiamo anche il libro,
prima, di queste fotografie non conoscevo niente. Siamo andati a vedere anche a
Venezia una mostra sul New Deal americano fatta da Quintavalle.
Io principalmente ho visto i film del Neorealismo, e quelli mi hanno impressionato:
Roma città aperta, I paisà. La mia cultura arriva principalmente dal cinema, dalla vita in diretta e dall’appartenenza ad una determinata categoria: i paisan. Poi ero anche un po’ strano. Per un anno ho fatto il pastore: ho girato con il pasturin nei campi del Vho.

Un altro argomento molto dibattuto è il discorso su Strand.Cosa pensi del suo lavoro e che influenza ha avuto sul tuo modo di lavorare? Strand mi è piaciuto ma mi è venuta anche la rabbia: fotografa benissimo, ma è un americano che viene qua e non sa niente di quello che c’è qua. Il mio obiettivo era: ma nella mia vita riuscirò mai a fare un libro sui paisan? Io ho comperato un paese. L’ho comperato a rate a 2000 per mese. Fotografavo già e mi era piaciuto molto, mi aveva affascinato, ma mi appariva strano.

Francesco Petruzziello

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(1) Soprannome dato da Morandi a Nadia Calestani, insegnante di inglese e amica di Giuseppe Morandi.