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Immagine. Per Antonio Tabucchi.

Il 25 marzo 2012 moriva nella sua Lisbona un grandissimo scrittore italiano: Antonio Tabucchi. Grazie a M. G. A., professoressa dell’Università di Pisa, che lo conosceva personalmente, avrei potuto incontrarlo proprio in quel periodo, per conoscerlo e in particolare per chiedergli alcune cose per un mio studio di onomastica letteraria su Sostiene Pereira, cui allora stavo lavorando. Non sapevo ancora chi fosse Antonio Tabucchi, se non attraverso il suo romanzo più famoso, l’unico che avevo letto. E la notizia della sua morte, appresa proprio nello studio della professoressa, con l’assistente che mi canzonò dicendomi che avevo portato sfortuna a Tabucchi, non mi sconvolse. Da allora, però, Antonio Tabucchi è diventato una parte viscerale delle mie letture e della mia vita. Non l’ho più incontrato, e non lo incontrerò mai più. Almeno, non personalmente.

Questo racconto, un requiem più che un mandala, è scritto in forma di omaggio per Antonio Tabucchi. Mi sembra di averlo sognato, forse in una calda mattina di luglio. Ma la verità è che tutto è accaduto realmente. O almeno così mi pare.
Pisa, 12 luglio 2016

Lo avevo riconosciuto subito in mezzo a tanta gente. Non saprei dire come era vestito, né se fosse solito camminare accompagnandosi a un bastone da passeggio. Non l’avevo mai visto prima, se non in foto o nei video delle sue interviste e dei suoi interventi pubblici. Eppure ero sicuro che quell’uomo che vedevo di spalle, vestito in quel modo, che camminava con eleganza e semplicità in mezzo alla gente, accompagnato dal suo bastone da passeggio, fosse proprio lui. Quando lo intravidi era già abbastanza lontano. Non indossavo i miei occhiali, ma per fortuna ho solo una leggera presbiopia, non sono miope. Lo riconobbi senza alcun dubbio, e cominciai a seguirlo.
Lo seguivo da lontano, senza affrettare il mio passo, ma anzi quasi uniformandolo al suo, di modo che tra me e lui si manteneva sempre la stessa distanza, o quasi. Più che camminare, sembrava fluttuare tra la folla, etereo, definitivamente concentrato sul suo cammino, imperturbabile, quasi come se tutta la vita, anzi le vite che gli passavano intorno non lo sfiorassero affatto. Io non lo perdevo di vista un secondo, in mezzo al groviglio di volti che si frapponevano tra me e lui e che camminavano in tutte le direzioni, con le più disparate espressioni e verso chissà quali mete.
A un certo punto, però, non ricordo neppure bene dopo quanto tempo, e dopo quanto cammino, l’eccitazione di poterlo finalmente incontrare ebbe il sopravvento sul mio contegno, e allungai frettolosamente il passo, scansando i passanti in maniera non troppo cordiale. Tabucchi!, Tabucchi!, chiamai a gran voce, signor Tabucchi!, mi affannai, Professore!, ma lui non mi sentì, o sembrò non sentirmi. Il suono della mia voce mi apparve insolito, strano persino alle mie orecchie, goffo e curiosamente ovattato, come in un sogno.
Voltò a sinistra, e scomparve dietro l’angolo di un edificio con le pareti di un bianco abbagliante. Ma dove sono finito?, mi domandai solo allora. Era quasi il tramonto. Non conoscevo quella zona della città, quelle stradine e quei vicoletti affollati per i quali mi aveva inconsapevolmente condotto. Ma non ebbi tempo di cercare una risposta al mio smarrimento che, alzando lo sguardo, lo rividi comparire dietro il plexiglas di un sovrappassaggio, di profilo, ed ebbi così la conferma che fosse proprio lui: i capelli diradati, quegli occhiali, lo sguardo corrucciato, intento a pensare chissà cosa, ecco, forse una giacca scura. O era una camicia scura?
I miei piedi decisero di incamminarsi prima dei miei occhi, che invece erano rimasti ancora per qualche secondo fissi su quel volto ieratico che avanzava. Tabucchi, finalmente lo avrei incontrato. Non poteva camminare per sempre, e sfuggirmi per sempre. Da qualche parte si sarebbe pur dovuto fermare, prima o poi, a riposarsi, visti i suoi anni, resi ancora più pesanti da quella malattia che aveva confessato solo all’ultimo. E infatti, dopo poco, lo ritrovai in una piazzetta, seduto sulla pietra bianca di una grossa aiuola circolare, che ospitava nel terreno scuro al suo interno una pianta maestosa, una palma, o forse un ulivo, non saprei dire, tanto ero concentrato su di lui.
