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GRAVITAS ME RAPUIT: LA SAUDADE TRA RIMORSO E RIMOSSO IN ANTONIO TABUCCHI. parte 1.

Vou-me embora e não sei se voi voltar

A saudade nas noites de frio

Em meu peito vazio virá se aninhar.

A saudade é dor pungente, morena

A saudade mata a gente, morena. (1)

«A Saudade Mata A Gente»

Antonio de Almeida/João de Barro

Siamo poco prima del 1436 e il sovrano portoghese D. Duarte è da poco guarito da uno stato di profonda depressione dovuto a numerose crisi politiche ed istituzionali alle quali ha dovuto far fronte: il suo stato psicologico viene descritto con dovizia di particolari ne O Leal Conselheiro, una miscellanea in prosa di argomento vario. Una sola parola Duarte utilizza per delineare lo stress subito come stato patologico: questa parola è saudade, (2) che è già ben distinta dalla pura e semplice nostalgia. Il sovrano vive e parla della saudade come una strana mescolanza di tristezza melanconica e di piacere sottile, di cupo desiderio e di afflitto ricordo; i sintomi aggrediscono la persona quando vi è un allontanamento o un timore di qualcosa che ancora deve accadere: (3)
Se alguã pessoa por meo seruyço e mandado demym se parte, e delia tenho suydade Certo he que detal partyda nom ey sanha, nojo, pezar, desprazer, nem auorrecymento, ca prazme desseer, e pesarmya se- nom fosse Epor se partir alguãs uezes, uem tal suydade que faz chorar, e sospirar como se fosse de nojo. Eporem me parece este nome dessuydade tam próprio que olatyni nem outra linguagem que eu saibha nom he pêra tal sentido semelhante. Desse auer algnãs uezes com prazer e outras com nojo ou tristeza. Esto se faz segvido me parece, por quanto suydade propriamente he sentydo que ocoraçom filha, por se achar partido da presença dalguã pessoa , ou pessoas que muyto per afeiçom ama ou oespera cedo de seer, e esso medes dos tempos e lugares em que per deleitaçom muyto folgou, dygo, afeiçom e deleitaçom, por que som sêtymentos que ao coraçom perteecem dõde uer- dadeiramente nace assuydade, mais que darrazom, nem do siso. E quando nos uem algíla nembranca dalguu tempo em que muyto folgamos, nom geeral, mass que traga ryjo sentydo, e, por conhecermos oestado era que somos seer tanto melhor, nom deseiamos tornar ael, por leixar oque possuymos, tal lembramento nos faz prazer, e a myngua do deseio per juyso determynado darrazom nos tira tanto aquel sentydo que faz assuydade, que mais sentymos afolgança por nos nenbrar oque passamos que apena damyngua do tempo ou pessoa ; e aquesta suydade he sentyda com prazer, mais que cõ nojo ne tristezza.(4)

Trad.: Se qualcuno per mio servizio e mandato da me si allontana e di lui sento saudade, certo è che di tal partenza non ho io collera, dolore, rammarico, dispiacere e nemmeno fastidio, giacché mi aggrada che sia partito, e mi rammaricherebbe se non lo fosse. E di tal partenza, alcune volte, viene una tale nostalgia che fa piangere e sospirare, come se fosse di dispiacere. E pure mi pare questo nome di saudade sì proprio, che il latino né altra lingua, che io sappia, non ne ha per tale sentimento uno somigliante. Compare alcune volte col piacere e altre col dolore o tristezza, per quel che mi pare, per quanto saudade propriamente è sentimento che il cuore genera al trovarsi sparato, o in attesa di esserlo presto, dalla presenza di qualche persona o persone che con molto affetto si amano, e lo stesso accade con i tempi e luoghi nei quali con molto diletto ci si svagava. Dico affetto e diletto perché sono sentimenti che appartengono al cuore, onde veramente nasce la saudade, più che dalla ragione o dal senno. E quando ci sovviene qualche memoria di un tempo in cui ci dilettavamo, non generico ma che trasmetta una forte emozione, e, sapendo di tanto migliore la condizione in cui siamo stati, non desiderano tornare a quello per lasciare ciò che possediamo, tale ricordo ci fa piacere, e la mancanza di desiderio, per giudizio dato dalla ragione, ci toglie sì tanto quel sentimento che dà la saudade, che più sentiamo il sollazzo nel rimembrare ciò che passammo che la pena per la mancanza di quel tempo o di quella persona, e codesta saudade è sentita più con piacere che con dispiacere o tristezza. Quando invece quella memoria fa sentire grande il desiderio, dovuto per maggior parte alla ragione, di tornare a tale stato o convivio, con questa saudade viene dolore e tristezza più che piacere. (5) 

