Passaggi impraticabili

Appunti e glosse per un'analisi di Tristano muore.

 

Un ossimoro – Tristano Muore, una Vita. Un giovane e promettente scrittore siede al capezzale di un vecchio moribondo. Il vecchio moribondo ha una gamba in cancrena: questa lo sta corrodendo, gli sta lentamente rosicchiando la vita, in un caldo agosto di fine millennio. 
La parola è quella di Tristano. Lo scrittore esiste in quanto tacita presenza nel frammentato monologo che compone la narrazione. È colui che riporterà le memorie. Una vita, dunque, dal titolo Tristano muore, accuratamente redatta da una mano esterna. Una testimonianza, come nella literatura de testimonio latinoamericana. Genere che Tabucchi sapientemente riprende e rielabora: nel sottotitolo (Una vita, appunto), come nella presenza di una figura esterna – un etnologo, un antropologo, un giornalista  ̶  che riporta la testimonianza. Uno scrittore, in Tristano, che fa del testimonio non un documento ma un’opera. Letteratura. Finzione sì, ma anche critica e impegno. Dice Aristotele: E anche se capita che il poeta tratti di cose accadute, non per questo è meno poeta: nulla osta infatti che alcune delle cose accadute accadano per verosimigliaza, e per questo egli può essere loro poeta.  

Rosamunda – Tristano muore si apre così: […] Rosamunda tutto il mio amore è per te Rosa-munda più ti guardo e più mi piaci Rosa-mu-u-u-u-ndà. 
Dopo un interminabile viaggio in treno, stipati in vagoni come merce di scarto, i prigionieri arrivano nel lager. Gli altoparlanti suonano la ben nota canzonetta sentimentale, Rosamunda. È lecito che ci si commuova, che si pensi si sia trattato di uno scherzo di cattivo gusto, protrattosi più del dovuto. Nasce in noi un'ombra di sollievo, forse tutte queste cerimonie non costituiscono che una colossale buffonata di gusto teutonico, scrive Levi. Rosamunda – canzonetta, nome di donna, Impromptu opera 142 per pianoforte di Schubert. Di più, la letteratura come memoria, un filo che Tabucchi maneggia con cura e che attraverso i versi di Rosamunda lega Tristano a  Se questo è un uomo. Un filo che passa dalla necessità di raccontare quel che non si può, pur volendo, relegare nell’oblio: il trauma, la colpa, la disillusione. Ad ogni modo, l’ineluttabilità della perdita. Rosamunda diventa la letteratura e il ricordo. 

L’angelo della storia – Il ricordo e la letteratura sono un binomio consolidato: Avvicinatevi ancora, ondeggianti figure apparse in gioventù allo sguardo offuscato. Tenterò questa volta di non farvi svanire? Scrive Goethe nella dedica del Faust. Lo fa anche Tristano. L’ha fatto Levi, rendendo il trauma in parole. Prim’ancora, da una Madeleine, Prust fece del ricordo una pietra miliare. 
Mentre l’estate volge al termine, il Tristano di Tabucchi ricorda dunque i propri trascorsi. Ricordare: dal latino recordor: ci dice Bettini (http://www.youtube.com/watch?v=f2stz7Sz9Nk), significhi ristabilire un rapporto con il cuore, sede, nel mondo romano, della coscienza e della conoscenza. Ed è con il proprio cuore che Tristano tenta di ricongiungersi, è la conoscenza dei perchè della sua vita che desidera, in punto di morte. Eppure nell’impossibilità di dar senso alle rovine della memoria, nonostante si sforzi di ricomporle incessantemente, l’immagine che Tristano offre di sè è quella dell’angelo che tanto inquietò Walter Benjamin. Un angelo che Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. In Tristano muore le rovine sono quelle di un uomo, di un Paese, di una civiltà. 

 

La letteratura – Tristano muore vuole essere letto come una testimonianza. Nei riferimenti strutturali al genere della literatura de testimonio, nei rimandi intertestuali all’opera di Primo Levi, Tabucchi sembra giustifichi una tale ipotesi di lettura. Qualcosa però non torna: la testimonianza letteraria, per essere tale, esige il coinvolgimento diretto dell’autore empirico nei fatti narrati – almeno così sentenziano gli addetti ai lavori.
Un’aporia dunque, che rischia di invalidare quanto detto. Se si consideri, tuttavia, il romanzo come testimonianza non tanto d’accadimenti particolari, ma della condizione di perdita e di disillusione protagonista dei nostri tempi (italiani e non), l’analogia tra Tabucchi e Tristano diviene possibile. Quasi scontata, osservando l’impegno intellettuale e civile dell’autore empirico. La letteratura, spazio in cui realtà e finzione s’incontrano, s’intrecciano e si mescolano, si presta a tale metamorfosi, a tale gioco delle parti. E parte della bellezza di questo romanzo risiede proprio nell’equilibrio dinamico che regge il rapporto, appunto, tra realtà e finzione. Quell’equilibri tanto caro alla letteratura  ̶  e alla scrittura di Tabucchi.
Di passaggi impraticabili ne restano comunque molti, destinati a rimanere vicoli senza uscita. Lo scrittore, d’altro canto, non ne fa mistero, regalando al romanzo, in epigrafe, l’aporia intrinseca in ogni testimonianza: scrive Paul Celan: Chi testimonia per il testimone?

 

Luca Fazzini