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PRESQUE RIEN

Manca qualcosa e non “manca” niente;

manca qualcosa che non è niente;

che non è niente e che è tutto;

che è quindi quasi niente.

Infatti il quasi-niente è proprio questo niente che è tutto.

Vladimir Jankélévitch

L’irreversibilità del divenire favorisce il

misconoscimento poiché ostacola il riconoscimento.

Vladimir Jankélévitch

 

La sto aspettando davanti alla sua casa di Rua da Saudade. Sono emozionato: trent’anni senza vederla e adesso manca solo una manciata di secondi.

Sono salito con l’eletrico 28, ma non sono riuscito a distrarmi e ammirare il paesaggio intorno. Ero troppo concentrato sull’appuntamento imminente.

Non è stato come quando venni a Lisbona tanti anni fa per la prima volta. Ero giovane allora. Ricordo che il tram arrancava sulla Rua Augusto Rosa ed io osservavo le case abbarbicate sul colle, cercavo di catturare ogni minimo particolare, di memorizzare ogni angolo di strada, ogni anfratto, squarci di azzurro. Giunsi al Castello e rivolsi lo sguardo verso il Tago che, giù, luccicava. E, mentre il mio sguardo si perdeva alla ricerca dell’estuario, affioravano in me ricordi d’infanzia che credevo di aver dimenticato. Erano come lampi che illuminavano il cielo: il mare, l’odore di salmastro, corse sulla spiaggia, corse fra i campi di grano, l’odore del glicine. Esplodevano e poi scomparivano veloci in un caleidoscopio che a mala pena riuscivo a controllare. Girovagando dalle parti del Castello incrociai Rua da Saudade. Allora non avrei immaginato che un giorno vi sarei venuto a cercare una donna che si chiamava Isabel. In realtà qualcosa avvenne: una intuizione che durò un istante. Ebbi la certezza che quella via, prima o poi, sarebbe ricomparsa nella mia vita. Non sapevo quando e perché, ma sapevo che sarebbe successo. Ripresi a scrutare il corso del Tago. Intanto i tempi, dentro di me, si aggrovigliavano, si mescolavano: il passato non era più passato, era diventato presente, un presente volatile ma che avevi l’impressione di poter afferrare; il futuro era il futuro anteriore, quel futuro che anticipa gli eventi e che diventa passato, attraversando il presente, in un battito di ciglia.

Non la vedo da trent’anni, ma il pensiero del suo gesto mi ha costantemente perseguitato come un demone meridiano o un fantasma che ti visita di notte, ti assilla e non ti fa dormire.

Non la vedo da trent’anni, però sono riuscito i riprendere i contatti. Facebook mi ha aiutato. Poi abbiamo continuato a scriverci mail e a inviarci foto con una certa regolarità. Io l’avevo persa di vista perché era riuscita a realizzare il suo sogno -quante volte ne abbiamo parlato di quel suo sogno che, per un certo periodo, era stato anche il mio- e venire a vivere qui, a Lisbona, dove insegna all’università letteratura italiana. Io ho fatto una scelta diversa e sono rimasto in Italia dove insegno letteratura francese.

Sono qui per il gesto che fece l’ultima volta in cui ci vedemmo. Anche se lei non lo sa. Nelle mie mail non glielo ho spiegato. Preferisco dirglielo a voce. Mi capirà o mi prenderà per matto?

La porta si apre. Isabel compare sulla soglia. Indossa un abito corto verde come sono verdi i suoi occhi. Mi corre incontro con movenze sinuose di danza. Mi abbraccia. La abbraccio. Ci stringiamo forte. Poi mi chiede entusiasta e senza che ci sia una minima incrinatura nella sua voce come sto. Parla un italiano anche troppo forbito e ne rimango sorpreso. E’ un italiano mescolato ad una strana cadenza portoghese. Non è invecchiata, il suo sguardo è sempre il suo, i suoi occhi verdi scintillano come sempre. Eppure c’è qualcosa di artificioso in lei. I suoi gesti lenti e studiati, il suo modo di parlare affettato, che scandisce le sillabe, arrota la erre oltre il necessario, non sono quelli di allora. Mi pare trasformata e non so cosa sia stato. C’è un non-so-cosa che mi impedisce di riconoscerla. E’ come se davanti a me ci fosse un’estranea conosciuta, una persona che è Isabel e non è Isabel.