La saudade è un sentimento concepito dal cuore, dalla sua capacità di provare piacere e affetto per qualcosa e per qualcuno, e poco ha a che vedere con la sfera del razionale: il senno non è contemplato nella descrizione delle cause di questa particolare nostalgia che nostalgia non è. La saudade ha due fondamentali risvolti psicologici: il piacere dilettoso e il dolore. Nel ricordare una situazione piacevole che non possiamo più rivivere ma che contemporaneamente non sentiamo più di voler rivivere, la saudade genera in noi prima una velata malinconia e poi un piacere irragionevole. Nel sentire il desiderio lancinante di un tempo oramai andato, invece, la saudade provoca un insostenibile stato di tristezza. Seguono poi i consigli medici che Duarte adotta, su consiglio del medico di corte, per allontanare questo stato psicologico che lo attanaglia. Resta, in questo modo, una fondamentale e antichissima testimonianza dell’esistenza di una «categoria dello spirito» (6) completamente portoghese, sentita per la prima volta da un portoghese e da lui fissata in eterno nella memoria letteraria del Paese.
Antonio Tabucchi dà della saudade numerose definizioni, che di volta in volta rilevano il carattere peculiare ed esclusivo di questo sentimento, che dopo Duarte assillò numerosi scrittori portoghesi nei secoli, fino a trovare la sua espressione più intensa nell’opera di Fernando Pessoa, in particolare nel «Libro dell’inquietudine» del suo eteronimo Bernando Soares e nelle poesie di Álvaro de Campos, e che da lì ha contagiato numerosi personaggi dell’universo letterario tabucchiano. Tabucchi fornisce all’interno di un libricino di saggi che raccoglie le conferenze tenute nel 1994 a Parigi all’École des Hautes Études, «La Nostalgie, l’Automobile et l’Infini», una delle definizioni più esaustive della saudade. Essa non può essere scissa dall’attività letteraria: è attraverso la letteratura infatti che la saudade a gran voce reclama tutto quello che è stato e non può più tornare, che è irreversibile, che è nostalgia del passato. Ma la saudade ha effetti molto più incisivi della canonica nostalgia: travaglia il presente, strangola il futuro, consente di far avvertire nell’hic et nunc la fine che quel dato momento porta con sé e quella a cui sono destinati tutti i momenti di là da venire. Rimpianto delle scelte perdute, delle occasioni non realizzate, di tutto quello che il crepuscolarismo di Gozzano definirebbe come «le cose che potevano essere e non sono state» associandole ad un amore che sa di timida ma struggente malinconia, perché fatto di un sogno gonfio «di abbandono e di rimpianto», elementi fondanti della saudade. (7)

