LA MORTE DELLO SCOIATTOLO

Parte prima.

 

Che era uno scoiattolo devo averlo intuito con un certo ritardo. Cosa pensai nei pochi attimi trascorsi prima che mi chinassi verso il terreno e riconoscessi l’animale, non ricordo più tanto bene. Anche l’aver preso coscienza che fosse precisamente uno scoiattolo, e non una piccola volpe piuttosto che un ermellino, è qualcosa di cui non sono più così sicuro. Conoscendomi, potrei benissimo aver rivolto tutta la mia attenzione iniziale ai dettagli che         ritenevo urgenti e significativi, rimandando il riconoscimento a istanti successivi. Raramente mi capita la fortuna di incontrare cadaveri. Innumerevoli carcasse animate tagliano la mia strada quasi ogni giorno, con angoli e velocità diverse. Se per un soffio evito di scontrarmi con una di esse, lo strofinio dei giacconi arriva sempre troppo tardi,   quando gli sguardi sono ormai lanciati verso orizzonti opposti e inconciliabili. Con lo scoiattolo tutto si svolse in maniera differente, e mi permetto di dire, assai più soddisfacente. Soddisfazione e grazia, ecco come descriverei quell’incontro se avessi solo due parole a disposizione. Ne ho di più? Tanto meglio. Raccontare non fa male,         specialmente quando non si ha l’obbligo di dire tutta la verità. A patto che la si ricordi, questa fantomatica verità. Quel pomeriggio in effetti mi recavo a piedi con piglio deciso verso un punto preciso di un boschetto distante qualchcentinaio di metri dalla mia casa. Un luogo a me caro, che conoscevo bene per esserci passato più volte, ma che per la prima volta sceglievo come destinazione speciale di un’uscita. Almeno io. La probabilità che qualcun altro, uomo o animale, avesse già compiuto un tragitto precisamente verso quel luogo era piuttosto alta, benchè esso non avesse nulla di universalmente interessante o che lo distinguesse dal resto del bosco. Ma che costui per arrivarvi avesse anche compiuto il percorso che mi accingevo a percorrere, questo era decisamente improbabile, e almeno in questa unicità mi ci potevo ragionevolmente crogiolare. 

