2 Francavilla Parere

INTERVISTA A ROBERTO FRANCAVILLA

Intervista pubblicata su Il Parere del 23 marzo 2013.

Roberto Francavilla, docente di Letteratura portoghese e brasiliana presso l’Università di Genova, già docente presso l’Università degli studi di Siena; traduttore; lunga e disparata la sua carriera fra pubblicazioni, convegni, seminari.

1-   Come ricorda il vostro primo incontro?

Ero uno studente dell’Università di Genova, metà degli anni ’80. Conoscevo già Lisbona, era la mia città-viatico per le isole di Capo Verde, dove all’epoca trascorrevo molto tempo per ragioni familiari. Il mio primo corso di Letteratura portoghese, con quel professore che era già uno scrittore famoso e che tutti mi invidiavano: le sue lezioni su Pessoa e poi su José Cardoso Pires. Due autori che hanno segnato il mio cammino di studente e di studioso. E poi la rivelazione Guimarães Rosa. Spesso, quando sto facendo lezione su quegli autori, l’eco della sua voce e delle sue parole risuona nell’aula…

2-   Tabucchi è stato uno dei più grandi studiosi del poeta portoghese Fernando Pessoa. Secondo lei, aveva chiuso il conto, oppure ancora sentiva di dover trovare delle spiegazioni a uno dei casi editoriali e letterari più particolari della storia recente?

Nella letteratura non credo sia possibile “chiudere il conto” con nessuno. Ogni lettura che si fa di un testo non è mai definitiva. E con Pessoa questo discorso si espande all’ennesima potenza. Fra qualche mese avremo modo di leggere un’antologia del Pessoa ortonimo che Tabucchi, insieme a Maria José de Lancastre, ebbe il tempo di curare.

3-   Lei ora insegna a Genova, ma fino a poco tempo fa era docente a Siena. Tabucchi ebbe il percorso inverso, da Genova, dove lei era suo alunno, fino a Siena. Qual era il giudizio di Antonio Tabucchi su queste due città? E il suo?

In realtà sembra che il destino abbia giocato molto con questi incroci di città. La storia è ciclica. Il mio percorso di lusitanista nasce proprio dalle lezioni genovesi di cui parlavo prima, poi si sposta a Lisbona, in Brasile e in Africa per “assestarsi” e diventare una professione proprio a Siena, al seguito del mio maestro. Si è trattato di un lungo tempo: sedici anni. E proprio nell’anno della sua scomparsa, lascio Siena per tornare dove tutto è cominciato. Non sembra un racconto scritto da lui? Tabucchi ha avuto un rapporto complesso con Genova. Poche amicizie (benché salde, fedeli nel tempo) ma molta ispirazione (basta rileggere Il Filo dell’Orizzonte). Siena, invece, ha costituito la sua base accademica in anni di grandi spostamenti, molti dei quali dovuti a inviti e a premi internazionali, ma soprattutto alla sua irrequietezza. Siena era un luogo di piccoli e piacevoli rituali che ho avuto spesso l’onore di condividere, ma soprattutto il luogo dove si realizzava una delle sue più intense soddisfazioni: il contatto con gli studenti.

4-    Oltre a queste due città avete avuto in comune anche due nazioni: Italia e Portogallo. Si può parlare di una sorta di doppia cittadinanza? Che cosa attraeva Antonio Tabucchi verso Lisbona? Quali erano invece i tratti di amore e quali di odio nei confronti del nostro paese?

Di fatto Tabucchi aveva ricevuto la cittadinanza onoraria portoghese. È considerato e amato “anche” come scrittore portoghese. E la sua tomba al Cemitério dos Prazeres di Lisbona è situata in un’area dedicata, appunto, agli scrittori portoghesi (accanto al suo amico José Cardoso Pires). Tabucchi ha vincolato a quel paese la sua esistenza, la sua biografia, i suoi affetti, ancor prima che la sua attività di filologo e di studioso. E ne ha potuto vivere contingenze e risvolti assai decisivi, come la conquista della Democrazia nel 1974 e l’uscita dal lungo buio della dittatura. In ogni caso, buona parte dell’imagologie lusitana degli ultimi decenni nel nostro paese è fortemente debitrice della sua figura, della sua narrativa e del suo ruolo di divulgatore della letteratura portoghese, in particolare dell’opera di Pessoa.

