Portami a casa è tardi

 

Lo lasciavo là tutte le sere, in quel letto, con la sua cassetta

degli attrezzi, con i tedeschi, insieme all'Ingegner Bosi e la moglie, ogni notte, lo lasciavo a pescare nei suoi fiumi, a piantare il tabacco, perché quella era la stagione. Ma io che ne potevo sapere. 

 

Poi quei passi sordi nei corridoi eterni e spogli, avvolto dalle luci al neon che mi ronzavano nel cervello pieno.
Sono stato in un sacco di posti con lui in quel periodo, anche in Albania, marciai con loro sul filo di quel colle che sembrava un dorso di cavallo, quando spuntarono i tedeschi e trivellarono di colpi l'Altobelli e poi battemmo in ritirata. Insieme abbiamo organizzato cene per persone che non c'erano più e che poi non sono mai state fatte; mi ci scappa da ridere ora.
Insieme si camminava, e tanto, in tempi insoliti, si arrivava sempre al punto preciso dei nostri incontri, ma la strada fatta per arrivarci non esisteva davvero. Non mi scordo i suoi passi sotto le coperte, lenti e precisi mentre me ne stavo lì, dietro alla tenda che spaccava a metà la stanza. Vicino un uomo già respirava la morte. Qualche minuto con i piedi nel dubbio e subito uscivo dal separé. Il suo sorriso, si apriva sotto i baffi bianchi, e mi diceva: eh, sei già qui? : visto? ho fatto veloce. E la macchina? Io non mi ricordo mica dove l'ho messa quando sono venuto qui. Ascolta dai, portami a casa è tardi. 

Non si può, lo sai, ora viene l'infermiera nonno, stai tranquillo, la macchina è al sicuro nel parcheggio. Tu riposati un pochino.

Lo sai stanotte che mi hanno fatto come al toro, ZAC! Via, mi hanno tolto le palle, e adesso? Come lo dico a Gostì, mi farà un baccalà.

Nonno, copriti le gambe, è freddo, non siamo mica al mare, siamo all'ospedale.

I giorni finivano insieme alla lucidità, non alla sua dolcezza.

Andammo anche a pescare da quel letto che ormai era il suo mondo. Erano tanti anni che non ci si andava: l'ultima volta mi disse che, se stavo zitto e non tamburellavo sulla canna, avrebbe abboccato il pesce e poi mi avrebbe comprato un gelato. Nel silenzio di quella stanza lo guardavo gesticolare disteso sul mondo. Conoscevo bene quei movimenti: la mano che prendeva i bachini dal sacchetto legato alla cinta, poi li infilava nell'amo e pescava in silenzio, tra un lancio e l'altro, si tirava su gli occhiali come se gli scendessero per il sudore. Non prese nemmeno un pesce e così mi disse: Adrià, dai si cambia punto, qui il tombolo è torbo e i pesci non danno.

Annebbiato e legato con gli occhi velati tra quelle sponde che per lui erano a volte un carretto, a volte una prigione, mi denunziò anche all'alto comando perché lo avevo tradito.

Mi hai tradito. Ma perché mi hai fatto questo?

Lui quella sera se ne andò con la sua vecchia macchina. Lo lasciai mentre cercava di far manovra, ma il signore del letto accanto non si spostava e lui bestemmiava furibondo.

Ottantacinque anni e mi disse di non aver fatto nemmeno la metà delle cose che avrebbe voluto fare.

Oltre a quella macchia scura, aveva tutto un mondo nel cervello. Un mondo che non c'era più. Si è portato tutto dietro.

É vero, Nonno, ti ho tradito, avrei dovuto portarti a casa quella sera, ma non potevo, era già troppo tardi.

 

 

 

Adriano Benocci