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Prova per una lettera mai inviata

Mia cara,
da molto tempo desideravo scriverle ma, non so bene perché proprio oggi, ho preso carta e penna e ho buttato giù due righe. Perché? Mah, sicuramente non perché stia per morire e devo assolutamente confessarle qualcosa – non facciamo i drammatici, non lo si fa un po’ tutti i giorni in fin dei conti? -, ma perché proprio oggi ho sentito vivere, strano eh? Ora non pensi che sia facile descrivere come ho sentito vivere o, per meglio dire, come mi sono sentito vivere, insomma, come ho percepito di essere vivo. A dirla tutta non è neanche la prima volta che succede, ma quando capita è sicuramente tutto molto strano, perché non c’entrano nulla il sentire il respiro, il battito cardiaco, il dolore o tutte quelle altre cose che ci si aspetta. Sono attimi in cui, per qualche motivo sconosciuto, mi vedo dall’esterno, come se vedessi un altro me che se ne va a zonzo tutto tranquillo. Fin qui tutto bene penserà, non c’è nulla di stravagante, ma aspetti, la cosa che più mi ha colpito è stata l’indifferenza con cui –sapendo che l’altro ero io stesso- mi guardavo: ero per me un perfetto sconosciuto, un tizio come tanti con un giubbetto qualsiasi o una storia qualunque. Non provavo per me alcun riguardo e mi guardavo con l’indifferenza con la quale si nota un passante che starnutisce; non avevo alcuno sguardo speciale, ma mi vedevo vivo e ciò mi provocava delle sensazioni decisamente stravaganti. Ero sì indifferente, ma provavo un che di frizzante lungo la schiena, come un brivido di eccitazione, e mi sembrava di camminare a qualche centimetro da terra, pur restando la sensazione di poggiare i piedi su qualcosa di solido. Finita questa bizzarra epifania tornavo in me, non ero più un tizio sconosciuto, non mi vedevo più da fuori; tutto era tornato normale, e mi scoprivo preso da un’inspiegabile tristezza. Vacci a capire qualcosa. – Bene- dirà lei – cerchiamo di tirare le somme; in fin dei conti di cose strane se ne vedono tutti i giorni, ti sei solo sentito vivere o roba del genere, hai capito qualcosa di tutto ciò? -. Ebbene le dirò di no, devo ragionarci ancora un po’, ma se devo essere sincero quegli istanti di tanto in tanto mi mancano, ho come la voglia o la curiosità di rivedermi un estraneo la cui vita è indifferente anche a se stesso. Forse è per questo che provavo tristezza, ma non saprei spiegarle per filo e per segno da dove provenisse. Mi verrebbe da dire che essa derivi da una grande verità che la scienza ha portato alla luce: l’inesistenza dell’amore, o meglio, non l’inesistenza, ma il suo essere fondamentalmente una strana formula chimica o roba del genere, per cui noi non ci innamoriamo, ma ci scegliamo inconsciamente per tutta una questione di odori, sostanze atomiche e via discorrendo. Banalizzando possiamo dire che la nostra parte dell’equazione deve bilanciare tutto ciò che sta dall’altra parte dell’uguale, facile no? Beata ignoranza di tutti quei poveri morti in disgrazia che per secoli hanno pianto, sospirato e cantato: bastavano un paio di rudimenti matematico-chimici et voilà! Quindi, facendo una piccola previsione, in futuro ci sceglieremo grazie ad un fiala con ferormoni e altre cose così finché plop!, ecco l’amore della tua vita; e magari tra una provetta e l’altra avremo anche avuto il tempo per spritz e negroni. Che bella la scienza! Ma riprendiamo l’immagine dell’equazione, mi piaceva molto: si parlava dell’altra parte dell’uguale appunto; dunque dove arrivare? La scienza non è la realtà, ecco a che servono le metafore. Non ho gli strumenti matematici per bilanciare bene quello che sono con un ipotetico altro, ed il