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Quartieri che cambiano. Il Carmine di Brescia tra identità e riqualificazione. Parte 1.

Il seguente testo è un estratto della tesi di laurea in Sociologia delle Migrazioni, Università degli Studi di Bologna, anno accademico 2014-2015, di Lucia Dell’Aversana.

Il quartiere Carmine, situato nel cuore di Brescia, è senza dubbio uno dei casi più complessi di quartiere d’immigrazione in Lombardia. Un quartiere che ha mutato la propria composizione sociale, cambiando pelle, forma, colori: quartiere industriale alla sua nascita tra il XII e il XIII secolo, luogo di traffici e di commerci, di produzione artigianale e industriale, da sempre quartiere malfamato legato ad alcune attività illecite, storico quartiere della prostituzione, e poi in anni più recenti luogo privilegiato di accoglienza di popolazioni immigrate dal sud del mondo alla ricerca di un approdo a partire dal quale ricominciare una nuova vita. Quello che succede al Carmine non è mai un inedito: più che un quartiere residenziale, il Carmine è sempre stato un quartiere di facile entrata e facile uscita, un quartiere ’porto’. È stato un quartiere che ha ospitato biografie molto marginali e complesse, ma ha sempre avuto una convivenza estremamente felice tra povertà e solidarietà. Pur essendo un quartiere di composizione complessa, è sempre stato molto ospitale. L’ospitalità è una sua vocazione: dapprima erano le prostitute; poi il fenomeno dei transessuali; l’ immigrazione del sud; l’ immigrazione dal terzo mondo. L’ inedito non è poi così un inedito, ma il rifarsi di una vocazione propria del quartiere.
Abitare nel quartiere Carmine di Brescia significa vivere in una zona della città di cui tutti, almeno una volta, hanno sentito parlare; una zona che desta interesse e fascino ma che per tanto tempo, e talvolta ancora oggi, impaurisce e spaventa. Crescere al Carmine significa leggere lo stupore negli occhi delle persone a cui ti presenti nel momento in cui gli dici che vivi proprio lì, che vai a scuola lì, che cammini per le vie da sola con il benestare dei tuoi genitori, che alla festa della scuola, alle elementari, hai cantato e ballato una canzone ghanese e una albanese e che nella tua classe, alle medie, su venti ragazzini ce ne erano sei Italiani. Nascere negli anni Novanta al Carmine significa vedere ogni giorno sotto casa la polizia che perquisisce gli spacciatori, o vedere una persona che si sta bucando proprio accanto a quella macchina parcheggiata. Essere un’adolescente al Carmine significa leggere sui giornali che bisogna avere paura ad attraversare le vie che tu conosci a memoria, ma significa anche avere dei genitori che ti spiegano che il pericolo non sta nell’incontro, che il Carmine è sempre stato ’movimentato’ ma che questa è proprio la sua qualità. Abitare nel quartiere Carmine di Brescia significa vivere nella diversità, nella molteplicità di luoghi, edifici, attività e persone. Una diversità che offre numerose occasioni di incontro quotidiano che talvolta può diventare scontro. Una diversità che si incontra a scuola, nei negozi e nelle strade che, da sempre, vengono vissute ed attraversate in modo massiccio dagli abitanti e, per ragioni che sono cambiate nel corso del tempo, da persone residenti altrove. Questo scritto nasce da un’esperienza personale, il Carmine è il quartiere in cui sono nata, vissuta e vivo; è il quartiere in cui mio padre è arrivato nel 1952 dalla provincia di Caserta con la sua famiglia, e in cui mia madre si è trasferita nel 1961 da un’altra zona di Brescia quando i miei nonni hanno potuto acquistare e ristrutturare qui una casa ed aprire un negozio di alimentari e caffetteria. Il Carmine è dove io e le mie sorelle siamo cresciute, frequentando tutti i servizi e le ’istituzioni’ locali, dalla scuola elementare Calini, alla scuola media