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PINE PEAK

1789. Cosa accadde quell’anno?
Non importa, ho in testa un altro evento, un altro anno, il 1886: nasce il véritable petit-buerre, biscotto che ha cambiato le abitudini alimentari di milioni di persone con la sua burrosità che lo rende unico nel panorama dei biscotti soprattutto in confronto a quelli senza burro, o, almeno, questa è la data che vuole farmi credere la confezione di questi gustosissimi gâteaux arrivata chissà come fino al mio tavolino di finto palissandro, e dove mangio la mia colazione che alcuni chiamano continental breakfast sebbene stamattina con minore appetito essendomi svegliato in preda a errori di sintassi riflettendo sulla mediocrità, e tra i vari volti che ondeggiavano nell’inerzia della luce mattutina non ne potevo scorgere alcuno che sapesse quanti miliardi fossero finiti nel budget per la sanità pubblica dell’anno scorso, e visto che di gente così, che popola le mie mattine, ce n’è un mucchio mi sono chiesto «Ma che ti interessi a fare di politica!» se poi queste stesse persone che sono incompetenti e immorali possono esercitare un potere politico su di me con il loro voto, e costringermi a fare cose che non vorrei fare e in generale saranno sempre l’ago della bilancia alle elezioni, e questo in definitiva mi riconduce a pensare che abbiamo sempre un bel piagnucolare e a fare la caccia alle streghe invece di darci da fare prendendoci a schiaffi tra di noi contro l’orrore che continuiamo a diffondere a dispetto dei nostri buoni sentimenti, vero come è vero che i difetti degli altri ci stanno sempre davanti agli occhi, ma quanto ai nostri la maggior parte del tempo li espelliamo dal didetro e li lasciamo partire con un solo colpo di sciacquone bene assestato dopo l’ammazzacaffè pensando «Ci sarà ben una fogna là sotto», ma io d’altro canto ho l’intestino lento e forse per questo di colpe credo di averne fin troppe e l’obbligo di diventare una persona migliore mi assale tutte le mattine a cazzotti sotto la doccia: leggere più libri, parlare più lingue, imparare ad accettare l’altro da sé anche se l’altro mi fa spesso orrore, e allora stamattina, lunedì 18 marzo 2015, davanti alla mia tazza di latte coi biscotti francesi al burro nel silenzio della mia cucina, fatto a meno della noia, trattenuto il respiro per dieci secondi ad ascoltarmi le dita dei piedi, mi preparo a lasciare casa pensando a come ho sempre desiderato essere un potenziale osservatore di me stesso, in alto dalla finestra di un palazzo, immaginando la curiosità che mi autosusciterei nel guardarmi partire ogni mattina assieme ad un thermos di tè caldo per finire a sbriciolare con le unghie il muro di calce accanto alla fermata dell’autobus numero 38 di Pine Peak, Colorado
(un tempo felice meta di passatempi, oggi, perlopiù, sede di una grossa azienda di biscotti francesi con tanto burro).
Come se avessi un terzo occhio ficcato nel mezzo della fronte inizio ad osservare il mondo attorno a me, in altre parole inizio a lottare per la mia emancipazione in questo inverno parecchio gelido, ma accogliente, dove la nebbia, respirandola, si diffonde come inchiostro in acqua, lentamente, lasciando spazio a contorni aspri di pino, benzina, cabine armadio, e dove l’aria inalata fredda schiude tutte le cavità ancora assopite rompendosi in cinquecento frammenti di ghiaccio, e la mia emancipazione consiste nello sforzarmi a non fissare tutti i parametri, come suggerito dal mio analista – una confezione di docciaschiuma marca ”Freegrance” – il quale ritiene che sia il momento di fare un passo in più, per cambiare, e così, da circa un anno, o giù di lì, alla fermata del 38, mi assumo dei rischi che in passato consideravo inaccettabili: oggi, ad esempio, mi toglierò prima i guanti, e solo dopo le sopracciglia, quindi mi metterò bello tranquillo nonostante il penoso andirivieni di futuri anteriori, e non farò caso all’autista e alle sue abitudini extraurbane della cui natura sarebbe meglio farsi una o due domande, in particolare rispetto al cronicizzarsi di una brutta eruzione labiale del tutto simile a una di quelle malattie che sono riuscito a scampare da bambino nonostante le insistite effusioni di zia Jill e dei suoi rossetti, in definitiva salendo a bordo mi scuso con un uomo di bassissima statura morale e, forse in preda ad un attacco di politesse, rifletto sul fatto di avere così poco interesse nei sogni da non sprecare tempo ad inventarmeli, sebbene nella notte abbia fatto sogni molti intensi, di scienza, nei quali i mobili di casa hanno preso a lievitare, ma grazie ad un palo della luce, altissimo, di legno, sono scampato ad un sospetto caso di sifilide che si stava diffondendo rapidamente tra tutti i possessori della carta fedeltà del Mistral, l’unico cinema di Pine Peak, di vecchia generazione, e quindi ancora sprovvisto di porta bibite in plastica e sedili reclinabili, e mentre tutti gli altri afecionados di vecchie pellicole d’essay venivano sbugiardati dai loro bei referti batteriologici, io finivo per essere tremendamente scosso dalla sveglia del lunedì.
Ad essere onesti è bella Pine Peak d’inverno, e durante il tragitto ho espresso ad un cameriere i miei dubbi rispetto all’importanza dei sogni ma, trattandosi di un cognitivista, è fermamente convinto che sia la razionalità a controllare l’inconscio: di conseguenza i problemi si manifestano quando le nostre emozioni più primitive, affiorando, vanno fuori controllo, e questa si può dire che sia un’interpretazione che io stesso ho condiviso fino al 2010, sicuramente si tratta di una teoria col lieto fine, ancor di più immaginandosi la situazione opposta,
e cioè quella in cui è l’inconscio a dominare sulla sfera razionale: a pensarci mette i brividi.
Che lo si voglia o no, l’inconscio non si corregge. Al massimo lo si accetta, una volta negoziato il negoziabile (pochino, a dire il vero), ma per quanto mi riguarda finisce qui. Tutto il resto è fuffa, o anni pieni zeppi di pomeriggi d’autunno di pianto sulle panchine dei parchi.

 

Michele Ducceschi