LA SUOLA DELLE SCARPE

Articolo comparso sulla rivista letteraria bresciana I sorci verdi dell’ottobre 2013.

Di viaggi la letteratura ne è piena. Da Troia fino a Itaca e oltre le Colonne d’Ercole, attraverso i sacri e luminosi gironi danteschi con gli occhi puntati a riveder le stelle; dal nostro satellite, di per sé emblema speciale del viaggio letterario, dove Astolfo consuma la sua personale spedizione lunare, fino all’epico Vasco de Gama dei Lusiadi di Luís Vaz de Camões o all’irriverente vagare pel mondo di Fernão Mendes Pinto nelle sue Peregrinações.

C’era anche chi, armato di lancia e in sella a un ronzino, si faceva accompagnare per tutta l’Iberia da un grassottello sopra un asino, avendolo convinto con la promessa, e con un po’ d’inganno, di un’isola intera tutta per lui, o chi attraversava un mondo immaginario negli occhi dei giganti Gargantua e Pantagruel, un mondo fatto di sublimi sproporzioni, strane terre e popoli assurdi.

Tanto ne è piena di viaggi la letteratura, che pare quasi che senza mancherebbe di realizzazione; in effetti il viaggio è carburante e componente molto forte nella creatività di un artista, ma c’è anche chi ha ben puntualizzato i rischi e i pericoli di chi scambia letterature per guide turistiche.

Riguardo a Viaggi e altri viaggi di Antonio Tabucchi, edito nel 2010 per Feltrinelli, lo scrittore ebbe a dire: “Sono un viaggiatore che non ha mai fatto viaggi per scriverne, cosa che mi è sempre parsa stolta. Sarebbe come se uno volesse innamorarsi per poter scrivere un libro sull’amore”.

Tabucchi ha quindi viaggiato molto, sentendo infine il bisogno di trasferire il suo lungo cammino su carta, in un vortice di luoghi e rimandi che sa di meraviglia. Così nascono i Viaggi, resoconto meravigliato del viaggiatore toscano, e gli altri viaggi, i luoghi dell’anima, gli immaginifici traguardi di una vita non ancora realizzata, i viaggi che avremmo voluto fare e che il tempo, per Tabucchi Il Tempo, non ci ha permesso di compiere. Antonio Tabucchi ricrea una ragnatela lunga come la sua vita e larga quanto la letteratura, fra la Buenos Aires di Borges, la Lisbona pessoana e pombalina immersa nella nebbia della saudade e sdraiata sul fianco del Tago, le geografie immaginarie di Gregor von Rezzori, la Creta degli ulivi, Elephanta, Goa e l’India di chi ne ha avuto solo una piccola idea (Moravia, Un’idea dell’India), di chi ne ha sentito gli odori (Pasolini, L’odore dell’India), o di chi ne ha intrecciato storie nel buio della notte (Tabucchi, Notturno indiano), passando per la Mougins di Picasso, la Sète di Brassens e Valéry, la Pisa di Leopardi e della sua rinascita, la Genova per noi, che abbiamo una faccia un po’ così, dilaniata dall’ingiustizia di una sospensione democratica clamorosa (Tabucchi ha sempre avuto molto a cuore la realtà sociale e civile di questa nostra Italia, povera diavolessa). E poi il Brasile, Congonhas do Campo, Ouro Preto e il Messico piccante, New York e la Kyoto della carta e della calligrafia, la Parigi di Delacroix, a Washington per Einstein e in terra basca per guardare il vento.[1]

Tabucchi ha dei compagni di viaggio reali, la moglie, i figli, gli amici e gli incontri speciali a corollario di ogni spostamento, ma anche amicizie intangibili seppure reali anch’esse, gli scrittori della sua vita, mirabilmente associati alle differenti e varie tipologie di situazioni che in un viaggio possono intercorrere. E così un viaggio sbagliato “Detesto il poema ciclico e non gradisco i sentieri calpestati da molti”, una lapide trovata per caso “Straniero, poco ho da dirti: fermati e leggi”, davanti a scene che avrebbe preferito non vedere “Dio, che secolo, dicevano i topi, e cominciavano a rodere l’edificio”, varie situazioni “Viaggiare, perdere paesi”, pensata spesso “Sto dove non dovrei stare”, certi ritorni “Aria, mi riconosci tu, tu che un giorno conoscevi i luoghi che erano miei?”, una premonizione che si avvera “Quando ti perderai nel deserto della sera e l’azzurro del mare lontano ti farà venire sete”, una vigilia di Natale chiedendosi cosa ci si fa li “Succede che è dicembre in tutto il mondo ed è sabato in tutta la Colombia”, può succedere “Ho nostalgia di casa. il che è evidentemente una sciocchezza, da quelle parti non sono mai stato uno stimato sciovinista“.[2]

Risulta chiaro che Tabucchi ha camminato molto, in lungo e in largo, prendendo in prestito la letteratura del mondo, consumando la suola delle scarpe, ma sempre ringraziando, perché “posare i piedi sul medesimo suolo per tutta la vita può provocare un pericoloso equivoco, farci credere che quella terra ci appartenga, come se essa non fosse in prestito, come tutto è in prestito nella vita”.[3]

Le peregrinazioni tabucchiane si riassumono come la sola letteratura può fare; se, come suggerisce Borges, esiste un libro che si sta scrivendo da sempre e che si completa continuando nelle penne di tutti gli scrittori, così anche la vita, e quindi il viaggio, anzi Il Viaggio, si sta compiendo da sempre, e continua in tutti noi. Laddove Zeus osservava le sue due aquile tornare e incontrarsi, a scoprire il centro del mondo e le sue geometrie, l’ombelico, l’omphalòs, Delfi, nello stesso punto ipotetico si consuma la suola delle nostre scarpe, nell’ombelico della vita, il nostro, dove finisce la pancia e comincia il mondo, da dove poi partono le gambe, che infilano un passo dietro all’altro per colmare il vuoto della nostra conoscenza e della curiosità naturale di noi tutti.

Tabucchi apre l’Atlante DeAgostini da bambino, subito dopo aver letto L’isola del tesoro, e li comincia la sua vita, il suo senso autentico, che anche se interrotto dal naturale svolgersi di vita e morte, per Borges continua in tutti coloro che viaggiano e scrivono, perché è sempre stato fatto e sempre sarà. E ci voglio credere anch’io.

Come la vita ha senso se vissuta, il viaggio solo se viene fatto. Perciò guardatevi la suola delle scarpe, e osservate bene se sono consumate abbastanza, perché il bello del mondo è che si vede solo se lo cerchi.

Diego Perucci

[1] Titolo di un paragrafo del libro Viaggi e altri viaggi di A.T., nel quale si discute di Eduardo Chillida, eccellente scultore basco scomparso nel 2002.

[2] Antonio Tabucchi risponde ad una domanda di Paolo Di Paolo citando a memoria, perché per lui in viaggio è meglio portare i versi di poesia rispetto alle guide, che sono più leggeri, li sa a memoria.

[3] Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, Nota, Feltrinelli, Milano 2010, pag.10.