Mompiani, al centro di aggregazione giovanile Carmen Street, la scuola di musica Giovanni Ligasacchi e anche l’oratorio; è il quartiere in cui abbiamo imparato a vivere lo spazio pubblico, a non avere paura del diverso e ad essere curiose. Negli anni ho potuto vedere in prima persona quanto sia cambiata questa zona della città, ho potuto vivere le mutazioni ed adattarmi ad esse senza quasi accorgermene, mi bastava affacciarmi alla finestra per osservare uno degli incroci più significativi del quartiere, quello tra via Capriolo e via Battaglie. Quando invece mi sono trasferita lontano da Brescia, per l’università, ogni volta che facevo ritorno a casa, affacciandomi nuovamente da quella finestra scoprivo realtà diverse. Negli ultimi cinque anni era faticoso per me stare al passo con tutte le novità, ogni mese scoprivo nuovi bar aperti ed uscendo nel week end vedevo per la prima volta le strade del mio quartiere debordanti di persone, sentivo di giovani di qualche anno più grandi di me che sceglievano questo quartiere come meta dei propri trasferimenti, come luogo della propria casa. Osservavo tali fenomeni capendo che questi necessitavano di una lettura più attenta. Da queste banali osservazioni nasce l’idea dell’elaborato, la volontà di conoscere sotto altri occhi il proprio quartiere e di cercare di dare un nome e delle cause ai cambiamenti ancora in corso. Per fare questo mi sono chiesta inizialmente quale fosse esattamente il Carmine poiché quando si vive una realtà quotidianamente spesso non si sente il bisogno di definirla. Cos ho raccolto la letteratura sull’argomento e ho iniziato a conoscere la storia di questo quartiere che pagina dopo pagina diventava sempre più ’mio’. Questo quartiere è storicamente caratterizzato da una forte identità che permette di definirlo precisamente, circoscrivendolo ad una manciata di vie del centro storico, e di affermare la validità e l’attualità del concetto di quartiere, nella sua dimensione sociologica, che nelle società contemporanee spesso si perde. Il quartiere, nonostante sia mutato nel tempo, si pu infatti dire che abbia mantenuto, almeno fino al primo decennio degli anni Duemila, la sua identità di quartiere popolare, accogliente, multietnico, tollerante, composito, plurimo e interclassista. L’identità, infatti, ha a che fare col tempo, ma è anche e soprattutto qualcosa che si sottrae al tempo; muta eppure nel suo mutare c’è qualcosa che permane al di là del fluire delle vicende (Remotti F., Contro l’identità, Laterza, Roma-Bari, 1996, pag. 4). L’identità del quartiere si è sicuramente costruita attraverso la storia e le persone che lo hanno abitato, ma è anche frutto della percezione di quanti guardano il Carmine dall’esterno. La visione dell’identità del quartiere è stata effettivamente influenzata, e tuttora lo rimane, dalla percezione sostanzialmente negativa, fondata sul pregiudizio, di molti abitanti della città e della provincia. La stigmatizzazione è il prodotto di un’errata generalizzazione che porta ad estendere a tutti gli appartenenti di un gruppo le caratteristiche riscontrate solamente in alcuni di essi; si tratta di un processo assai radicato nella mente delle persone tanto che in alcuni casi nemmeno l’esperienza diretta riesce a cambiare l’idea che ci si è fatti di un determinato fenomeno. Così per lungo tempo i Carmelitani sono stati tutti alcolisti, poi tutti puttane, tutti terroni, tutti drogati, tutti extracomunitari, tutti delinquenti ed emarginati. Se si conosceva una persona ’normale’ che abitava in queste vie, sicuramente si trattava di un’eccezione e ci si chiedeva come fosse possibile per questa abitare in un simile degrado. Lotman, in una delle sue numerose riflessioni sullo spazio urbano, fornisce qualche indicazione in questo senso: La città come complesso meccanismo semiotico, generatore di cultura, pu svolgere questa