5-    In una intervista su Rai 3, nel salotto della Dandini, Tabucchi spiegò l’innata eleganza degli italiani. Da quando è scomparso l’Italia pare perseverare in tutto ciò che c’è di opposto a questa eleganza.                                                                                                                       

La deriva del nostro paese, deriva politica prima di tutto ma, di conseguenza, sociale, culturale, civile, ha rappresentato uno dei grandi rovelli di Tabucchi. Non si tratta di un fenomeno di oggi. Ha radici lontane, ravvisabili nei piccoli segnali di un’inesorabile corrosione (quando non di un vero e proprio tentativo di demolizione) di valori conquistati a fatica che, nel tempo, si è purtroppo trasformata in stato delle cose. Una corrosione, oserei dire, antropologica. C’è un pamphlet che si intitola La gastrite di Platone (Sellerio), costruito a partire dalle corrispondenze con Bernard Comment e Adriano Sofri, in cui Tabucchi, come se leggesse nella famosa palla di vetro, anticipa, con sorprendente lucidità, tutto ciò che l’Italia ha poi purtroppo portato a compimento, tutte le pagine peggiori che hanno condotto a quella triste deriva. Pochi intellettuali, in epoche recenti, in Italia hanno saputo leggere come lui la contemporaneità. Ancora meno sono quelli che sono stati capaci di cogliere in tempo questo suo disperato appello. Credo che sia stata proprio la consapevolezza di un certo isolamento, o addirittura di una forma di solitudine all’interno della sfera degli intellettuali, ad averlo spinto a un sofferto allontanamento dal nostro Paese.

6-    Il viaggio è stato una componente essenziale della carriera letteraria e umana di Tabucchi; lo stesso si può dire della sua di carriera. Cosa ne pensa della recente vicenda relativa al voto negato agli erasmus italiani? Come avrebbe reagito, secondo lei, un uomo senza barriere come Tabucchi? Per conoscere un luogo non è sempre necessario esserci stati, scriveva.

I politici tendono sempre a mascherare fra gli impedimenti della burocrazia (come se questa fosse una divinità, un destino segnato, e non il risultato del loro lavoro) la loro incapacità cronica (almeno nell’Italia di oggi) di saper rispondere a esigenze che nascono non da eccezioni bensì dalla normalità. Che senso ha, e soprattutto quale sarà la lezione che ne verrà tratta, facilitare un’esperienza all’estero a uno studente universitario e all’interno di questa esperienza negargli l’esercizio di un diritto primario della democrazia quale è il voto? Questa è la mia opinione, ma mi sento di poter dire che Tabucchi l’avrebbe condivisa e difesa.

7-    Il tempo e la vita in Antonio Tabucchi: scriveva : La vita non si racconta, te l’ho già detto, la si vive, e mentre la vivi è già persa, è scappata. Scriveva anche: Che strano, pensaci un po’, mio padre studiava le vite vicinissime col microscopio, mio nonno cercava quelle lontanissime col cannocchiale, entrambi con le lenti. Ma la vita si scopre a occhio nudo, né troppo lontana né troppo vicina, ad altezza d’uomo.

Tabucchi leggeva costantemente: molta filosofia, molta poesia. Sapeva bene che nella letteratura e nell’arte esistono non già gli antidoti a quella nostra inesorabile trappola ontologica che si chiama tempo, bensì gli strumenti per poterla sondare, per darle una voce e una forma, e a volte perfino per provare ad assecondarla: in definitiva, per l’appunto, per poter guardare la vita a occhio nudo. Tabucchi scriveva anche (cito a memoria): “Trovate un uomo a cui la vita basti. Costui non farà mai letteratura”.

Diego Perucci