LA MORTE DELLO SCOIATTOLO

Parte seconda.

 

 

Che fine avrà fatto lo scoiattolo. Vorrei terminare pressapoco così il mio racconto. Ma che sto dicendo, esattamente così. Esporre precisamente come andarono le cose, come sarebbero inesorabilmente andate se non mi fossi fermato a raccontarle. Se non mi fossi fermato nel raccontarle. Già, perché il racconto non è detto che sia iniziato, e se è iniziato è molto probabile che sia già anche finito. Immaginerò varie cose, in parte vere, e le spaccerò per false. Quel pomeriggio mi trovai dunque di fronte lo scoiattolo, sul sentiero, all’improvviso, e ne seguì una  notte burrascosa. Fu come un’eclissi totale di sole, dove circostanze naturali ed inevitabili assumono importanza solo in virtù della loro rarità apparente. Avvolto nella penombra della cucina, riflettevo su ciò che era accaduto prima dell’incontro. Un pezzo della mia vita, lungo forse qualche anno, di cui affioravano gesti, parole, espressioni. Ad ognuna di queste, riflettei, deve corrispondere un omologo impulso cerebrale dello scoiattolo, scattato in qualche istante imprecisato, in non so quale anfratto là nel bosco. Se potessi analizzare tutto ciò nei minimi dettagli, farei scoperte ben più sorprendenti di questo plateale faccia a faccia sul sentiero, io vivo e lui morto, mi correggo, probabilmente morto, pensai. Commedianti, ecco cosa eravamo stati quel pomeriggio, io e lo scoiattolo, nostro malgrado. Presi a trascinarmi per la casa, un po’ ricurvo, fermandomi ogni tanto a contemplare qualche piastrella non proprio allineata. Era in quei momenti che percepivo il fremito del bosco, i suoi indescrivibili movimenti ondulatori, la sua vita che si manifestava a tratti, senza logica. A dire il vero non ero più così sicuro della morte dello scoiattolo. Più le ore passavano, più accarezzavo l’idea del letargo, che così assurgeva ad ipotesi perfettamente plausibile. Scambiare animali ibernati per carcasse al primo stadio di putrefazione è un errore che commettono in molti, e alla fine c’ero cascato anche io. Dapprima si pensa “Finalmente un corpo in cui il tempo si è miracolosamente fermato, dove tutto è perfettamente visibile, come lasciato in sospeso!”, poi si nota un piccolissimo insetto farsi strada su una guancia, si fiuta un sentore vagamente anomalo ed ecco che l’idea della morte irrompe da tutte le parti, lasciandoci pochi spiragli di obiettività. Il respiro dello scoiattolo ibernato, quello doveva essere stato così flebile da sfuggire totalmente alla mia seppur aumentata attenzione. Avevo agito da lucido sciacallo, senza curarmi di verificare la premessa più importante di tutte. A quali manovre spericolate avrò sottoposto quel corpicino, questo non mi è dato sapere, riflettei. Non potevo escludere di aver ammazzato io stesso lo scoiattolo. Presi un foglio e vi scrissi quanto riportato di seguito:

T1. Lo scoiattolo è vivo, era vivo quando l’ho trovato ed è sopravvissuto alle mie manovre. Nessun animale l’ha intercettato, quindi giace ora precisamente dove l’ho lasciato, ma non ricordo più dove.

T2. Lo scoiattolo è morto, era vivo quando l’ho trovato ed è deceduto a causa delle mie manovre. Nessun animale l’ha intercettato, quindi giace ora precisamente dove l’ho lasciato, ma non ricordo più dove.

T3. Lo scoiattolo è morto, era vivo quando l’ho trovato ed è deceduto a causa delle mie manovre. Giace ora in un luogo imprecisato, trasportato o smembrato da altri animali.

T4. Lo scoiattolo è morto, era vivo quando l’ho trovato, è sopravvissuto alle mie manovre, ma è morto successivamente, preda di altri animali. Giace ora in un luogo imprecisato.

T5. Lo scoiattolo è morto, era già morto quando l’ho trovato. Nessun animale l’ha intercettato, quindi giace ora precisamente dove l’ho lasciato, ma non ricordo più dove.

T6. Lo scoiattolo è morto, era già morto quando l’ho trovato. Giace ora in un luogo imprecisato, trasportato o smembrato da altri animali.

T7. Lo scoiattolo è vivo, era vivo quando l’ho trovato ed è sopravvissuto alle mie manovre. E’ successivamente uscito dal letargo, e si trova ora in un luogo imprecisato.

I sette teoremi furono il mio duro guanciale per quella notte infame. Sognai di essere di nuovo sul sentiero, alla ricerca dello scoiattolo. Ero armato di torcia, anzi no, l’avevo dimenticata stupidamente a casa. Nella quasi totale oscurità, scrutavo tutti i possibili luoghi dove potevo averlo nascosto, sotto una siepe, dietro un arbusto, dentro alla cavità di un albero. Una forza invisibile mi tratteneva dall’esplorarli con le mani. Ero perfettamente immobile, terrorizzato ed estasiato a un tempo. 