funzione soltanto perché si presenta come un contenitore di testi e codici, che si sono formati in modo diverso, sono eterogenei, appartengono a livelli diversi e fanno uso di diversi linguaggi (Lotman J.M., ’Il simbolismo di Pietroburgo e i problemi di semiotica della città’, in La semiosfera, Marsilio, Venezia, 1985 pag. 232). La città, e quindi i quartieri, definisce perciò la propria identità attraverso la compresenza di testi di diversa natura e, come ricorda più avanti lo stesso Lotman, attraverso la loro stratificazione diacronica: Le costruzioni architettoniche, i riti e le cerimonie cittadine, il piano stesso della città, i nomi delle strade e migliaia di altri relitti di epoche passate agiscono come programmi codificati, che rigenerano di continuo i testi del passato storico (Lotman J.M., ’Il simbolismo di Pietroburgo e i problemi di semiotica della città’, in La semiosfera, Marsilio, Venezia, 1985 pag. 234) . Lo spazio urbano, dunque, porta su di sè le molteplici tracce del suo passato, con cui dobbiamo fare i conti, se vogliamo cogliere l’ identità, chiaramente in divenire, di un luogo.
Per queste principali ragioni, nell’ottica della sociologia urbana e più specificatamente dei Neighborhood Studies di matrice ecologica, pensiamo sia interessante approcciarsi allo studio di questo quartiere che offre numerose occasioni di riflessione ed analisi. La prima parte dell’elaborato consiste in una precisa definizione del quadro teorico all’interno del quale si è sviluppato il lavoro di analisi del quartiere Carmine di Brescia. I riferimenti alla Scuola ecologica di Chicago sono numerosi ed espliciti, così come l’ispirazione ai Neighborhood Studies di Robert Sampson. Dopo una breve analisi del concetto di comunità, che procede oltre la tradizionale dicotomia oppositiva con il concetto di società, ci si è soffermati dunque sulla definizione del concetto di quartiere reso indipendente ed autonomo soprattutto grazie agli studi di Robert Sampson. Le fondamenta di questo elaborato, infatti, sono costituite dall’intenzione di sostenere la possibilità e validità di parlare di quartiere oggi, anche in una società che trova i suoi tratti caratteristici nella globalizzazione, nei flussi, nell’individualismo e nel prevalere della dimensione privata; nelle relazioni mediate dalle tecnologie e nel calo della partecipazione alla vita collettiva, dell’uso dello spazio pubblico, dell’interesse ai beni comuni e delle relazioni primarie di vicinato. Ha quindi ancora senso il quartiere oggi, in particolare se si parla del quartiere Carmine di Brescia. Le motivazioni di questa affermazione si possono trovare nella storia del quartiere e nelle testimonianze raccolte che raccontano come venga oggi percepito il Carmine, di quale porzione di territorio si tratti; cosa lo differenzi dalle altre zone della città; quali stili di vita e fenomeni sociali lo caratterizzino e, infine, quali forme di convivenza siano presenti oggi in questo luogo. Dopo un’attenta definizione teorica del lavoro, infatti, muovendosi tra le linee guida della Scuola di Chicago con la consapevolezza della necessità di un approccio contestualista e storicamente informato, abbiamo ricostruito, nella seconda parte dell’elaborato, la storia del quartiere. Nella seconda parte dell’elaborato sono raccolti, dunque, i più significativi cenni storici del quartiere, dalla sua nascita in epoca altomedievale fino ai giorni nostri. Senza entrare nello specifico della storia di questa realtà cittadina, che sarà illustrata nel secondo capitolo, ci basta qui evidenziare i tratti salienti che hanno costituito l’eredità identitaria del quartiere. Nato nel medioevo come quartiere dedicato al commercio e all’artigianato, verso la fine del Settecento, a causa delle basse condizioni igienico sanitarie dovute ai corsi d’acqua presenti sul territorio, i Carmelitani