Mi pento di essere qui. Mi domando cosa ci faccio a Lisbona, in una splendida sera di luglio, con una donna che conosco e non conosco. Vorrei andarmene immediatamente. So che non posso farlo.

Ha prenotato in un ristorante lungo il Tago dalle parti di Belem. Avrei preferito fermarmi in Alfama e andare in una di quelle trattorie a buon mercato che tanto mi erano piaciute nei miei primi soggiorni a Lisbona, ben prima che lei venisse ad abitarvi e a lavoravi.

Arriva il taxi che Isabel ha chiamato. Costeggiamo il Tago e mi rendo conto di quanto la zona sia cambiata. Anni fa, lungo il fiume, sulle banchine c’erano solo magazzini. Adesso ci sono ristoranti uno vicino all’altro e sono tutti pieni di turisti. Sto rimpiangendo quel passato, ma non dico nulla e i rimpianti me li tengo dentro.

Entriamo nel ristorante. Un cameriere ci accompagna al dehors proprio ad un passo dal Tago. Evidentemente Isabel pensa che il nostro incontro sia un’occasione speciale e che debba essere festeggiato a dovere.

Continuo ad essere taciturno. Isabel, invece, gesticola e racconta tanto di sé. Riempie di parole ogni possibile silenzio, ogni possibile pausa.

Arrivano gli antipasti. Non ho un grande appetito e mi metto a guardare il Tago. Là, ad occidente, il sole sta tramontando, un traghetto sta andando pigramente verso l’altra sponda del fiume, a Cacilhas. Aguzzo la vista e cerco di trovare il punto in cui il fiume diventa Atlantico. Improvvisa mi assale una malinconia che si fa sempre più lancinante: è un desiderio indefinito di lontananze, di un Altrove e di un Oltre, di un luogo che sta al di là di ogni mia fantasticata Gibilterra e che, forse, non esiste neppure.

In questo momento vorrei essere solo. Vorrei poter cancellare Isabel. Vorrei poter stare lì unicamente a contemplare le acque del fiume e il traghetto che si muove lento. Vorrei poter star lì e fazer horas, come dicono da queste parti, a cartografare il senso delle distanze, delle lontananze, dell’Altrove.

Il rumore delle stoviglie mi fa trasalire. Lei è sempre di fronte a me che sorride. Non lo avevo intuito, adesso lo capisco: Isabel è anacronistica. Lei appartiene ormai a un tempo altro e quel tempo se ne è andato.

Mentre assaggio di malavoglia gli antipasti mi metto a canticchiare avec le temps…avec le temps va tout s’en va. Lei continua a sorridere. Non so se ha compreso. La osservo per un attimo.

Il suo tempo era quello di quando ci eravamo conosciuti, era quello della sua semplicità, di quando ci eravamo frequentati da amici e niente altro, né fidanzati, né amanti; era quello di quando era venuta a farmi visita dalla città vicina in cui abitava con il suo compagno.

Era un dorato giorno di settembre e noi eravamo andati a fare una lunga passeggiata per le strade del centro. Isabel era bella e affascinante, i suoi occhi luminosi. Dalle parti della piazza mi prese a braccetto. Poi, senza che io me ne rendessi conto, mise il suo braccio sulle mie spalle e mi strinse a sé. Mi strinse sempre più forte e proseguimmo, così abbracciati, la nostra passeggiata. Mi chiesi cosa stesse accadendo e che senso avesse. Mi domandai cosa sarebbe potuto avvenire quando saremmo arrivati a casa. Continuammo a camminare in silenzio aggrappati l’uno all’altra.

Eravamo arrivati da pochi istanti quando suonarono al campanello.

Un viaggio fino a Lisbona per un gesto dal senso incompiuto. Un senso perduto, inghiottito da un tempo irrevocabile, da un tempo irreversibile.

Un viaggio fino a Lisbona per un gesto che è niente, quasi niente, mormoro.

Lei si sporge verso di me come se non avesse udito bene.

Bisbiglio, mentre il mio sguardo si posa sui suoi occhi verdi:

Rien.

Presque Rien”.

 

Andrea Cabassi