L’immagine. Com’era rara e preziosa

Dico era, perchè.

 

In principio a questo pensiero, a questo mio sfogo libero e vivido, mi viene da pensare a quelle immagini iconiche, le prime stampe a circolare nel mondo. Anche solo per il loro modo di viaggiare erano diverse da oggi.

Per almeno tre secoli l'immagine ha viaggiato dentro le borse dei mercanti e degli ambulanti, che lentamente e faticosamente percorrevano lunghe strade fino a toccare tutti gli angoli e gli spigoli della terra, camminavano lontani dalle loro case e dalle loro famiglie, potevano metterci mesi, anni e arrivavano da noi e solo allora potevamo vedere quelle figure nate agli antipodi dei nostri occhi. 

E c'era uno stupore che oggi salvo rare eccezioni non sussiste.

 

L'immagine oggi, non mi seduce più, o sempre meno, è ovvia. È uguale a noi. E mi viene da soffrire.

 

E penso al tempo, si perché oggi pare che anche il tempo per chi “produce” fotografia non abbia più alcun senso, ci siamo resi estranei a questo tempo scomodo.

Mi pare che si faccia per fare, soprattutto veloce, tanto ho la macchina e un bel computer. Sono un fotografo. Sono un artista.

 

Facile, molto facile. Fermiamoci un attimo. Che valore ha, o almeno, che valore dovrebbe avere l'immagine? 

Luce a parte e senza pensare alla tecnica.

 

Penso a chi ha dato la vita per la Fotografia, mi viene da pensare alle sofferenti riflessioni intime di Francesca Woodman che la consumarono fino all'estremo gesto, fino a quella follia che sembrava essere l'unica risoluzione possibile, un volo di ventuno piani. Mi viene da pensare alla soave poesia di Mario Giacomelli logorato dal tempo e dalla malattia, fino alla fine, fin dentro a quell'esile spazio che per tutta la vita, ogni sabato e domenica fotografò pervaso dallo stesso tempo che tanto lo opprimeva.

 

Mi pare che oggi manchi qualcosa, qualcosa che si è perso o forse si è solo dimenticato.

Dov'è quel pensiero, lo studio e la ricerca, oggi se ne trovano raramente, siamo apposto se ci siamo comprati un bel manuale di fotografia (nel migliore dei casi) e se abbiamo montato nel bolide da milioni di pixel un bel teleobiettivo, tanto poi c'è photoshop.

La velocità ce la fa da padrona. 

 

Ma proviamo a voltarci indietro, a rivedere ciò che fecero prima di noi.

 

“Avevo un amico, per quanto ne dicesse e credesse, era ben lontano dal concetto “profondo” di fotografia; per lui solo un po' di carne scoperta e una posa ammiccante di una giovane fanciulla faceva esplodere il pathos tra immagine e spettatore in un entusiasmo sconcertante.

Mero prodotto dell'odierno mercato commerciale.

Era appassionato di auto, veramente, e io, durante quelle lunghe chiacchierate (a senso unico) notturne in studio, gli dicevo sempre : scusami W, ma, prendiamo per esempio un giovane pilota di Formula uno, vuole andare forte, vuole girare il cavatappi come Alain Prost, come Senna, come Villeneuve, vuole fare il tempo, e si mette lì a osservare le corse di quei grandi campioni che hanno spennellato le piste di gomma bruciata solo per il brivido della vittoria e dello spettacolo. Passa le notti davanti a quel televisore, avanti e indietro poi, la mattina monta nella sua monoposto e gira, tira il motore ed emula, se può supera e tu, tu devi fare lo stesso, cos'è la cosa che ti piace fare, che ti piace fotografare? La moda?! Bene, apri un libro di qualche grande, non lo so, uno a caso, Helmut Newton, cerchi e osservi. Non era solo moda, te ne sei accorto? Qui dentro c'è un pensiero, c'è un'idea, ha qualcosa da dire e lo fa in un certo modo, nel suo modo. Se vuoi poter fotografare devi conoscere ciò che è stato fatto prima di te e poi modellarlo sul tuo essere, sul tuo occhio, sul tuo volere, sul gusto.

Lui preferiva il gas e le derapate.”

Non ricordo infatti alcuna sua fotografia.

 

È l'idea che faceva e fa la differenza, e la farebbe anche oggi. 

 

 

Che sia anche questo il problema, mi pare che per la fotografia “moderna” comune, quella che mi assale, che mi violenta, non serva sapere poi tanto, non serva conoscere, basta fare, tanto poi c'è tantissime valvole di sfogo in cui convogliare questo ammasso di immagini spensierate e, sorprendentemente c'è anche un sacco di gente che esalta e apprezza.

Sinceramente tutto questo mi lascia un po' basito.

