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LISBONA SCINTILLAVA

“Un luogo non è mai solo "quel" luogo; quel luogo siamo un po' anche noi.  In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati. Dipende da come leggiamo quel luogo, dalla nostra disponibilità ad accoglierlo dentro agli occhi e dentro l'animo, se siamo allegri o malinconici, euforici o disforici, giovani o vecchi, se ci sentiamo bene o se abbiamo il mal di pancia”.

Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi.


Antonio Tabucchi incontrò  Lisbona a Parigi. La incontra  in un giorno della sua gioventù sul piano di una bancarella prima di salire sul treno che lo avrebbe riportato in Italia. Gli capitò  tra le mani un piccolo libro intitolato “Tabaccheria”, composto da un poeta portoghese a lui sconosciuto di nome Fernando Pessoa. Comprò  il libro e partì verso l’Italia forse inconsapevole del vero viaggio che avrebbe intrapreso. Un viaggio tra le pagine di un testo che racconta un lieve frammento di quotidianità nelle vie della Baixa di Lisbona: un frammento dentro cui Pessoa aveva concentrato il suo intero universo. Il suo viaggio iniziò su quel treno, leggendo le righe di un poeta di cui egli stesso  ci avrebbe reso avvicinabile e comprensibile la complessità. Il mio viaggio è iniziato con una copia di Requiem, in una piccola libreria della mia città. 
   
Attaverso le sue parole ho conosciuto una città molteplice. Lisbona di un fiume come uno specchio e di panni distesi al sole come vele all’orizzonte, Lisbona scena di resistenza e impegno, Lisbona di nuvole che non si fermano, Lisbona che scompare in un infinito e folle sogno una domenica d’estate, Lisbona teatro di amori rimpianti e scelte non fatte. Ci si arriva per caso e si inizia a camminare. Siamo fortunati, perchè oggi tra la Baixa e Principe Real possiamo costruire le nostre ore insieme ad una guida che sentiamo prossima e che ha il sorriso accennato e lieve di un  italiano appoggiato ad un balcone in discesa verso il fiume. Ho avuto la fortuna di incontrare Lisbona, ma penso di averla realmente accolta grazie agli  occhi di Antonio Tabucchi. I suoi libri regalano un modo di sentire le vite di una terra che in ogni racconto sembra interpretare i pensieri e l’immaginazione del suo scrittore. Lisbona come un sogno, un’allucinazione, un salto rapido e infinito fatto di immagini, rumori e storie personali. Tornando a casa, passeggiando lungo Rua Augusta, Rua de Conceicao e le altre uguali vie di questa città piatta e calma, guardiamo dentro i tram aspettando di trovarvi un affaticato dottor Pereira che rincasa gustandosi lo scorrere della sua Lisbona da un finestrino, oppure ci fermiamo nel buio di Praca do Commercio attendendo che il venditore di storie venga a chiederci quale racconto abbiamo voglia di ascoltare questa notte. La Lisbona di Tabucchi è una città in cui ci si immedesima, in cui lo spazio, i marciapiedi e i personaggi si impongono dentro i nostri occhi sollevandoci dalla dimensione del tempo. Ogni oste dal decoroso volto stanco e il bianco grembiule macchiato si confonde con il signor Casimiro appoggiato allo stipite della porta: ogni elegante cameriere di un caffè ci ruba un sorriso complice, quasi ci attendessimo di ascoltare quelle disordinate notizie che il cameriere Manuel trasmetteva segretamente al dottor Pereira posandogli l’ennesima limonata sul tavolo. Lisbona si apre alle anime curiose di chi è disposto a farsene invadere. Un luogo misterioso fatto di una umile e profonda bellezza composta di una miriade di particelle fra cui intravedere bianche scie nel fiume, menù scritti a mano su ruvide tovaglie di carta e una sinfonia di tram sferraglianti, anziane donne lamentose e sottili musiche dai caffè. Un mondo in cui anche un taxi, un’edicola, uno scalino si vestono di poesia. Poesia nel senso sincero di spingersi oltre il velo del mondo che vediamo, oltre le interpretazioni tradizionali, oltre le certezze, senza che abbia importanza sapere verso quale destinazione tutto questo ci condurrà. È la Lisbona di Pereira, di Tadeus e dei ricordi di Anywhere out of the world, nella quale ci siamo persi senza volerci ritrovare. Camminare questi marciapiedi scivolosi sognando storie immaginate non smette di farci sentire affascinati e rapiti dalla leggerezza sicura di un uomo, che da quella scoscesa via di Principe Real continua ad aprire i nostri occhi e a farci sentire la vita.  

 

Paolo Catrambone