ritratto3

PERSONA

 

«Opera d’esordio che non lascia scampo, che segna un precedente, ‘Persona’ di Fausto Paolo Filograna è un canto creaturale, di creature che hanno fame, una litania a esorcizzare la malattia, e sempre il bisogno d’amore, è la consapevolezza che prima della risurrezione c’è il funerale: ancora prima della speranza, dobbiamo fare i conti con il peccato originale. Ecco la tragedia di questa nuova età di mezzo, in bilico tra le macerie e l’ardente umanità sotto la cenere, umanità che ricomincia dalla carne, corpo fisico compiuto, organo perfetto dello spirito, vero corpo. La poesia di Filograna ha la capacità di farci accorgere di qualcosa di essenziale che si stava perdendo tra le piaghe. Creata da una delle migliori menti della mia generazione, è un’opera con cui ci dovremmo confrontare tutti, lettori, poeti, persone».

Riccardo Frolloni

 

 

 

***

 

 

Eravamo a Gallipoli notte piena

eravamo pochi e bianchi faceva freddo

non ho voglia di mangiare questa notte

eravamo suicidi e battezzandi

attraverso la strada principale si arriva presto

 

fiammelle sopra la spiaggia fino a chilometri dal mare

la bionda seduta è vestita uguale all’altra

e ha gli occhi di un uomo morto

fermate la bionda non sopravviverà

ha gli occhi di chi se lo prende il mare

 

un tizio con una torcia è messo lì a scacciarci

siamo troppi e puri come bestemmie

siamo santi e tutti troppo prossimi alla morte

un’estrema pulizia regna incontrastata tra gli ombrelloni e il mare.

 

VI

 

 

un tizio con una torcia e la faccia da Prometeo bruciata

il nostro Prometeo bruciato

il nostro Cerbero spelacchiato

 

fuoco che non ha bisogno di coraggio

spirito che non ha bisogno di spirito

dove vai signorina tu ti inoltri nel mare

ed entrò uno scheletro nel mare

 

principio della divisione, Trentanove, o Rue

 

ditele che ha due gambe ditele

quelli che stavano cucinando Giuseppe Daniela

pure si girarono tutti e non sapevano che dirle

 

lo scheletro aveva perso le gambe al di sotto dell’acqua

caviglie ginocchia le cosce magre

questo è quello che fa il mare pensammo

la nullificazione ma non lo pensammo

agli occhi mistici non esisteva più, il mare

le dava un senso di magrezza accentuato

 

nel mare si cominciò a vestire

si mise i pantaloni corti le mutandine le stavano come una medusa

le caviglie scintillavano come tartarughe di mare di argento

perché cucinate ci diceva ma non aveva capito

non le piaceva mangiare ma il cibo è il tema di quest’interpretazione

 

ditele che ha due gambe ditele

eravamo a Gallipoli notte piena

a guardare uno scheletro toccarsi le gambe

la fica i meloni niente più di vegetale era rimasto

cominciava a trasfigurare verso un corpo

un corpo corpo senza precoscienza

un tuttocorpo ci guardava

Giuseppe che la amava disse chiamandola radiografia

amavo il tuo cuore più di ogni altro

torna vedrai che ritratto ti farò sulla volta del cielo

 

la pazza ci guardava tutti

sorridendo ma non sorrideva era terrore

e rimase così come un ciondolo appeso al coperchio del cielo

 

la pazza stava pensando a un altro livello di interpretazione

 

qualcuno pensò che avesse paura morendo che la chiudessero in una bara

una di quelle gabbie di mogano

con cui si usa tappare la bocca ai bambini di quella nuova vita

 

Giuseppe suo amato diceva che sarebbe morta a terra

 

la morte era la cosa più bella che sapeva dire

e ancora non l’aveva imparata

 

diceva sarà il mio capolavoro

e ancora

questa vita non finirà mai

 

le diciamo torna

ma non glielo diciamo

la pazza ci ha lasciati così

 

tanto raccoglimento inconsapevole

questa città ha unito il tempo

la dea Demetra e tutti gli altri dèi dove sono

Gallipoli è costruita sulla strada principale

tra gli ombrelloni e la voce religiosa delle discoteche

su un grande rettile scheletrito milioni di anni fa è costruita

la città a punta ha le case nella morte

 

la pazza sta zitta

la sua preghiera è un banco di meduse proveniente da Sud

la sua voce

scintillante

mentre forse muore in grande disperazione

forse la luce del plenilunio santifica

forse ancora ha fame e dice con un sussurro invertebrato

datemi da mangiare

senza rumore

in questa grande spettacolare morte

 

qualcosa ci sta domandando

e noi dobbiamo scegliere

una barchetta arancione viene verso riva ma non è una barchetta

 

è la malattia lo sapevamo tutti

un corpo malato è solo un corpo

 

un uomo malato è tutto corpo

la pazza chiede conferma dal mare

quelli che stavano cucinando Giuseppe Daniela

pure si girarono tutti e non sapevano che dirle.

 

 

Eravamo a Gallipoli notte piena

eravamo pochi e bianchi faceva freddo

non ho voglia di mangiare questa notte

eravamo suicidi e battezzandi

attraverso la strada principale si arriva presto

 

 

 

 

“non riesce il mio spirito a spostarsi senza sostegno

lei è i miei occhi Edipo

lei è il mio corpo Edipo

prendete e mangiatene tutti prendete

e mangiatene tutti prendete e mangiatene 

tutti”

Fausto Paolo Filograna

Da Persona, Giuliano Ladolfi Editore 2017. Disponibile presso i maggiori distributori (Amazon, Mondadori Store, Ibs) e presso il sito dell’editore.