2. via san faustino

Quartieri che cambiano. Il Carmine di Brescia tra identità e riqualificazione. Parte 2.

Il seguente testo è un estratto della tesi di laurea in Sociologia delle Migrazioni, Università degli Studi di Bologna, anno accademico 2014-2015, di Lucia Dell’Aversana.

Storia del Carmine
Il quartiere Carmine, situato nel cuore di Brescia, è senza dubbio uno dei casi più complessi di quartiere d’immigrazione in Lombardia dopo i casi milanesi. Un quartiere che ha mutato la propria composizione sociale, cambiando pelle, forma, colori: quartiere di artigianato alla sua nascita tra il XII e il XIII secolo; luogo di traffici e di commerci; da sempre quartiere malfamato legato ad alcune attività illecite, storico quartiere della prostituzione, dell’alcolismo e successivamente dello spaccio; luogo privilegiato di accoglienza di popolazioni immigrate dalle valli vicine, dal Veneto, dal Sud Italia quindi dal Sud del mondo alla ricerca di un approdo dal quale ricominciare una nuova vita.

Dal medioevo al Settecento, un quartiere di artigiani e commercianti
Sorto in epoca altomedioevale, a nord-ovest delle mura romane costruite nel I secolo d.C., lungo i corsi dei canali che attraversavano la città ed ora interrati, rappresenta il quartiere più caratteristico del centro in quanto al suo interno sono, da sempre, compresenti realtà sociali assai differenti: da un lato la nobiltà e la borghesia locale con le loro belle dimore residenziali in gran parte ancora ben conservate e dall’altro un popolo di bottegai, artigiani, operai dimoranti nelle caratteristiche case popolari a schiera situate per lo più lungo le assi viarie principali del quartiere. Verso l’anno mille, infatti, in tutta Europa, si andarono man mano costituendo i borghi, quei primi nuclei di una città che tendeva ad espandersi e a travalicare oltre le mura romane. Questo processo interessò anche Brescia; i ceti tradizionali, nobili, feudatari, ecclesiastici, per lo più proprietari terrieri, ed i loro servitori continuarono ad occupare la parte vecchia della città, dentro il perimetro delle mura romane; i nuovi ceti si attestarono fuori, in aree semiperiferiche nelle quali potevano meglio esplicare le loro nuove attività. La zona più fervida per le attività artigiane e commerciali fu quella occidentale, nelle quadre di San Faustino e San Giovanni. Tale area era situata sulle direttrici per Milano, per la valle Camonica e la valle Trompia, importanti vie commerciali. Inoltre la funzionalità del quartiere era basata anche su un altro requisito: i fiumi attorno ai quali si sviluppava. Numerose, allepoca, erano le botteghe e gli esercizi commerciali che trovarono lungo i corsi d’acqua le risorse necessarie alle attività praticate. Molti erano i mulini, le macine ed i magli che sfruttavano per il loro funzionamento l’energia idraulica derivata dai canali ed impiegavano l’acqua nella lavorazione di alcuni materiali, in particolar modo le pelli. Il Quartiere Carmine tra il XII ed il XVIII secolo era uno dei luoghi più vitali dal punto di vista commerciale, al punto che, a partire dal Duecento, le vie furono designate con il nome delle attività artigianali che le caratterizzavano. L’importanza di questo quartiere determinò, nel corso dei secoli successivi, ampliamenti delle mura della città che andarono progressivamente ad inglobarlo. Abbiamo già detto che l’abbondanza di acqua favorì molte attività economiche; queste, a loro volta, influenzarono il modo di costruire le case le quali, poiché lo spazio era limitato, si elevarono in altezza. La tipologia edilizia era costituita prevalentemente da case a schiera, senza la corte interna, funzionali alle attività artigianali e commerciali. Al piano terra vi erano le botteghe, il laboratorio ed il magazzino, ai piani superiori la residenza e una sorta di terrazzi coperti dove lasciar asciugare le pelli. Le case aveano un’architettura rozza e strana, ma corrispondente alle esigenze dell’arte dei conciatori. Ogni casa era di quattro o cinque piani, e ogni piano avea un poggiolo in legno occupante tutta la facciata,e sopra il tetto ergevasi una baltresca (lantana); tutte queste sporgenze erano ai conciatori necessarie perché in mancanza di terreno libero stendevano su quei pergoli le pelli onde asciugarle (FŁ D’Ostiani L.F., Storia tradizione e arte nelle vie di Brescia, Figli di Maria Immacolata, Brescia, 1927, pag. 399). Era una soluzione edilizia intelligente ed efficace in una situazione di sovraffollamento nella quale era ben difficile trovare spazi aerati a quote più basse. La composizione sociale del quartiere all’epoca si diversificava in due zone: nella prima, accanto alla chiesa di san Giovanni, prevalevano edifici artigianali e resistevano abitazioni con strutture romaniche; nella seconda, a ridosso delle nuove mura, prevalevano le case del XIV secolo, le dimore signorili e numerosi conventi. Nei secoli XVII e XVIII, in questa seconda zona, le famiglie quali i Caprioli, i Fenaroli, i Brusati, i Martinengo, i Calini, i Porcellaga, i Gambara, i Soncini e i Lana eressero le loro abitazioni. Quasi a fare da cerniera tra queste due zone, quella più artigianale e popolare e quella più ricca con strade ampie, era proprio la chiesa di San Giovanni. L’elenco delle famiglie nobili appena riportato sta a dimostrare la composizione sociale assai varia del quartiere: accanto agli artigiani e ai mercanti erano numerosi gli ecclesiastici e i nobili. Alle dipendenze degli uni e degli altri vi erano operai, garzoni e servitori in gran numero; inoltre non mancavano liberi professionisti come farmacisti e notai.