C’ero quasi. Mi fermai, e mi sembrò di vederlo alla stessa distanza dalla quale lo avevo sempre visto per tutto il tempo del mio inseguimento. Ma stavolta non era di spalle, bensì di fronte, seduto di fronte a me, certo sempre a una discreta distanza, con i baffi incolti e ispidi che aveva finalmente deciso di lasciarsi crescere di nuovo, i piedi incrociati ad ancorare il bastone, le mani appoggiate sul pomo del bastone, e il mento proteso verso le mani, senza però appoggiarvisi, come se fosse già pago di appoggiarsi sullo strato d’aria tra il suo mento e le mani.
Tirai un bel sospiro, con lo sguardo sempre fisso su di lui, che invece aveva lo sguardo perso nel vuoto, o forse solo apparentemente perso nel vuoto: chissà, in realtà, a cosa stava pensando, quali riflessioni esistenziali, o magari pensava alla prossima storia da scrivere. Dal canto mio, era tremendamente difficile stabilire, tra tutte le cose che volevo dirgli, che avrei voluto dirgli da così tanto tempo, quella dalla quale partire. Abbandonai quasi subito l’impresa, mi feci coraggio, e dopo un altro sospirone, i pugni stretti fino a farli sudare, le braccia tese lungo il corpo, la testa incassata nelle spalle, e un tremore diffuso che rendeva inutile ogni tentativo di sembrare rilassato, cominciai meccanicamente e muovere i miei passi verso di lui.
C’ero quasi. Ma ecco che due ragazzi, sbucati non si sa da dove, gli si fecero intorno, ed io finii per intravederlo solo in mezzo a loro due. Tabucchi era rimasto sempre nella stessa posizione, aveva soltanto alzato in maniera impercettibile il mento verso quei ragazzi che gli stavano di fronte, in piedi: un ragazzo alto e snello, biondo, in pantaloni corti beige con le pence e i risvolti, alla sua sinistra, e una ragazza grassottella, capelli scuri ricci fino al collo, alla sua destra, una camicetta leggera nera a pois bianchi, con dei libri e delle cartellette colorate che teneva abbracciati in seno. Invece di alzare la faccia verso il suo interlocutore, voltò soltanto gli occhi in alto a sinistra, per scrutare da sopra i suoi occhiali. Ascoltava il ragazzo con uno sguardo intenso, penetrante, tanto che sembrava gli stesse dicendo la cosa più importante, più profonda e vera del mondo.
Vidi quindi Tabucchi che, scostati con gesti delle mani i due ragazzi, si aprì una finestra davanti a sé, come fece Mosè con le acque del Mar Rosso, e con un gesto solenne del dito indicò proprio me, che nel frattempo mi ero avvicinato abbastanza da poterne intuire la voce. Un’immagine del tutto inaspettata, che non dimenticherò mai. Ask him, strascicò con una voce stanca e rauca, domandate a quel ragazzo, continuò in un inglese incerto ma efficace, che sicuramente parla inglese meglio di me, e saprà indirizzarvi. I due ragazzi, in piedi ai lati di Tabucchi seduto su quell’aiuola, si voltarono all’unisono verso di me. Ringraziarono con un sorriso e con cenni del capo, e all’unisono si diressero verso di me.
Non sapevo che pensare. Ero pietrificato. Dunque mi aveva visto?, e soprattutto, mi aveva sentito quando lo avevo chiamato poco prima? I due ragazzi furono subito da me. Non si presentarono neppure, ma capii che erano studenti Erasmus, credo polacchi, o almeno il ragazzo mi sembrò polacco. Mi spiegarono, in un buon inglese, che avevano urgenza di stampare alcuni documenti, e volevano che gli indicassi una copisteria nelle vicinanze. La loro richiesta mi confuse ancora di più, e soprattutto mi distrasse da Tabucchi. Raccolsi con un eroico sforzo di lucidità le mie energie mentali, e mi concentrai subito per pensare dove potessero stampare nelle vicinanze i loro documenti. In fondo lo stavo facendo proprio perché Tabucchi in persona mi aveva investito di quel compito.
It’s late, mi arrangiai col mio basic english, per trovare qualcuno ancora aperto che possa stampare i vostri documenti. Mi fecero capire che ne avevano estremo bisogno. Nel frattempo era scesa quasi completamente la notte, e mi accorsi solo allora che i lampioni erano accesi. Feci mente locale, e poi trovai la soluzione. Ok, come with me, li invitai a seguirmi. Stranamente, mi orientai meglio di quanto pensassi in quella zona della città che ero sicuro di non aver mai visto prima. Arrivammo fino al fiume, in prossimità di un centro commerciale che conoscevo bene. Non vedevo l’ora di tornare da Tabucchi, ormai avrei ritrovato facilmente la strada. Quindi li accompagnai fino a un certo punto, e gli diedi indicazioni su come proseguire. Go straight, then right, then left, and straight again, provai a spiegarmi, mentre la mia mano destra, per ribadire il concetto, sembrava imitare un serpente aereo che andava ora a destra ora a sinistra. Lì troverete un… come si dice centro commerciale in inglese?, uno shopping center?, yes, a big shopping center, e lì troverete, I think, un negozio ancora aperto che vi farà stampare i vostri documenti.