Le manifestazioni di questo complesso sentimento, alla luce di quanto Tabucchi ha dichiarato attraverso i suoi racconti e i suoi interventi critici, risultano essere fondamentalmente due: la prima è una reazione psicologica volta al crogiolarsi dignitosamente nella propria malinconia, accanto alle rovine materiali (8) ed immateriali della propria esistenza frantumata, conclusasi prima del suo termine effettivo; la seconda, invece, è lo svilupparsi all’interno della psiche di un universo perturbante fatto di una realtà irreale e parallela, piena di incubi ad occhi aperti, popolata da personaggi deliranti, mostruosi e portatori di una versione rovesciata del reale, dal momento che l’esistenza viene avvertita coscientemente dall’Io come un inganno assurdo che non si riesce ad ordinare secondo categorie logiche. La diretta rappresentazione del primo modo inconscio di manifestarsi della saudade è l’immagine del navigante infinito, che rimane in una fissità contemplativa dell’orizzonte meditando sulla sua sensazione di vuoto e di perdita senza poter fare nulla se non attendere la morte: è il disio dantesco che «ai naviganti intenerisce il core», secondo la stessa dichiarazione di Tabucchi in un’intervista a «Leggere» del 1994:
La saudade è una parola che gode nomea di intraducibilità in ogni lingua. In italiano si traduce molto approssimativamente con nostalgia, ma in portoghese la parola nostalgia esiste di suo, esistono nostalgia e saudade, ma sono due cose diverse […]. Io la saudade l’avvicino molto al disio dantesco: «era già l’ora che volge al disio / ai naviganti e intenerisce il core». Ecco, quel disio è una parola molto complessa che indica uno slancio, un rimorso, un’aspirazione. (9)
È anche Luciana Stegagno Picchio, di Tabucchi filologa lusitana prediletta, ad affermare:
Del dolore che i viaggi per mare generano, tanto in chi parte quanto in chi resta, si nutre la saudade, quel sentimento equivalente del dantesco ‘disío’, che è insieme nostalgia di cose perdute e desiderio di beni futuri, divenuto segno della spiritualità portoghese e che i portoghesi esporteranno in ogni paese del loro peregrinare.(10)
Il disio dantesco viene dunque evocato dall’immagine del navigante che, sul far del tramonto, osserva con rimpianto misto a rimorso i suoi desideri destinati a non poter essere soddisfatti, poiché il mare, ed in particolare lo stare in mezzo al mare, rappresentano una distanza spaziale incolmabile dalla terra ferma e quindi da tutto ciò che è concreto/reale/effettivamente possibile. La genesi marina del sentimento della saudade va collegata anche alla vocazione marinara del Portogallo, aperto all’oceano Atlantico e geograficamente racchiuso in una striscia di terra ai confini occidentali dell’Europa: i grandi viaggi finalizzati alla colonizzazione di nuove terre e all’affermazione di questa nazione avrebbero accentuato il senso di malinconia e solitudine sia in coloro che erano costretti a partire, sia in coloro che erano costretti ad attendere un ritorno ipotetico e non sempre certo dei propri cari: il prodotto di questo senso di distanza angosciosa sarebbero le «cantigas de amigo». (11) I risultati liricamente più alti di tale senso di solitudine, che ha come abbiamo visto radici antichissime quanto la terra che lo ha generato, si esprimono, però, anche e soprattutto nella contemporaneità della letteratura e della musica lusitana e di chi si occupa di lusitanismo: basti pensare a Manuel Bandeira, (12) al brasiliano Carlos Drummond de Andrade (13) e, come già ricordato, a Fernando Pessoa, in particolare al suo eteronimo più saudoso, (14) Álvaro de Campos. (15)

Il mare acuisce dunque ogni desiderio poiché lo svuota di tutte le sue possibilità, proponendolo solo come il vessillo di un qualcosa che è stato o poteva essere, ma che di fatto rimarrà per sempre sospeso in una dimensione che non è passata né futura ma solamente irreversibile nella sua impossibilità, mentre il presente è un continuo oscillare dei moti del cuore che, come i moti delle onde del mare, creano turbolenze temporanee che però si risolvono in una immobilità dell’agire, in un perpetuo ripetersi sempre uniforme degli stessi vani sommovimenti.
Il mare è figurativa rappresentazione della saudade e il desio del navigante è il medesimo del marinheiro del «Fado Português» di Amália Rodrigues: (16)

O Fado nasceu um dia

quando o vento mal bulia

e o céu o mar prolongava:

na amurada dum veleiro,

no peito dum marinheiro

que, estando triste, cantava,

que, estando triste, cantava.

Ai, que lindeza tamanha,

meu chão , meu monte, meu vale,

de folhas, flores, frutas de oiro,

vê se vês terras de Espanha,

areias de Portugal,

olhar ceguinho de choro.