tempo concesso non è sufficiente per mandare a memoria tutte le innumerevoli regole; non esistono calcolatori o corsi di recupero estivi per materie del genere. Ora però mi sembra di contraddirmi un attimo, perché da una parte dico che la scienza ha trovato un modo immediato per stabilire l’esistenza dell’amore tra due sostanze, dall’altra sostengo la mia intrinseca incapacità di bilanciare l’equazione con i mezzi a mia disposizione. Come se fossi tentato dalla prima delle due strade. No. Non mi piace, non ci credo, o almeno mi pare che tenti di banalizzare un po’ il tutto, quasi riuscendoci. Come arrivare al punto ora, pur ammesso che ce ne sia uno? Metafore ed epifanie rendono tutto molto letterario, aggiungendo forse della nebbia a discorsi già di per sé evanescenti. Ma quel vedersi vivere, quel domandarsi il motivo dell’estraneità verso se stessi potrebbe ora sciogliersi e togliere qualche pulce dall’orecchio. Perché, prima di un ipotetico altro, dall’altra parte dell’equazione ci siamo noi, e ci siamo non dopo aver provato un innumerevole numero di fiale preparate a puntino fino a trovare quella giusta. Qualche granduomo ci deve aver privato di questa possibilità. Allora è per questo che siamo tristi ed indifferenti, perché la scienza ci abbandona proprio nel momento del bisogno? Che bisogno c’è di essa dunque? Mi domando allora per quale motivo non riesca ad amarmi, forse è un gesto di ribellione, ma contro chi, me? Un violento moto di anarchia nei miei confronti, un epico combattimento per liberarmi dal potere opprimente di me stesso? Già immagino il titolone sui quotidiani del giorno dopo… Alla fine arriva il genio che suggerisce di imparare ad amarsi prima di amare, ma come?, non abbiamo gli strumenti, la scienza non è ancora arrivata a creare una provetta fatta apposta per noi. Oddio, ci hanno provato, ed in molti anche. “Conosci te stesso” diceva quello, poi giù tutti gli altri a dargli dietro, ad incalzare, a scavare; ed a furia di scavare cosa hanno trovato? Dolore, il dolore e le sue radici, le sue smisurate conformazioni. E’ cercare l’uscita di un labirinto che non ne possiede una, armati di quei poveri strumenti umani come bussole impazzita e cartine incomplete. Spero almeno in una consolazione, povera che sia, ma voglio credere che ci sia un qualche strumento per tentare di fronteggiare dei nemici di fumo. A cosa penso? All’illusione. In fin dei conti sembra che una pratica in cui eccelliamo sia quella dell’ingannarsi, ed il miglior inganno è di certo l’arte. Un pittore di inganni, ecco cosa potrei essere per sopravvivere, e che uso eterno ma sempre nuovo dei colori che farei: il Monet dell’illusione! Ah, ma voi siete una professionista del mestiere, ai vostri occhi le mie sono solo delle banali riflessioni da bambino. Voi conoscete il segreto del più grande inganno, ed il miraggio che ne deriva…una meraviglia. Nessuno è mai sfuggito ad essa, già, perché è così che funziona: ci siamo per un attimo e poi si vola via, giù il sipario e cascate d’applausi. Come siete brava! Però finora non avrete fatto altro che annuire, come se volesse avvicinarsi al mio domandare, come se vi assillassero le stesse questioni. Ma avete delle risposte al mio domandare? Perché io domando, ne ho un bisogno insonne. La stessa lettera che vi mando so che probabilmente tornerà all’ufficio postale, e vi ritornerà incessantemente. Forse sono io che continuo a sbagliare cassetta o magari sono solo i postini ad essere inaffidabili. Eppure so che sul più bello tu – ormai siamo confidenti, no? – risponderai, forse addirittura di persona, al mio domandare; forse proprio nel momento in cui non ne avrò più bisogno, non trovi?

 

Giovanni Paladini