Il Settecento e l’Ottocento, un quartiere degradato
Gli artigiani e i commercianti, all’epoca, erano riuniti in corporazioni per la difesa dei propri diritti ed interessi, ma, durante il Settecento, e soprattutto in seguito alla rivoluzione francese, i privilegi delle corporazioni persero progressivamente di importanza. Questo, insieme ad altri fattori quali il trasferimento di molti artigiani in zone che offrivano più spazio per le attività e le botteghe, iniziò a provocare la crisi dell’artigianato nel Carmine. Nella seconda metà del Settecento le difficoltà economiche si aggravarono. L’assetto sociale del Carmine, che si sarebbe potuto definire soddisfacente per qualche secolo, peggior profondamente. Un aspetto assai carente divenne quello igienico-sanitario: con il passare degli anni i fiumi che avevano generato il quartiere e avevano costituito la fortuna economica, divennero delle discariche a cielo aperto, forieri di infezioni e malattie, trasformandosi in una delle principali cause di degrado. La caduta della Repubblica di Venezia, nel 1797, il periodo napoleonico e la restaurazione, con il passaggio di Brescia sotto l’impero asburgico, portarono notevoli cambiamenti nella provincia e in città. Il lento e progressivo peggioramento socio-economico avvenuto negli ultimi decenni del Settecento si inquadrava nella stagnazione generale della Serenissima. Il declino fu accentuato, per il Carmine, da situazioni tutte particolari: le condizioni igieniche assai scadenti e la mancanza di spazio per le imprese artigiane. I corsi d’acqua che scorrevano a cielo aperto e accoglievano tutti gli scarti delle concerie e delle altre lavorazioni erano il principale disagio, dunque la Pubblica Amministrazione iniziò la copertura dei canali, che tolse ai mulini e alle fucine la forza motrice, ai conciatori ed altri artigiani l’acqua indispensabile per le loro attività. A causa di ciò le manifatture legate indissolubilmente ai fiumi si dislocarono altrove lasciando vuoto il quartiere che scivolava verso il disagio economico e sociale ed iniziava, nei primi decenni dell’Ottocento, il circolo vizioso del degrado. Gli edifici fatiscenti lasciati liberi dagli artigiani vennero occupati da persone di ceto medio-basso sfruttate dai proprietari degli immobili che non pensavano certo di investire nella ristrutturazione ma si limitavano a lucrare sugli affitti, protetti dall’alibi che molti problemi, quali la mancanza di fognature, i vicoli troppo stretti, l’enorme densità edilizia e i tratti ancora scoperti dei canali, fossero di competenza del Comune. Permaneva comunque una certa pluralità di classe: non poche famiglie nobili rimasero nei loro palazzi aristocratici e parecchi borghesi benestanti continuarono a vivere in quartiere. Con il diffondersi della mentalità positivistica nacque la convinzione dell’incompatibilità tra gli insediamenti produttivi e quelli residenziali, così come si riteneva che le strade strette e tortuose fossero retaggio dei secoli bui del medioevo. La nuova concezione della società e della città esigeva quindi di allontanare dalla zona urbana le attività industriali, ampliare le vie e renderle più lineari e adatte al nuovo traffico. La situazione peggior con l’avvento dell’industrializzazione, al declino dell’artigianato sconfitto dalle macchine, si aggiunse la forte domanda di abitazioni in affitto da parte dei nuovi proletari e sotto-proletari inurbati. Nel 1837 il medico provinciale Willelmo Melis descrisse la situazione igienico-sanitaria in questo modo: Molte contrade soggette alla parrocchia di san Giovanni, gran parte di quelle di San Faustino sono i punti in cui la pulizia sia pubblica che privata è maggiormente trascurata. E siccome in questi luoghi trovasi acquartierata la classe infima del popolo, e le abitazioni sono agglomerate