Alfonso Diego Casella

INTERVISTA AD ALFONSO DIEGO CASELLA

Articolo pubblicato sulla rivista Il Parere | Free press | Anno 2 | Numero 4 | maggio 2013.

 

 

Incontriamo Alfonso Diego Casella a "Un Tubo" (locale di Siena), arriva trafelato, con libri e pacchetti, dà l'impressione di un uomo che non si ferma mai, un tornado, in una città ormai immobile.

Lo scrittore, senese acquisito, ha all'attivo alcune pubblicazioni tra cui "Cicoria" e "Zero al 100%". Davanti a un bicchiere di vino bianco, prima di un concerto jazz di cui possiamo già ascoltare delle note in anteprima, inizia la nostra conversazione con Alfonso.

 

Come "allievo" di Antonio Tabucchi, con quali parole credi che lo scrittore avrebbe commentato l'attuale situazione senese? La sua voce, uno degli aspetti che emergono maggiormente in chi ricorda e racconta la figura di Tabucchi, quale tono avrebbe nell'analizzare il periodo che Siena sta attraversando?

 

Se dobbiamo essere precisi, non sono mai stato allievo di Tabucchi, preferisco definirmi allievo "snaturato", infatti quando ci siamo conosciuti, io studiavo giurisprudenza, ma la maggior parte del mio tempo la passavo a lettere. Gli avevo inviato un mio romanzo "strampalato", per avere una sua opinione, romanzo mai pubblicato e forse mai compreso, che è diventato il fil rouge che ci ha uniti in questi anni.

Oggi Antonio soffrirebbe nel vedere lo stato di declino in cui versa la città, userebbe un tono "pacato-incazzato", probabilmente avrebbe fatto un appello agli intellettuali, per risollevarne le sorti.

Era molto legato a Siena, alla sua cultura, un suo grande sogno era di diventare una sorta di ambasciatore accademico dell'Università di Siena, portare scrittori e intellettuali, creare un melting pot culturale; che a guardarla oggi Siena, era molto più multiculturale nel Medioevo. Nel 2000 Tabucchi ha riunito gran parte dei rettori degli atenei italiani alla Certosa di Pontignano, dove undici studenti di Tabucchi vestiti da campesinos - dopo aver lavorato con lo scrittore per circa un anno- hanno proposto la mise en espace "Morte e vita severina", tratto dal poemetto del poeta brasiliano Joao Cabral De Melo Neto.

Gli ultimi anni passati lontano dall'Italia, tra Francia e Portogallo, sono stati per Antonio Tabucchi un esilio culturale, da un paese che sembrava avergli voltato le spalle.

Dopo la sua morte, non l'Università di Siena, ma la Biblioteca Nazionale di Francia ha richiesto il Fondo Tabucchi.

 

Lo scrittore è un osservatore, trae ispirazione dalle figure reali, quanto la città di Siena ha influenzato i tuoi libri "Cicoria" e "Zero al 100%"?

 

"Cicoria" è la storia di un galoppiNO, il cui nome dà il titolo al libro, che da maschera di un cinema porno diventa bidello, grazie alla benevolenza di un "onorevole", al quale non può più dire di NO. Il racconto è ambientato in un sud metaforico, paradigma dell'Italia municipale. C'è un Cicoria in ogni città, ovunque c'è un galoppino c'è un tiranno.

Mentre "Zero al 100%" l'ho scritto a Londra, con spunti che vanno dal Nevrotic Realism a un saggio del Professor Luperini sulla crisi del postmoderno.

Scrivo per operare un cambiamento, dico "no" per dovere professionale, mi unisco alle individualità che in questa città cercano di operare un cambiamento, perché è di singoli individui, "volontari" che si parla, non c'è più un mecenate, la cultura a Siena, ormai ha una dimensione privata, non più pubblica.

Non è di poi così tanto tempo fa la notizia che Clet, artista francese di fama internazionale, abbia fatto irruzione a Siena, per ben due volte, attaccando i suoi stickers sui cartelli stradali e -mentre nelle altre città vengono fotografati da appassionati e turisti-qui sono stati zelantemente rimossi dai vigili.

Non basta essere la città della cultura, la cultura va capita.

 

Valentina Sanesi