Antonio Tabucchi

LA MANCATA INTERVISTA

“Sciocchezze, le persone non muoiono, mi corre l'obbligo di precisare, restano solo incantate.”

Antonio Tabucchi, Tristano muore.

 

 

 

Lisbona sfavillava davvero e a me facevano male gli occhi. Roberto Baggio aveva chiuso la sua carriera calcistica anni prima nella squadra della mia città, e la cosa piacque molto al tassista che mi accompagnava dall'aeroporto fino all'Alfama. Trascorsi circa due giorni a perdermi fra la Sè e Rua da Saudade, cercando di ricordare il nome del vento che, fra gli azulejos e i tagli della luce, potesse da solo spazzare via nuvole così grandi. Accellerati fenomeni naturali a parte, che si materializzarono nella mia fantasia come un temporale oceanico nascosto dietro alle file dei palazzi, mi accorgevo neanche troppo lentamente di quanto l'intervista di cui millantavo la realizzabilità fino a un momento prima di partire, fosse in realtà cosa assai improbabile. Mi persi nuovamente allora, per le vie di tutta Lisbona, per la Avenida, per la Mouraria, fino ad Anjos, su per Graça, dentro Casa Pessoa e nei boschi di Monsanto, dimenticandomi quasi che il mio obbiettivo era sfuggito via, s'era fuso con la nebbia del temporale oceanico appena terminato; tanto, dicevo, al rientro in Italia avrei comunque scritto questo articolo. E allora il primo di marzo del 2012 mi sedetti su una panchina di Principe Real, scossa dalle radici degli alberi, e presi appunti su Lisbona, su Tabucchi, su quello che avrebbe potuto dirmi di Pessoa e della sua città. Poi mi persi anche nella metro. Con il tempo avrei capito Lisbona, senza più perdermi, che poi non è affatto una città complicata, c'è il fiume come un faro, che ti spiega dove andare, lo suggerisce l'odore dell'oceano così vicino. Con il tempo poi, l'aver mancato l'intervista con Antonio Tabucchi si rivelò essere non un piccolo fallimento, bensì l'inizio di una lunga storia, fatta di persone e luoghi, di angoli nascosti del mondo e della letteratura, di scoperte e rivelazioni; da quel 25 marzo del 2012 avrei cominciato un viaggio dentro le pagine di uno dei più sorprendenti italiani che il nostro povero paese abbia mai avuto, intrecciando i suoi romanzi, i suoi racconti e i suoi articoli alle vie, alle piazze e ai volti che attraverso le sue parole vivono una secondo vita, fatta di carta ed eterna. Così come Drummond de Andrade suggeriva, di tutto resta un poco, e di Tabucchi sono rimaste molte cose; il suo mento è davvero rimasto nel mento di sua figlia, e l'Italia che lo faceva soffrire è rimasta sostanzialmente la stessa. Non lo incontrai mai, ma di quel viaggio a Lisbona mi è rimasto molto. Sono sicuro che per molti altri è lo stesso, ed è per questo che posso dire che Tabucchi non è morto, ma è rimasto incantato nella piega magnifica che muove e protegge gli uomini onesti.

 

Diego Perucci