E sia chiaro, non vorrei passare per quello nostalgico che sniffa  pellicole e chimici, non voglio passare per quello che odia e punta il dito contro al digitale, anzi, alla fotografia digitale, perché anche quella la si può usare con un criterio e con un'idea e indubbiamente c'è chi lo fa, e anche molto bene.

 

La mia vera impressione è che oggi, nella maggior parte dei casi: si è produttori di immagini, non più creatori.

Siamo fabbrica, non più artigiano.

 

Soprattutto oggi che l'immagine è importante, è il nuovo linguaggio, è una scrittura da decodificare, da interpretare, perché c'è chi ha imparato ad usarla bene per comprarci l'anima, viene usata per abbindolarci, quest'immagine perfetta, senza errori, e intanto, nelle scuole si tenta anche di smettere di insegnare la Storia dell'Arte, che grave danno sarebbe; pensate a quando la percentuale di analfabetismo in Italia, nel mondo, rasentava picchi pazzeschi e si scriveva, tanto e oggi, invece non vogliono più insegnarci a leggere le immagini, non esiste più l'educazione visiva, e intanto ci riempiono di immagini subdole, tipo quelle di alcune scuole di inglese che sbattono davanti ad una Union jack una gnocca da paura e a te, giovane o vecchio viene voglia di andare ad imparare l'inglese. Bellezza effimera. Falsa. Ci hanno comprato.

 

Il bello è che oggi non ci domandiamo nemmeno più quando abbiamo dinanzi quell'immagine, quanta strada possa aver fatto, quante lingue avrà sentito parlare o quanti occhi ne avranno potuto godere. La strada che ha fatto non è grigia, non è bianca, ma è eterea e impalpabile, come il senso generale della fotografia oggi.      

 

Oggi ne siamo letteralmente sommersi da quest'immagine “strana”, distorta, manipolata, trasformata, falsa, follemente colorata, e tutti ce ne nutriamo voracemente, a migliaia e a milioni, come dicevo, grazie anche  all'avvento cruento del digitale, ne siamo oggi anche gli artefici, di questa fotografia facile, senza pensiero, senza più una sua storia.

Basterebbe forse non esagerare, in tutti i sensi.

Oggi si scatta in un solo giorno moltitudini di immagini, si riempono schede di memoria, si scaricano “file” sul computer, due colpi di click e si modificano, la chiamano “post-produzione” (che brutta parola, fredda) e poi si può pubblicare liberamente, in milioni di siti web e blog che si chiamano “nome.cognome photographer” pieni di spazzatura. É Con questa folle velocità che le immagini entrano nelle nostre case attraverso gli schermi dei nostri computer, si riversano nei social-network, nelle pagine dedicate tanto da averne perso il controllo. 

É il Caos. Che ne penserà il vecchio album di famiglia?

 

In ultimo.

La Fotografia con il suo modo di essere, con il suo io, ha plasmato la Comunicazione e l'Arte.

Poi c'è tutta la sua storia fino ad oggi.

Penso a quanto ha faticato la Fotografia ad esser considerata Arte, fu grazie alla lungimiranza di alcuni pittori, come Delacroix, Degas, Monet, solo per citarne alcuni, poi ci hanno pensato i maestri della fotografia, i grandi, attraverso i loro occhi attenti e la loro sensibilità, il loro pensiero, e non era di certo il mezzo, ma era piuttosto la relazione che stava tra loro e la realtà che gli si parava davanti così com'era. 

Ma oggi mi riesce difficile parlare di Fotografia come forma d'arte e volutamente lo scrivo minuscolo), perché troppo spesso si sente dire da sedicenti curatori d'Arte che questa è Arte, tutta, che se è un pezzo unico è anche meglio, perché semplicemente meglio si vende. 

Non esiste più una selezione, biennali, triennali, fiere, baracconate, perché? Perché semplicemente basta pagare per esporre e magari farsi scrivere anche un bel pezzo critico da qualche nome illustre. Ma vi basta questo?

Oggi la fotografia d'arte pare un rifugio facile.

Anche questi forse, i soldoni sonanti, sono ormai un problema, sono un cruccio. Ecco. Penso che per queste poche genti che ho menzionato in questo articolo era la pelle a pesare e non i soldi, non credo affatto fossero stati oppressi da questo peso che oggi, paiono portarsi dentro e dietro tutti i signori fotografi o presunti tali presenti in giro a produrre immagini che prima di esser idea sono solo denaro.  

 

Mi sento a disagio dentro a tutto questo.

Scusatemi ma la Fotografia è altra, è rimasta da un'altra parte.

 

 

Adriano Benocci

 

 

Fotografia di Mario Giacomelli, Fiamme sul campo.

http://www.mariogiacomelli.it/53_prime14.html