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I COCOMERAI DELLA SAUDADE

 

Camminavi, come in ogni estate ti succedeva, verso il chiosco dei cocomerai che si trovava in fondo alla strada. Il chiosco, che compariva come d’incanto a luglio, per te era il segnale: significava che l’estate era cominciata per davvero.

In quei giorni i tuoi ti chiedevano spesso di andare a prendere il cocomero. Non vedevi l’ora che te lo chiedessero e gli rispondevi sempre di sì. Andare era un’occasione per immergerti nelle tue fantasticherie. Una camminata che ti sembrava un lungo e avventuroso viaggio.

Il sole stava tramontando e i suoi raggi disegnavano capricciosi ghirigori sul tuo viso. Ti piaceva sentirteli addosso. Erano tiepide carezze dopo un pomeriggio di calura.

Camminavi in un silenzio rotto solo dal raro passaggio di qualche auto, da grida di bambini che, a torso nudo, stavano sui balconi a giocare e dal frinire delle cicale, quel canto che amavi tanto perché anche quello era un segnale: voleva dire estate, vacanze, la prossima partenza per il mare.

Poi un effluvio di profumi, odori, luci.

Camminavi lentamente.

Non avevi fretta di arrivare.

Ti guardavi intorno curioso.

Quei profumi, quegli odori, quei raggi di sole che sollevavano pulviscoli di polvere, li avresti voluti possedere, assorbire. Ma era impossibile. Erano inafferrabili. Se avessi provato a toccarli ti sarebbero scivolati tra le dita e avresti stretto tra le tue piccole mani solo aria.

Guardasti verso il sole e ti venne una strana malinconia.

O era nostalgia?

La nostalgia la sapevi senza conoscerla. Era dentro di te. Solo che non avevi le parole per dirla.

Continuasti a camminare lentamente.

Passò un treno dalla ferrovia che costeggiava il chiosco.

Il suo fischio si perse in lontananze a te sconosciute

Il treno se ne va per chissà quali stazioni, riflettesti; il sole che tramonta è un altro giorno che passa, un giorno che non ritornerà più, inghiottito chissà dove, in chissà quale anfratto della terra, ti dicesti.

Andavi sempre più adagio.

Non volevi che la tua passeggiata terminasse.

Poi, improvvisa, l’intuizione che durò un istante, come una scintilla: eri assolutamente certo che quella camminata verso il chiosco dei cocomerai, un giorno lontano, quando saresti stato grande, ti sarebbe mancata molto e che non l’avresti dimenticata.

Avresti voluto fermare quel momento, avresti voluto che durasse per un tempo infinito ma già se ne stava andando, inesorabile nel suo svanire.

Come avresti potuto spiegare tutto questo ai tuoi quando saresti tornato a casa? Le parole non rendono, sono fragili, ti venne da mormorare proprio così, non rendono quello che si prova.

Mentre continuavi a camminare ti chiedesti quale sarebbe stato il tuo futuro quando saresti diventato grande. Non era la prima volta che te lo domandavi durante le tue passeggiate. Non eri in grado di dare una risposta anche se ti passarono davanti mille immagini, forti, sbiadite, confuse che si dissolsero così come erano affiorate. Sapevi che avresti avuto un futuro, ma non sapevi quale sarebbe stato, non eri un indovino.

Arrivasti al chiosco. Dietro c’era un campo di calcio. Ci avevi giocato con i tuoi compagni di squadra e di classe tante partite durante la primavera. Rammentasti, però, un giorno d’inverno. Era S. Stefano. Vi giocasti un memorabile incontro sul campo completamente innevato. Nessuno di voi riusciva a tenersi in piedi. Scivolavate e ridevate. Finì a palle di neve. Ricordasti che, per te, la neve aveva un suo odore. Odorava di buono, di puro, di qualcosa che si riverberava nell’aria e nel cielo, anche se il cielo era plumbeo. Se lo avessi confidato ai tuoi amici ti avrebbero preso per matto.

Sapevi che altre partite del genere le avresti ancora giocate, ma non sarebbero mai state come quella, non sarebbero mai state quella. Poi ti venne il pensiero che fra qualche anno, quel campo non sarebbe più esistito. Ci avrebbero costruito dei palazzi come era già accaduto in altre zone del quartiere. E ti domandasti, quante altre volte vi potrò giocare?

I cocomerai ti conoscevano e ti servirono subito. Scelsero il cocomero e te lo misero in un sacchetto di plastica. Pagasti e vi salutaste.

Tornasti voltando le spalle al sole che stava tramontando.

I suoi raggi cominciarono a intiepidirti la schiena.

Avresti voluto aspettare le stelle, ma si sarebbe fatto troppo tardi.

I tuoi ti accolsero, come sempre, con gioia, si complimentarono per la scelta del cocomero anche se tu, in quella scelta, non avevi avuto nessun merito.

Ai tuoi non dicesti nulla.

Andasti, silenzioso, nella tua cameretta e ti mettesti alla finestra.

Guardasti il sole che stava scomparendo dietro il filo dell’orizzonte.

 

Andrea Cabassi