La malattia del signor Brazil

San Paolo, 11 giugno 2014

 

Fino a pochi anni fa la mia vita era un incanto: ballavo, giocavo sulla spiaggia, facevo sorridere tutti e correvo verso il domani con il vento alla mia sinistra. Accoglievo i turisti con un sorriso smagliante e mostravo loro le delizie della mia terra. Vivevo sospeso, nella zona meticcia di un mondo ormai defunto. Lentamente, inesorabilmente, le cose cambiarono, e una mattina d'agosto mi svegliai diverso, sentii dentro di me come un'enorme pressione, insostenibile, che mi stringeva il cuore in una morsa e mi tagliava il respiro. Fu terribile. Passavo i giorni ad ascoltare il mio corpo, pensavo di essere malato, ormai alla fine. Cercai rifugio nella scienza medica. Mi dissero che la disgrazia che mi era accaduta aveva una semplice, quasi puerile ragione: non mi ero voluto sottostare al sistema dominante, la mia mente non aveva accolto con gioia e fiducia la grande sfida della globalizzazione. I tempi passati a Copacabana a rincorrere un pallone erano finiti. La diagnosi fu spiazzante: “americanite ansiosa”. Una turba della mente, un morbo che piega il malcapitato al desiderio di essere come gli altri, una sorta di represso anelito al denaro e all'omologazione. Per lungo tempo rifiutai di essere affetto da un disturbo mentale. Le conseguenze furono devastanti: violenza, depressione, tentativi maldestri di recuperare una parvenza di normalità. Mi arresi alla realtà: ero cambiato, e il mondo con me. Ormai senza speranze decisi di curarmi in qualche modo, e mi rivolsi al più grande specialista della mia città. Il luminare, un uomo svizzero dai toni pacati, mi prescrisse un nuovo ritrovato, il Neymar. che entro un mese mi avrebbe trasformato in una persona nuova: niente più violenza, niente più malinconia, soltanto la calda sicurezza di far parte di un mondo unito e invincibile, uniforme e sicuro, lontano da utopie e terzomondismi. Stamattina ho preso la mia prima dose: mi sento già meglio, anche se una parte di me continua a soffrire. Forse è soltanto un effetto placebo. Forse il medicinale è soltanto un palliativo, forse dietro tutta questa sconsiderata allegria farmacologica rimane qualcosa di sopito. Ma in fondo che importanza ha? Ormai non m'interessa più niente. Vado allo stadio, il mio popolo mi attende. 

 

Luca Perucci