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Intervista ad Emilio Giannelli

L'Italia in una vignetta. Intervista realizzata a Siena nel settembre del 2013.

Emilio Giannelli mi impone di dargli del tu, e la cosa mi viene particolarmente difficile. Davanti a me vedo uno dei più celebri e sottili vignettisti italiani, ma pare come se lo conoscessi da una vita, forse proprio perché è da una vita che l’occhio mi cade curioso e divertito sulla vignetta della prima pagina del Corriere della Sera. La placida cordialità che lo contraddistingue, si stempera in una vibrata partecipazione emotiva ai temi più discussi e intensi degli ultimi vent’anni. La sua penna, la sua matita, hanno generato l’ironia satirica che disegna l’eleganza simpatica di questa nostra Italia di poveri diavoli, martoriata e disillusa; per il maestro l’atto creativo nasce non dall’individuo, dal politico di turno, bensì dalla situazione, dall’avvenimento, che lo colpisce, che suscita in lui interesse. Che poi ci siano personaggi politici che si disegnano praticamente da soli, questa è un’altra storia. Emilio Giannelli (Siena, 25 febbraio 1936, ultimo giorno di carnevale), approda all’inserto satirico de La Repubblica affiancato da Giorgio Forattini. Nel 1991 passa al Corriere della Sera. Ha collaborato con l’Espresso, Epoca, Panorama e molti altri, e ha pubblicato oltre venticinque raccolte di vignette con le più grandi case editrici italiane.

 

Giorgio Forattini. Nel 1980, in occasione della visita del Presidente degli Stati Uniti in Italia, inviai una vignetta a La Repubblica, che finì fra le mani di Scalfari. Quest’ultimo si rivolse allora a Giorgio Forattini, che faceva l’inserto satirico e credendo che lo facessi di professione, mi chiesero di lavorare con loro. Cominciai allora questa collaborazione, che allora era più difficile, non essendoci computer o fax. Disegnare è la mia passione, ma non l’ho mai considerata una professione; avere accanto un vero lavoro, diverso dal disegnatore, mi ha sempre agevolato, perché mi ha permesso di non avere mai imposizioni di alcun tipo.

 

Lei rifiutò un lavoro al Giornale di Indro Montanelli. Lo rifiutai perché preferivo conservare la libertà che al Giornale non avrei potuto preservare. Inoltre ritengo importante avere la possibilità di sentire gli umori di una città, e se sei in un giornale avulso da questa città, corri il rischio di perdere il legame. Montanelli e io ci incontrammo molte volte, e lui tentò a più riprese di convincermi, ma io rifiutai sempre, sebbene lo stipendio fosse altissimo. Gli dissi: quello che lei mi offre è troppo per quel che valgo, ma troppo poco per lasciare la libertà che già possiedo. Una volta mi disse che per la mia scelta non ero bischero, ma trischero…

 

Nella vignetta che lei ha riservato alla crisi MPS (24 gennaio 2013), disegna il palazzo già crollato. Compreso il mio ufficio! Io partecipavo alle riunioni del Monte, ed in quel periodo si varò la legge Amato. Credevo moltissimo in questa cosa, e ne sono stato illuso. Ritenevo possibile che a Siena si creasse una situazione di assoluto privilegio. Desideravo però lasciare il Monte; mio figlio era avvocato e volevo esercitare la libera professione con lui. Sganciandomi inoltre da questi impegni avrei avuto più tempo libero per dedicarmi alla mia passione. Giovanni Grottarelli invece mi convinse a fare il direttore generale della Fondazione.

L’ho fatto – ecco dove vi apparirò molto ambizioso – gratuitamente. Lo feci però convinto sulle possibilità, con mille idee, ad esempio sul Santa Maria della Scala, prospettive. Appena arrivato alla Fondazione mi resi però conto che la politica è veramente la paralisi di qualsiasi buona iniziativa. Dire la politica è purtroppo dire la cattiva politica.

 

Perché ha ritratto Berlusconi con la bombetta? Nel 1994 Berlusconi ce l’aveva con la stampa inglese; quando poi vinse, lo disegnai con la bombetta perché si era come emancipato da quella stampa anglosassone che lo osteggiava. Cominciai poi a farlo vestito da Napoleone; era l’epoca in cui all’Italia spettava la presidenza del Parlamento europeo. Lo feci anche vestito da mago, perché prometteva magie con la spazzatura di Napoli. Dopo essersi ritirato dalla scena politica, e vi fece quasi subito ritorno, disegnai una vignetta chiamata Sei personaggi in cerca d’autore; Berlusconi ritratto nei suoi sei personaggi più disegnati. Berlusconi chiese al Corriere l’originale di questa vignetta ed io gliela spedii. Non volendoci però mettere nessun augurio, vi scrissi sopra cordialità satiriche, perché capisse che non intendevo allacciare rapporti. Mi rispose, inviandomi una cartolina autografa, nella quale ringraziava per gli auguri, che non avevo in realtà mai formulato.

 

Craxi. Nel 1992, quando ci fu il centenario del PSI, feci una vignetta con Craxi che brindava con Amato; diceva “Cento anni a PSI!” e l’altro “Con la condizionale…”. La vignetta fu presa di mira dall’Avanti!. Tramite la redazione Craxi mi fece sapere che lui contava ancora. Poco dopo feci una vignetta quando arrivò il terzo avviso di garanzia: Craxi che contava fino a tre. Credo l’abbia capita solo lui, ma la soddisfazione me la sono tolta. Quando poi Craxi è morto l’ho mandato in Paradiso: domandava ad un angiolino cosa lo aspettasse, e questo gli rispondeva: “Il primo giudizio è di Pietro”.

 

Aristofane scrisse che: “Ingiuriare i mascalzoni con la satira è cosa nobile: a ben vedere, significa onorare gli onesti”. Verissimo, sono d’accordo. Del resto le cose sagge le hanno già dette, più di quante ne sentiamo noi oggi.

 

Diego Perucci