Senza perdersi in chiacchiere, con ampi sorrisi e tanti thank you, thank you so much, corsero verso il centro commerciale. Li vidi percorrere il marciapiede e sparire nella fioca illuminazione stradale che rischiarava le foglie dei platani. Io non aspettai che voltassero l’angolo, magari per assicurarmi che avessero capito bene le mie indicazioni, ma tornai subito indietro, verso il luogo di quell’incontro mancato per un pelo. Non era passato poi molto tempo da quando Tabucchi aveva indicato proprio me a quei due studenti. Tornai col cuore in gola, non sentivo più le gambe. Ma ovviamente, come avevo temuto per tutto il tragitto, di Tabucchi neppure l’ombra. Restai immobile, credo per qualche minuto, nello stesso punto da cui l’avevo visto indicarmi, a fissare quell’aiuola dove non sedeva più nessuno. Tornai a casa trattenendo a fatica le lacrime.
* * *
Il giorno dopo, in biblioteca, ritrovai quei due ragazzi, che appena mi videro mi riconobbero, e di nuovo a ringraziarmi, perché alla fine erano riusciti a stampare quello che dovevano stampare. Loro erano gli ignari responsabili del mio mancato incontro con Antonio Tabucchi. Cercai di sorridere loro più che potevo, forse mal celando il mio rancore. Ma voi sapete chi era l’uomo con cui avete parlato ieri?, chiesi infine nel mio inglese zoppicante. No, non avevano la più pallida idea di chi fosse. He is a writer, spiegai loro, anzi, he is one of the greatest writers of Italian literature. Restarono sbigottiti, occhi e bocche spalancate alle mie parole. Ma subito dopo averle pronunciate, restai sbigottito anche io. Ma… but he died, realizzai solo in quel momento, è morto, nel 2012… the twenty-fifth of March of two thousand and twelve, scandii la data esatta nella mia mente senza riuscire a trovare il fiato per pronunciarla, con lo sguardo fisso al pavimento, stavolta davvero perso nel vuoto.
Eh sì, pensai, quasi a cercare di autoconvincermi della cosa, sto leggendo Per Isabel, che è un romanzo postumo di Tabucchi, quindi se è postumo vuol dire che è stato pubblicato dopo la sua morte. Quindi non m’inganno, deve essere proprio morto, continuavo a ragionare tra me, come se quella fosse la dimostrazione più stringente che potessi trovare, un sillogismo che in effetti non faceva una piega. I due ragazzi non si sconvolsero più di tanto alla rivelazione. Mi congedai dalla ragazza cicciottella, mentre avevo perso di vista il ragazzone biondo. Ignoravo ancora i loro nomi. Mentre stavo per uscire dalla biblioteca, lo vidi dietro una porta a vetri, in un corridoio luminosissimo dell’ala nuova, camminare con due uomini eleganti, da un lato e dall’altro, che gesticolavano e parlavano animatamente con lui, mentre era al telefono. Insomma, sembrava più un uomo d’affari che uno studente Erasmus, impegnatissimo, alle prese con mille cose contemporaneamente. Multitasking, come si dice.
Era di spalle, procedeva in direzione opposta alla mia in un corridoio che sembrava interminabile. Ma in qualche modo il ragazzo polacco avvertì la mia presenza da dietro i vetri della porta. Fermò i suoi passi, inducendo anche gli altri due a fermarsi, come colti di sorpresa. Si girò con la testa, ruotando leggermente il busto, mi guardò con aria ancora riconoscente per le indicazioni della sera prima. C’era sul suo volto una strana calma, come un malinconico e rassegnato distacco dalla situazione in cui si trovava, o forse dalla vita in generale. Mi fece cenno di aspettarlo, che se volevo sarebbe tornato indietro e mi avrebbe salutato e ringraziato ancora una volta. Mi schermii con un cenno della mano e un’espressione del volto che sembravano dire insieme non preoccuparti e ciao, stammi bene. Lui capì e non insistette, sempre voltato verso di me.
Io presi alla mia destra, spinsi la porta a vetri della biblioteca, e uscii nello spazio antistante, lastricato di sampietrini di granito. Trovai posto a sedere sulla pietra grigia di una piccola aiuola circolare, con al centro una piccola palma. Sì, stavolta ne sono certo, era proprio una palma. Estrassi dallo zaino Per Isabel. Un mandala, il primo inedito postumo di Antonio Tabucchi, e ripresi la lettura da dove avevo lasciato il segnalibro. Quinto circolo. Tiago. Lisbona. Immagine.

Francesco Feola