artigiani e commerciati iniziarono ad abbandonare il quartiere, verso zone più ampie e salubri, lasciando spazi vuoti che vennero abitati da persone provenienti da zone della provincia e della regione più povere e che approdavano a Brescia per la prima volta in cerca di un futuro migliore. Dalla prima metà dell’Ottocento, quindi, per via di questa sostanziale modifica della popolazione residente, il Carmine conobbe un progressivo aumento del degrado acquisendo la fama di quartiere povero e malfamato in quanto meta di immigrazione, casa degli strati più popolari e fragili e luogo di attività criminali ed illecite. A causa di ciò, per tutto il XIX secolo, in particolare durante il periodo fascista, il Carmine rischiò di essere interamente demolito; tutti i piani regolatori dell’epoca infatti designavano l’abbattimento del quartiere come unica possibile soluzione alla situazione di crescente disagio presente. Negli anni Cinquanta e Sessanta il Carmine vide una nuova ondata migratoria proveniente dal Sud Italia, erano militari che affollavano le numerose caserme presenti o famiglie povere che trovavano lavoro nella produttiva realtà industriale bresciana, ma anche persone stigmatizzate dall’opinione comune che contribuirono ad alimentare la fama negativa del quartiere. Scampato alla demolizione, durante gli anni Sessanta e Settanta il quartiere venne investito da una nuova mentalità, un nuovo modo di porsi i problemi e di cercarvi soluzioni. In questi anni fioriscono numerose ed efficaci esperienze di associazionismo, di privato sociale, le parrocchie si aprono, nascono i Consigli di quartiere e i comitati. Le scuole del territorio creano programmi e si dotano di strumenti inusuali per incontrare le esigenze della popolazione residente e dei bambini del Carmine, nascono esperienze come il Centro musicale Ligasacchi che raccoglieva i bambini dalla strada per insegnargli a suonare uno strumento. A partire dagli anni Ottanta del Novecento, il Carmine venne interessato da iniziative di riqualificazione edilizia che andarono a sanare situazioni di povertà e degrado estremo in quanto al Carmine vi erano ancora case che non venivano ristrutturate da secoli e ancora sprovviste di servizi igienici, acqua calda e sistemi di riscaldamento. Queste iniziative diedero il via ad un nuovo cambiamento della popolazione residente. A causa delle ristrutturazioni, infatti, gli abitanti più poveri che vivevano nelle case più fatiscenti del quartiere, vennero trasferiti in zone di nuova costruzione come Chiesanuova e San Polo. Il quartiere era vuoto ed abbandonato, sovrastato dalla povertà, dalla prostituzione e dallo spaccio. Negli anni Novanta, questi vuoti vennero riempiti, ancora una volta, da un’immigrazione massiccia, questa volta proveniente dai paesi non europei. Le persone, prevalentemente giovani uomini soli, in arrivo in Italia approdavano al Carmine poiché vi era una disponibilità di alloggi ad un apparente costo favorevole. In realtà, dietro questi canoni bassi e convenienti, si celava una feroce speculazione da parte di proprietari di immobili fatiscenti non affittabili agli Italiani e che in questi anni venivano affittati in nero a persone che versavano in situazioni di estrema precarietà e povertà, creando situazioni di sovraffollamento, sfruttamento e illegalità e facendo apparire il Carmine sulle prime pagine della cronaca locale allarmata per la situazione sicurezza che in quegli anni si trovava anche al centro del dibattito nazionale. Nonostante un primo intervento di riqualificazione urbana, infatti, i problemi strutturali e sociali rimanevano gravissimi. La metamorfosi repentina del quartiere, unita al proliferare sempre più diffuso di situazioni di sovraffollamento e sfruttamento abitativo hanno suscitato l’ intervento dellAmministrazione Comunale attraverso una serie di azioni locali