in mal ordinate serie e formate a molti scomparti sovrastanti l’uno all’altro, dei quali ognuno per l’ordinario serve al ricetto d’un’intera famiglia costretta a trascinare una stentata esistenza fra lo squallore ed i cenci, e mancano più sovente di spazio per dar sfogo alle immonnezze, torna vana ogni cura per parte dell’autorità politica, onde rimuovere i fomiti d’insalubrità che vi cagiona la miseria (Onger S., Malato e vergognoso il quartiere nell’Ottocento: la realtà e l’immaginario urbano, in AB Atlante Bresciano 19, Grafo, Brescia, 1989, pag. 24). Nella seconda metà dell’Ottocento il Carmine divenne certamente il quartiere più degradato e malfamato della città. Nacque lo stereotipo del quartiere malato e vergognoso, dove per le stimate signore della buona borghesia era sconveniente transitare. Il quartiere venne etichettato come sporco, malsano, povero e immorale; acquistò nell’opinione pubblica un’immagine negativa, rafforzata dalla descrizione che ne facevano i benpensanti e che i cronisti e giornalisti dell’epoca amplificavano, ignorando la presenza di singoli cittadini e associazioni che cercavano di arginare la deriva e di alleviare le situazioni più problematiche. Nel 1859 il medico condotto Antonio Chiodi, che doveva prestare la sua opera in un’area che partendo dall’angolo della torre Pallata comprendeva buona parte del Carmine, si esprimeva così: Questo circondario esteso in superficie, viene costituito da 9 contrade e da 31 vicoli tutti popolatissimi di povera gente, accumulata in case che si innalzano al 4 e 5 piano ed a cui il medico deve prestare l’opera sua gratuita. A simili case vi mettono accesso scale oscure, ineguali, sudice e spesso pericolose per cui diventa più difficile salirvi. Ancora, nel 1884, il medico Tullio Bonizzardi scriveva: Nel quartiere a nord-ovest della città, v’ha una miriade di case poste fra vicoli angustissimi, ove l’aria e la luce difficilmente hanno accesso [...]. Non sono poche le abitazioni, o diremo meglio, le catapecchie abitate dai poveri, nella quali la sporcizia, la luridezza e la fetidità, sono così soverchianti che la penna si rifiuta a descriverle. Il medico Arnaldo Maraglio nel 1885 affermava: Vie strette e case altissime, stipate d’abitanti, come Rossovera, abitata da 877 persone, e vicolo Borgondio da 533, con igiene trasandatissima, con varie case stigmatizzate vere cloache, con umidità, sporcizie, infiltrazioni, cessi oscuri, fetidi, in cucina e nelle camere da letto, con fossi scoperti, con anditi luridi [...] raccolte quivi da professioni infime, straccivendoli, coltivatori (sic!) di conigli ecc. che non portano in un quartiere nè igiene nè pulizia. (Onger S. Malato e vergognoso il quartiere nell’Ottocento: la realtà e l’immaginario urbano, AB Atlante Bresciano 19, Grafo, Brescia, 1989, pag. 24). Il Carmine, nella convinzione generale dei bresciani, ma anche dei milanesi, bergamaschi e cremonesi, era una squallida porzione di città deputata a concentrare il degrado edilizio, le malattie, la povertà e l’immoralità. I carmelitani divennero degli stigmatizzati; nell’immaginario collettivo, come il Carmine era il quartiere malfamato e povero, i carmelitani erano ’altro’ con il quale si cercava di non avere nulla a che fare. Una notista degli anni Trenta descrisse così la situazione di fine Ottocento: Vicino alla Loggia prendendo verso nord attraverso vicoli strettissimi, tra case miserabili si sbucava nel famigerato quartiere di Rossovere. Il Garza scendeva scoperto da Porta Pile, un ponte stretto disimpegnava il transito in senso mattina-sera e nell’attuale spazio che il popolo chiama piazza Rovetta era allora un groviglio di catapecchie e di vicoli sordidi. Nei pressi dell’attuale via Capriolo vi era un dedalo di vicolacci brevi, bui, lerci, contorti, ove appena si poteva passare a piedi [...]