Na boca dum marinheiro

do frágil barco veleiro,

morrendo a canção magoada,

diz o pungir dos desejos

do lábio a queimar de beijos

que beija o ar, e mais nada,

que beija o ar, e mais nada.

Mãe, adeus. Adeus, Maria.

Guarda bem no teu sentido

que aqui te faço uma jura:

que ou te levo à sacristia,

ou foi Deus que foi servido

dar-me no mar sepultura.

Ora eis que embora outro dia

quando o vento nem bulia

e o céu o mar prolongava,

à proa de outro veleiro

velava outro marinheiro

que, estando triste, cantava,

que, estando triste, cantava.

Trad.: Il Fado nacque un giorno in cui il vento appena soffiava e il cielo si fondeva col mare: sulla murata di un veliero, nel petto di un marinaio che, malinconico, cantava che, malinconico, cantava. Ah, che immensa bellezza, la mia terra, il mio monte, la mia valle delle foglie, dei fiori, dei frutti dorati guarda se riesci a vedere le terre della Spagna, le spiagge del Portogallo, la vista annebbiata dal pianto. Nella bocca di un marinaio, di un fragile veliero muore la triste canzone dice il risvegliarsi dei desideri delle labbra che bruciano di baci che baciano l’aria, e niente di più che baciano l’aria, e niente di più. Madre, addio. Addio, Maria. Ricorda bene che io qui ti faccio un giuramento: o ti porterò in chiesa o sarà stato il Dio che servo a darmi sepoltura in mare. Ecco che ora è finito un altro giorno in cui il vento non soffiava e il cielo si fondeva col mare, sulla prua di un altro veliero, un altro marinaio faceva la guardia, che, malinconico, cantava, che, malinconico, cantava.

L’uomo, guardando il mare al tramonto sulla prua della sua nave, si sente punto dal desiderio di baciare le labbra dell’amata Maria, ma le sua labbra baciano l’aria e Maria è collocata in un Altrove che il marinaio non sa se potrà mai più raggiungere, in quanto teme che il mare, in quanto saudade, sia elemento presago della sua morte tra le onde anonime di un oceano qualunque. Il marinaio è di fatto estraneo dal mondo nello spazio e anche nel tempo; il fado nasceva ‘un giorno’ in cui cielo e mare si confondevano in un ambiguo gioco di colori e di amori e il marinaio era «trop plein d’amour envers tout ce qui mérite d’être aimé», (17) motivo per cui si è ammalato di saudade, e piuttosto che agire contrariamente alla corrente che lo spinge lontano si lascia intorpidire dal tedio e resta a guardare, a guardarsi, perché non sappiamo se «è il rimpianto a generare immagini o sono le immagini a generare a loro volta il rimpianto» (18) e quindi il giorno finisce, ma non la sua nostalgia, perché nel ciclo impazzito ma costante dell’irragionevolezza del mondo la saudade si nutre di se stessa e del suo rovescio, moltiplicando le proprie immagini in un teatro simbolico privo di spettatori: ed «ecco che ora è finito un altro giorno, in cui il vento non soffiava e il cielo si fondeva col mare, ma sulla prua di un altro veliero un altro marinaio faceva la guardia, e, malinconico, cantava». È la continuità immarcescibile della nostalgia, che segue il ciclo della natura e della vita dell’uomo, accendendosi nei petti di ciascuno durante l’immobilità di un’esistenza simile ad una giornata senza vento e con il mare calmo, dove cielo e terra si confondono come gli inafferrabili sentimenti umani, privi di definito confine.