Mi svegliai dolcemente. La luce mattutina curiosava nella stanza attraverso le persiane, lasciando presagire una bella giornata. Preparai la colazione con cura certosina. Dovrei raccontare a Clarissa della mia avventura, mi dissi spalmando la marmellata. Lei studiava biologia, ma aveva un debole per la nostra specie. Qualche giorno prima, bevendo distrattamente un tè, mi aveva dimostrato che il nostro sistema di classificazione degli organismi è privo di senso. E aveva concluso precisamente così: “Se l’uomo è una curiosa ma insignificante propaggine della storia evolutiva del pianeta, allora anche la sua mania catalogatrice è un puro ghiribizzo!”. Propaggine insignificante, ghiribizzo, che idee suggestive, pensai mentre l’ultima briciola della tovaglia spariva inghiottita dall’aspiratore. Voltandomi verso la finestra scintillante di sole, realizzai tutt’a un tratto che questa storia poteva essere raccontata in modo completamente opposto. L’uomo come un estemporaneo miracolo dell’evoluzione, animale evoluto dal futuro incerto e imprevedibile? Una storiella inventata con la quale ci guardiamo allo specchio. Anche il lato cattivo che è in noi, che crediamo ci faccia agire da cinici sfruttatori della natura, è tale solo perché segretamente ci affascina. In realtà non siamo nè giovani, nè speciali, nè intelligenti, nè spietati dominatori. Intelligenti forse sì, ma la capacità cerebrale non è di per sé una caratteristica rilevante, non più di quanto lo sia la circonferenza o la densità di terminazioni nervose di un alluce. La verità è che siamo molto vecchi, e abbiamo la stessa età della Terra, svariati miliardi di anni. Brutto modo di esprimersi età, diciamo che abbiamo girato come dei coglioni intorno a noi stessi per un migliaio di miliardi di volte. Forse roteavamo da qualche parte ancora prima che la Terra esistesse, chi lo può dire. Siamo dei bravi e instancabili danzatori, questo sì, siamo coordinati e sappiamo mantenere le traiettorie piuttosto bene. Ci siamo inventati che ogni volta che facciamo un giro su noi stessi è trascorso un po’ di tempo, e più giri facciamo più tempo è trascorso. Cosa sia questo fantomatico tempo non ne abbiamo la più pallida idea, ma ci piace misurarlo come se esistesse. Mi correggo, questo solo di recente. All’inizio non misuravamo proprio nulla, ce ne fottevamo del tempo, eravamo molto più sobri e, mi permetto di dire, più saggi. Ci accontentavamo di esistere in maniera primordiale, assaporando gli elementi, le radiazioni, i cambiamenti climatici. Noi eravamo loro e loro erano noi. Poi ad un certo punto si è presentata un’occasione e ci siamo detti: ma sì, perché non provare qualcosa di nuovo? Why not? Così abbiamo iniziato a giochicchiare con questi affarini, queste cellule insomma, e a forza di metterne una sopra l’altra ne è nato un vorticare interessante. Certo, non abbiamo cambiato la nostra natura: insensati danzatori eravamo e insensati danzatori saremo sempre. Solo che da allora le traiettorie delle danze si sono fatte più complicate e variegate, e abbiamo l’illusione di annoiarci di meno. Ci piace ricombinare, per lo più a caso, ed è proprio ricombinando che siamo passati da pochi elementi a questa apparente complessità vorticosa. Insensati danzatori ricombinanti pasticcioni, ecco cosa siamo. Viviamo tutto alla giornata, assumiamo le forme che capitano, quasi sempre le più comode, ma nel mezzo di questa svogliatezza apparente, non si sa come, riusciamo anche ad affinare certi meccanismi. Facciamo errori, ma anche no. Sarà che abbiamo talento. Di certo il senso dell’umorismo non ci manca. Come quando venne fuori quell’esilarante idea di instillare in noi le cosiddette autocoscienze. Una trovata genialmente buffa, un esperimento masochista che non credevamo avrebbe condotto a nulla. Eppure ci sbagliavamo. Quell’autoinganno funzionò da subito, e ci permise di vorticare con geometrie completamente nuove, più soddisfacenti. Da allora siamo puri improvvisatori, creiamo innumerevoli storie e le intersechiamo, alcune interessanti, altre meno. Ognuna di queste è un gioco, anzi una giocata, ha un inizio chiamato “nascita” e una fine chiamata “morte”, eventi inoppugnabili, e in mezzo al guado si agisce sempre in opposizione ad un mondo ostile, superando ostacoli e ottenendo ricompense. Qualche volta si seguono gli istinti, qualche altra si prendono decisioni ponderate, ma sempre si è convinti di essere intrappolati dentro la giocata, di essere noi stessi la giocata, che così assume un’importanza gigantesca. Sono vertigini indotte artificialmente, in grado di rendere la nostra danza convulsamente sublime. Ne abbiamo fatte e ne facciamo, di partite. Una partita dopo l’altra, sull’altra, dentro l’altra, contro l’altra, senza prima nè dopo, una varietà infinita di possibilità ludiche. Ma alla fine é sempre lo stesso fottuto gioco, pensai, quello di uno scoiattolo che cade sul sentiero, quello di un uomo che lo ritrova, parole in libertà, game over.

 

Parte prima

 

Andrea Olivieri