. Un tanfo esalava, specialmente d’estate dalla sporcizia delle straduncole sconnesse e dalle persone che vi bivaccavano. (Robecchi F., Floride botteghe artigiane sui corsi d’acqua e con la copertura dei canali inizia la decadenza, in Assessorato ai beni e alle attività culturali (a cura di), Il quartiere Carmine. XI seminario sulla didattica dei beni culturali II, Brescia, 1989, pag. 20). Il marchio negativo di stile ottocentesco persistette molto a lungo, almeno fino agli anni Sessanta del Novecento. Tutto il Carmine divenne sinonimo di bordello, le prostitute, anziché rimanere nascoste in casa come nel resto della città, si mostravano per strada in attesa dei clienti (usanza ancora in vigore anche se residuale). Scaricare tutto il negativo su questo quartiere era un modo per salvare il resto della città. Sergio Onger, docente di Storia economica all’Università degli studi di Brescia che si è interessato del Carmine, infatti, osserva che la strategia delle pubbliche autorità, nel secolo XIX, era di concentrare la prostituzione in un solo quartiere in modo da poter eliminare le case di piacere esistenti nelle zone prestigiose della città. A prova di ciò basti pensare che anche le licenze di apertura di osterie, nel Carmine, erano rilasciate con grande facilità, provocando così un altro problema, quello dell’alcolismo. In questi anni, inoltre, inizia la lunga storia del Carmine come quartiere di immigrazione, quartiere ’porto’. Nell’Ottocento, infatti, il Carmine accolse le prime masse di contadini in arrivo in città, richiamati dai rumori dell’industria e alla ricerca di abitazioni a prezzi contenuti difficilmente rintracciabili in altre zone; molti edifici a schiera vennero sopraelevati per rispondere ad una domanda di alloggio sempre maggiore. Così, nel 1887, tra le pagine di un quotidiano bresciano, veniva descritto il fenomeno: Attratti dalla tenuità delle pigioni, ivi si annidano i più poveri tra i nostri artieri, i contadini di recente immigrati entro le mura e i proprietari d’ogni colore e provenienza. [...] Accanto a questa turba povera ma onesta si agita, braveggia e all’uopo si cela, il malfattore, il barattiere, l’abbonato al carcere, la meretrice vagante della specie più abbietta, il limo inferiore della popolazione formandovi una compagine sociale da cui i più della classe agiata evitano studiosamente la vista ed il contatto. ( Robecchi F.,
Floride botteghe artigiane sui corsi d’acqua e con la copertura dei canali inizia la decadenza, in Assessorato ai beni e alle attività culturali (a cura di), Il quartiere Carmine. XI seminario sulla didattica dei beni culturali II, Brescia, 1989, pag. 17). Questa duplice caratteristica, di luogo di primo approdo, di residenza temporanea di stranieri e di luogo a vocazione commerciale, spesso legata anche a traffici illeciti, contribuì ad alimentare l’immaginario collettivo intorno al Carmine un problema da risolvere. Tanto che già alla metà dell’Ottocento il quartiere cominciò a destare preoccupazione e l’amministrazione pubblica iniziò ad orientarsi verso un intervento di demolizione. Sono gli anni nei quali la cultura urbanistica è ancora fortemente legata a quella della cultura igienista e sanitaria di matrice ingegneristica che vede negli sventramenti e nelle bonifiche del tessuto edilizio la strada per migliorare anche le condizioni di salute collettiva e di degrado sociale. Il modo illuminista di concepire la città imponeva, infatti, che le strade fossero larghe e rettilinee, con gli incroci ad angolo retto in modo da favorire la viabilità e la ventilazione degli edifici. La demolizione e la ricostruzione ex novo di edifici nuovi rendeva più facile l’ammodernamento della rete fognaria e di quella della distribuzione dell’acqua potabile.

Lucia Dell’Aversana

Parte 1.