Eleonora Rimolo

(1) «Devo partire / Non so se tornerò / E la saudade verrà ad annidarsi / Nel mio cuore vuoto / nelle notti fredde / La saudade ci uccide / La saudade è un dolore lancinante».
(2) Due termini arcaici derivanti dal latino come soydade e suydade – l’evoluzione anomala del dittongo ‘oi’ in ‘au’, determinerà poi la formazione del termine saudade – sono presenti già in epoca medievale nelle liriche dei Canzonieri galego-portoghesi, che riuniscono più di 1600 componimenti scritti fra la fine del XII secolo e la metà del XV. A proposito della formazione del termine saudade vd. J. GUIMARÃES ROSA, Manuelzão e Miguilim, Nova Fronteira, Rio de Janeiro 1984, 12ª ed., p. 79.
(3) Per un approfondimento sulla storia della saudade e dei suoi sintomi, vd. P. DA COSTA, L. DALILA, P. GOMES, Introdução à Saudade, Lello & Irmão Editores, Porto 1976 e C. M. DE VASCONCELOS, A saudade portuguesa, Guimarães Editores, Lisboa 1996.
(4) M. R. LAPA (a cura di), Dom Duarte e os Prosadores da Casa de Avis, Seara Nova, Lisboa 1977, pp. 24-27.
(5) La traduzione è di V. TOCCO, in Breve storia della letteratura portoghese, Carocci, Roma 2011, pp. 28-29.
(6) «La Saudade, diceva Maria do Carmo, non è una parola, è una categoria dello spirito, solo i portoghesi riescono a snetirla, perché hanno questa parola per dire che ce l’hanno, lo ha detto un grande poeta». A. TABUCCHI, Il gioco del rovescio, Feltrinelli, Milano 1998, p. 12.
(7) «Il mio sogno è nutrito d’abbandono, / di rimpianto. Non amo che le rose / che non colsi. Non amo che le cose / che potevano essere e non sono state…» G. GOZZANO, Cocotte, in Poesie, Bur, Milano 1977, p. 199.
(8) Come il ritratto della propria moglie defunta che Pereira conserva in modo geloso ed ossessivo e col quale dialoga nella consapevolezza di non poter ottenere alcuna risposta, quasi a voler ribadire ogni volta l’ineluttabilità dell’assenza della donna.
(9) Intervista con R. PETRI, in «Leggere», n° 61, giugno, 1994, p. 72.
(10) L. STEGAGNO PICCHIO (a cura di), Antologia della Poesia Portoghese e Brasiliana, La Biblioteca di Repubblica, Firenze 2004, p. 13.
(11) Per un approfondimento dei temi delle «cantigas de amigo» risalenti alla fine del XII secolo vd. M. CODAX, Ondas do mar de Vigo, in N. CORREIA (org.), Cantares dos trovadores galego-portugueses, Editorial Estampa, Lisboa 1978, p. 76.
(12) Si veda a tal proposito la lirica che Brandeira dedica all’amico Mário de Andrade (1893-1945) in occasione della sua scomparsa: M. BANDEIRA, A Mário de Andrade ausente, in Poesia Completa e Prosa, Nova Aguilar, Rio de Janeiro 1985, pp. 279-280.
(13) Moltissime poesie di de Andrade, autore particolarmente amato da Tabucchi, sono intrise di saudade: una delle più rappresentative è sicuramente Confidência do itabirano. Vd. C. DRUMMOND DE ANDRADE, Confidência do itabirano, in Reunião – 10 livros de poesia, J. Olympio, Rio de Janeiro 1874, 6ª ed., p. 45.
(14) Cfr. A. DOLFI, La scrittura e gli oggetti della saudade, in Gli oggetti e il tempo della saudade, Le Lettere, Firenze 2010, p. 25.
(15) Poesia che lega indissolubilmente mare e saudade è «Ode marítima»: vd. F. PESSOA, Poesie di Álvaro de Campos, Adelphi, Milano 1993, pp. 66-67. Pessoa in questa sede riesce a descrivere con uno slancio lirico inimitabile la saudade come l’allontanamento definitivo dal molo verso l’ignoto.
(16) Amália Rodrigues fu particolarmente amata da Tabucchi, che alla sua morte scriverà un illuminante articolo sulla celebre fadista: vd. TABUCCHI, La forza di un destino, «Corriere della sera», 7 ottobre 1999.
(17) Cfr. EDUARDO LOURENÇO, Mythologie de la Saudade. Essais sur la mélancolie portugaise, Dijon, Éditions Chandeigne, 1997, p. 13.
(18) Intervista di TABUCCHI a M. BETTINI, Prigionieri in un mondo di figure, «Corriere della sera», 2 settembre 1992.