ORGIA

Cambiando turno posso iniziare mezz'ora più tardi, il lunedì, mercoledì e venerdì. In questo modo finisco circa venti minuti dopo l'ultimo treno e mi sarà impossibile tornare per pranzo. Alla tavola della casa che abito, i pranzi sono lenti e incoerenti. A volte può capitare che l'insalata preceda il primo, o che segua il dolce. Si sta zitti, ritti, verrebbe voglia di dire fitti invece no: siamo io e lei, soli.

Rido e smetto subito.

Entrando più tardi posso passare dall'asilo, a guardare una giovane supplente entrare. Lei si gira, io mi volto, che non è la stessa cosa, ma non ci faccio una gran figura. Penso a Ligabue e mi vien voglia di scappare imitando un gallo gregario.

Poi riesco a passare anche dalla giornalaia che mi scopre sempre mentre scruto riviste che non comprerò. Non bevo caffè, m'eccita. Però un latte caldo ho tutto il tempo di sorbirlo, accompagnando una invettiva di Publio Cornelio Tacito, con ricordi di un viaggio, vissuto alla televisione, nei dintorni di Narbona.

Per non perdere la possibilità di giocarmi cinque minuti alla fontana, debbo lasciare un segno rosso al capoverso. Il lapis è di Toruń, l'ho trovato dentro un cappotto in stazione, il cappotto non l'ho preso, diamine.

Lei dirà ed io con chi pranzerò?

Peccato perché certi silenzi ammazzano i cattivi ricordi, dovrò starmene zitto, come uno che ha subito un cambio che lo fa star male, ma sa di non potersi opporre. Non mangerò in mensa, da principio, vedendomi dimagrito, penserà tante cose. Che non si mangia bene, o poco, poi quando osserverà che sono davvero pelle ed ossa, ovvero che la pancia mi sporge solo di due spanne, inizierà a preoccuparsi per la mia salute. Insisterà per darmi un panierino ogni mattina, che getterò ai gatti dell'asilo, guardandoli negli occhi, come fossero la supplente. Continuerò a calar di peso, conservando quel non sorriso che indigna e rassicura. Allora prenderà a sospettare. Mi frugherà i vestiti, li annuserà, ricontrollerà le spese. Si curerà la pelle e raderà il pube. Forse si tingerà di biondo, come certi paralumi degli anni settanta, e parlerà di cose che non conosce, ma senza fermarsi, tutto di un fiato. Io annuirò supino.

Prima o poi qualcuno la noterà in tram, si farà spazio tra le persone e la guarderà dietro lenti sottili. Lei scenderà due fermate prima e lui dietro. Salirà le scale veloce con un affanno evidente, si troverà proprio davanti alla porta di una casa, che le sue chiavi non aprono. Non sarà all'ora di pranzo.

Io tornerò la sera e non sarà pronto da mangiare, leggerò con gusto dal tratto rosso in poi. Lei si scuserà mentendo e mi preparerà quattro uova, evitando di guardarmi mentre mangio, poi tre, una sera nessuna, poi di nuovo due. Non amando particolarmente le uova per un po' sarò infelice. Alla fine mi lascerà, intendo, mi scriverà una lunga lettera non sentita e con molte correzioni, raccoglierà le sue cose ed alcune delle mie per sbaglio e anche un paio di chili di riso venere scaduto perché non lo sappiamo cucinare. 

 

Sandro Fracasso