In vitae corporis

Esula un po' dalla fotografia convenzionale.

 

Gaia Inglesi, senese, classe 1993. Oggi, dopo essersi avvicinata alla fotografia autonomamente, studia all'Accademia delle Belle Arti di Firenze (LABA).

Il suo percorso è fresco, anche se i suoi lavori spesso assumono delle tematiche importanti, mi vengono in mente la serie dei lift off Polaroid, in cui affronta il problema dell'abuso edilizio o le “Trasformation of Polaroid”, ricavate da Polaroid scartate e poi utilizzate come base per i suoi irriverenti collage dove tratta senza filtri ogni sorta di tematica odierna.

 

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In vitae corporis”, esula un po' dalla fotografia convenzionale, perché in realtà questa volta nessuno ha fotografato nessuno, ma per molti anni hai collezionato foto tessere di parenti, amici e sconosciuti, vivi e morti; senza fare alcuna differenza sono poi stati messi tramite una “trasposizione”, tutti in un altro piano del tempo, in un piano comune. Questa serie nasce e riflette sul significato di questo volere impossibile, dove vita e morte sono esattamente la medesima cosa. Il tempo.

La fotografia, in questa serie è legata con un filo diretto alla morte, o al suo concetto. Pare un modo per esorcizzarla, abbracciarla e accettarne la natura.

 

In queste facce – Il male del '900.

 

Sarà solo la nostra generazione, non lo so, (ad essere ottimisti chiaramente), ma credo che anche tutte quelle prima di noi abbiano provato questa sensazione di disagio, e già immagino le prossime, immagino un giorno i nostri figli; mi viene da pensare che siamo stati e saremo in ritardo sul tempo che ci è stato concesso, (da chi e da come sono cose che non discuterò in questa sede).

Però questo essere in ritardo con il tempo, se vogliamo guardare la cosa dal lato positivo della vita, fa germogliare in noi una capacità naturale di turbamento, e considerando ormai che questo disagio è una condizione collettiva e normale, genera in noi altri stati, e ne faremmo le veci naturalmente, a volte con disinvoltura, altre volte con la pesantezza del vuoto. L'inquietudine.

Come sono lunghe quelle giornate, a cercare di soffocare quell'inquietudine, quel rimorso, quell'andare più piano del tempo, il non sentirsi dentro, non poter abitare questo spazio e si rimane nelle memorie a ripercorrere la storia.

E aumenta questo malessere aumenta, si fa pieno e allora riusciamo a sentire quel senso di impotenza. Come siamo bravi a cercare di essere estranei a questo tempo, a quello che ci circonda, che si respira e che ci respira, anche se poi in fondo non ci riesce, arriva la solitudine, l'abbandono, ed è allora che possiamo assaporare quelle sensazioni, e fare in modo che quest'inquietudine, questo rimorso che nasce in noi spontaneamente non diventi ferita, guardarsi dentro, per non rifare i soliti errori, per far si che non si trasformi in ansia, in malinconia; è così che abbiamo la fortuna di poter vivere questo tempo, e di viverlo con gli occhi aperti della coscienza, perché siamo capaci di grandi slanci di emozione, ma anche vulnerabili all'ora in cui volge il desìo e il rimpianto. Ma il tempo è uno, e noi ci siamo, l'innegabile essere, presenti, il tempo va inesorabile e può sfuggirci di mano, possiamo farcelo sfuggire di mano, lasciando la presa ed é allora che nasce in noi quel senso naturale che è il rimorso, l'inizio della rimarginazione, e poi la nostalgia, ovvero, tutto quello che non potremo più essere, di ciò che avremmo voluto essere e che non siamo mai stati.

 

Questo è quello che sento dentro mentre guardo queste facce e le sue trasposizioni nel tempo,che a questo male ho l'impressione che gli abbiamo cambiato solo nome e che sia sempre stato così e che tristemente lo sarà ancora. C'è anche la mia faccia in mezzo alle altre e faccio fatica a riconoscermi. Ma un filo teso e diretto verso l'inevitabile ci tiene tutti uniti in questo spazio e lo percorreremo, volente o nolente.

In genere, siamo dove in verità non vorremmo essere, su quel filo, “essere qui e ora, invece che lì poi, o prima”. O giù.

É una condizione difficile la nostra. Instabile. Fino alla fine.

In Vitae Corporis”, credo sia questo, quantomeno, la certezza di essere stato lì, ora, e per di più coscientemente, e che d'altra parte sarà lo stesso.

Immagini rarefatte che mi riportano al sogno, in quel piano etereo, in quello spazio discorde dove vita e morte coesistono, la dimensione dell'inquietudine. Immagini dell'inconscio forse, dove non c'è nessuna legge a plasmare la mente e il pensiero che può finalmente concepire l'infinito. É silenziosa quell'immagine che si guarda allo specchio, come a guardarsi dentro a cercare una verità.

Adriano Benocci

 

http://gaiaummagumma.blogspot.it/