Nel mezzo di questi pensieri mi trovai di fronte lo scoiattolo. Morto sì, ma perfettamente intatto, adagiato con delicatezza sul letto di foglie che costituiva il sentiero ­scorciatoia che mi avrebbe portato a                         destinazione in un batter d’occhio. Se non vado errato, fui immediatamente tentato di fare                           retromarcia e di utilizzare il percorso più lungo e battuto. Questa idea non deve aver attecchito in me, dato che nel giro di qualche secondo mi ritrovai tra le mani la graziosa bestiola, e non potei fare a meno di ispezionarla da cima a fondo. Un’infinità di particolari si intrecciava a formare un insieme di cui faticavo a capacitarmi e che mi toglieva     letteralmente il respiro. Dimenticai presto il mio tragitto. Poche foglie tremolavano sugli alberi circostanti, percorse da una brezza fredda e interessante. Era arrivato il momento di tornare indietro, e non cambiare più idea.     Decretare lo scoiattolo morto, pensai mentre varcavo la porta di casa, questo lo avevo fatto senza alcuna esitazione. Ma c’era una spiegazione logica di tutto rispetto a corroborare il mio istinto: se per assurdo non fosse stato morto, non lo avrei incontrato. Non oso immaginare quanti scoiattoli devo avere incrociato in passato senza mai accorgermi di nulla. Probabilmente a decine, forse centinaia, tutti vivi e per questo invisibili ai miei occhi           distratti. Questo scoiattolo doveva invece essere morto per forza, perchè era perfettamente visibile. La morte deve essere segnalata ed esibita, se così non fosse i cadaveri non verrebbero intercettati dai milioni di batteri e vermi deputati alla loro decomposizione. Gli animali vivi vanno invece nascosti, per aumentarne la probabilità di sopravvivenza. La natura funziona così. Noi umani, che ci divertiamo a fare le cose al contrario, occultiamo i           cadaveri e rendiamo visibili i corpi vivi, per la via, sull’autobus, in televisione, dappertutto, e ciò lascia il tempo che trova. Posizionai con cura il cappotto nell’armadio. Rientrare a casa, e contemplare al calduccio il mio giardino gelato attraverso le vetrate azzurrine mi metteva sempre di ottimo umore. Il mio terreno circondava la casa in maniera rassicurante. C’è solo un lato, pensai infilandomi le pantofole, dove la casa non è protetta dal giardino.       Laddove essa è esposta al pubblico ludibrio, ebbene quello è esattamente il lato di cui stiamo parlando. Vulnerabile sì, ma neppure poi tanto. Vi crescono fitti arbusti, coltivati ad arte per compensare la mancanza del giardino. Certamente un inganno, e chissà quanti se ne saranno già accorti. Li vedevo occhieggiare, giudicare. Aprii la vetrata e uscii all’aperto, mezzo vestito. Il freddo mi avviluppò le viscere e risalì velocemente lungo la schiena           puntando diritto alla testa. Scrutavo l’orizzonte biancastro che si allungava indefinito nella direzione del sentiero. Ghiaccio, alberi, la caduta, saltare abilmente tra i rami, traiettoria, ritrovamento, viaggio verso la morte, corsa per il cibo, pupille scure immobili al cielo. Letargo. Letargo!? Morte e letargo? Morte o letargo? Letargo ergo morte. Con enorme fatica stabilivo nessi causali. Anzi no, voglio essere sincero, me ne fregavo di essi.                             Dapprima accadde questo, poi quest’altro, e infine tutto sfociò in quell’altra cosa. Niente di più ridicolo. Eppure qualcosa doveva essere accaduto a quello scoiattolo. E’ forse arrendersi alla stupidità umana ipotizzare che ​qualcosa possa essere successo? Tutti gli animali hanno coscienza dell’imprevisto, del pericolo, dell’evento funesto, e sanno collocarlo facilmente nelle due categorie:  

1) non ancora accaduto  

2) accaduto.  

Tutta la loro esistenza è il tentativo disperato di prolungare la prima categoria a discapito della seconda. Un po’ rassicurato, mi rifugiai nel tepore della mia tana. Certo che, per essere un animale, penso anche troppo, pensai divertito. Pensare di pensar troppo, questo è davvero troppo, sbottai. Non mi si fraintenda, non ho mai creduto alla favola che gli umani pensino più degli altri animali. Il fatto di avere un po’di materia grigia in più non significa           più pensiero, questo è chiaro. I pensieri nascono altrove, il cervello semplicemente li registra e contabilizza, il suo ruolo è largamente sopravvalutato. Ma ultimamente la mia esistenza soffriva di mancanza di azione, e di conseguenza di eccesso di pensieri. Sogni e fantasticherie sono un semplice meccanismo di difesa dei nostri corpi, che ci fanno vivere l’illusione dell’azione quando essa scarseggia nella versione autentica. Senza azione si             muore, questo è evidente. Sono a cena, chino sul piatto e sui miei pensieri. A quest’ora lo scoiattolo non giace di     certo più sul sentiero. Se non me lo sono portato a casa, deve essere ancora là nei paraggi.                                     Mi guardo attorno, nessuna traccia. Annuso, negativo. Certamente non è qui, ma non è nemmeno sul sentiero.

La mia memoria è penosamente intermittente, ma il meccanismo con cui discerne i fatti da ricordare da quelli da gettare nel dimenticatoio non è mai casuale. Se avessi riposizionato l’animale sullo stesso letto di foglie dal quale l’avevo prelevato, tutto ciò sarebbe stato di una complicazione inaudita, un’azione camuffatoria tesa ad                 annullare il mio passaggio. Improbabile che mi sia comportato in quel modo, e in ogni caso lo ricorderei. Controllo scrupolosamente ogni angolo della casa. Ancora negativo, lo scoiattolo è altrove. Devo averlo spostato.

Ma era morto?  

 

Parte seconda

 

Andrea Olivieri