integrate, riunite sotto la comune denominazione del Progetto Carmine, volte a ristabilire condizioni di sicurezza, di legalità e di decoro urbano. Così, nel 2001, il Comune decise di avviare un nuovo intervento di riqualificazione inizialmente ideato in due fasi: la prima volta a completare il risanamento degli edifici iniziato negli anni Ottanta e la seconda, mai attuata, finalizzata alla risoluzione dei problemi sociali presenti in quartiere. Il Progetto Carmine è stato un intervento per certi versi inedito, nella forma e nelle modalità di implementazione delle azioni locali pubbliche, soprattutto per il fatto di doversi misurare con le difficoltà connesse al sistema della proprietà privata degli immobili e con le responsabilità collettive della loro manutenzione. Un intervento in parte includibile nella famiglia di interventi di riqualificazione edilizia e di promozione sociale promossi dalle politiche europee che hanno riportato l’attenzione sulle politiche locali e sulla necessità di un approccio integrato che abbracci una dimensione fisica, sociale e di promozione economica. Analizzare la letteratura prodotta sul quartiere e studiarne la storia è stato molto affascinante poiché ha permesso di comprendere il modo in cui si è evoluta l’identità del Carmine, quali processi hanno attraversato il quartiere nel corso dei secoli, con una particolare attenzione alla loro ciclicità, e come questi siano stati raccontati dalle differenti voci prese in considerazione, siano quelle degli intervistati, quelle dei quotidiani o le dichiarazioni ufficiali delle istituzioni locali.
La presente ricerca si è posta l’obiettivo di analizzare le trasformazioni dello spazio urbano che ha visto il succedersi delle popolazioni che vi abitano e vi lavorano, delle politiche e delle rappresentazioni mediatiche e ha sottoposto gli abitanti a continui cambiamenti di paesaggio, di identità territoriale, di abitabilità e di vicinato, generando nuove visibilità, prossimità e possibilità tra ’autoctoni’ e ’stranieri’, giovani ed anziani, uomini e donne, liberi professionisti ed artigiani. Questi meccanismi hanno attivato innovazioni e scambi ma anche paure e resistenze al cambiamento, con una debole tematizzazione dell’immigrazione e una mancata presa in carico dellaccompagnamento sociale dei processi di cambiamento strutturale del territorio da parte delle istituzioni locali. Osservare oggi il quartiere Carmine e seguirne levoluzione recente significa, più in generale, accogliere una idea di città, e quindi anche delle parti che la compongono, come un luogo nel quale prevalgono eterogeneità e confusione, disordine e dissonanze. A Brescia, così come in tutte le città interessate da forti fenomeni migratori, infatti, la comparsa di nuovi gruppi sociali ha destabilizzato equilibri consolidati e nello stesso tempo ha consentito di sperimentare nuove modalità di convivenza, e di comporre, peraltro sempre provvisoriamente, equilibri nuovi. La volontà è quella di capire se sia ancora viva l’identità del Carmine come quartiere ’porto’ dalla vocazione alla solidarietà e all’accoglienza o se, invece, l’idea del quartiere colorato e multietnico sia solo rimasta nella memoria selettiva dei vecchi residenti e venga oggi propinata ai residenti nuovi sotto forma di copertina patinata di un catalogo privo di contenuto. Per capire questo, pensiamo sia necessario sviscerare il Progetto Carmine nei suoi intenti e nei suoi risultati, per capire se si sia trattato di un vero e proprio processo di gentrification e se quindi, con il concretizzarsi dei suoi effetti, quali il fenomeno movida e l’innalzamento degli affitti, stiamo assistendo all’ennesimo mutamento di popolazione che, questa volta, potrebbe veramente determinare un cambio di identità del Carmine, poiché rischia di eliminare interamente la diversità del quartiere.

Lucia Dell’Aversana