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Quartieri che cambiano. Il Carmine di Brescia tra identità e riqualificazione. Parte 3.

Il seguente testo è un estratto della tesi di laurea in Sociologia delle Migrazioni, Università degli Studi di Bologna, anno accademico 2014-2015, di Lucia Dell’Aversana.

Storia del Carmine

Dalla fine dell’Ottocento agli anni Cinquanta del Novecento: un quartiere da demolire
Con l’avvento del nuovo Regno d’Italia, molte città redassero dei piani regolatori per il risanamento dei loro centri storici secondo i principi positivisti. Le demolizioni andavano per la maggiore e riguardavano soprattutto le aree più fittamente popolate. I primi sventramenti all’interno del centro storico di Brescia si ebbero col piano di risanamento del 1892. Nel cuore del quartiere Carmine vennero abbattuti interi isolati che fiancheggiavano San Faustino. Tutto sommato gli edifici demoliti alla fine dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento erano una piccola parte dell’intero quartiere del Carmine, che invece corse il rischio di essere totalmente eliminato dal piano regolatore del 1929. Il piano prevedeva amplissimi sventramenti in tutta la città vecchia e praticamente la demolizione di tutto il Carmine, ad eccezione delle chiese, dei conventi e di altri edifici più significativi. Nei decenni precedenti il periodo fascista, le demolizioni nel centro storico, anche se teorizzate come necessarie, furono di fatto limitate. Il fascismo riportò con forza l’attenzione sul centro storico per farne il centro direzionale della città. Dal 1929 al 1932 venne eseguita la demolizione di uno dei quartieri più antichi della città, quello delle Pescherie. Vennero sfrattati 3000 abitanti, alcuni dei quali furono malamente sistemati nell’Oltremella dove rimasero per oltre trent’anni in abitazioni precarie. L’idea alla base delle demolizioni fu quella di realizzare il nuovo centro cittadino, il nuovo ’foro’ dell’era fascista. La disposizione degli edifici, la loro imponenza e le loro funzioni avrebbero dovuto essere l’espressione del potere che aveva inaugurato una nuova era per l’Italia. Le demolizioni furono ampie e, in particolare, previste per far posto a grandi strade rettilinee che avrebbero dovuto convergere su piazza della Vittoria che, nelle intenzioni delle autorità di allora, sarebbe dovuta diventare la parte più viva e animata del centro cittadino. I bresciani, però, continuarono, e continuano tuttora, a frequentare per lo più corso Zanardelli, piazza Duomo e piazza Loggia a dimostrazione che tale intervento fu del tutto fuori luogo e per nulla necessario. Si pensi che oggi, per far fronte al vuoto e alla desolazione della piazza fascista attraversata solamente per il suo grande parcheggio sotterraneo, l’Amministrazione comunale ha disposto lo spostamento del mercato del sabato, tradizionalmente situato in piazza della Loggia, assicurando la vitalità di piazza Vittoria almeno un giorno a settimana. La sorte toccata al quartiere delle Pescherie avrebbe dovuto essere riservata anche al Carmine che invece non venne demolito, poiché l’impatto dell’eliminazione del quartiere delle Pescherie fu così violento, traumatico e dai risultati economici negativi che tolse ogni velleità di rinnovamento. Il piano regolatore del 1941 tornò ad occuparsi del Carmine, prevedendo ancora massicce demolizioni che però vennero sospese all’inizio della guerra. Alla fine degli anni Cinquanta questo programma venne ripreso con lintenzione di portare a termine quegli sfoltimenti edilizi rimasti sulla carta. Tuttavia anche questo piano rimase irrealizzato grazie all’opposizione da parte del Ministero per i forti richiami al periodo fascista. Finalmente, con il piano regolatore del 1961, del quale fu incaricato Mario Morini, si cambiò ottica. Egli infatti, seppur convinto che fosse necessario un intervento risolutivo sul Carmine, credeva che questo fosse sì uno dei quartieri più difficili del centro storico, ma anche uno dei più interessanti.
Dagli anni Sessanta agli anni Novanta, un quartiere svuotato e da risanare
Con il piano regolatore del 1961 l’idea di risanare le aree degradate del centro storico attraverso sventramenti e demolizioni venne sostanzialmente abbandonata. Il Carmine dunque rimase in piedi, ma restarono anche i fortissimi problemi di vivibilità del quartiere che nel frattempo aveva cambiato la sua composizione sociale. La fine degli anni Sessanta fu contraddistinta da una radicale trasformazione sociale del quartiere, dovuta all’arrivo di famiglie immigrate dal Sud Italia, che nel quartiere trovano un luogo di appoggio. Nei decenni successivi la situazione del Carmine rimase inalterata; con il sedimento della fama di quartiere della prostituzione e del malaffare, gradualmente avvenne un progressivo svuotamento del centro storico, sia per una terziarizzazione di alcuni settori riqualificati, sia per l’abbandono e il degrado dei settori più poveri, con un indebolimento delle relazioni sociali, dei commerci, della diversificazione sociale, delle attività produttive e dei fattori attrattivi. Il centro storico di Brescia vide continuamente diminuire i suoi abitanti dagli anni Sessanta del Novecento in poi: nel 1951 nel centro storico abitava il 34% della popolazione dell’intero comune, nel 1981 solo il 9%, una soglia al di sotto della quale avrebbe perso di significato come area residenziale. Negli anni Sessanta e Settanta l’esodo fu molto sensibile e chi poteva lasciava il quartiere per andare in alloggi più dignitosi e vicini al luogo di lavoro. Molti abitanti del Carmine, operai ed impiegati in particolare, non lavoravano più nel quartiere; gli artigiani non erano scomparsi ma molti avevano mantenuto in quartiere solo la bottega e trasferito l’abitazione perché quella sopra la bottega era ormai troppo deperita, altri, diventati anziani, chiudevano la loro attività e difficilmente un nuovo artigiano vi subentrava. Le case più malandate anziché essere migliorate, venivano lasciate decadere. Il centro storico rischiava di essere vivo soltanto di giorno quando si svolgevano le attività commerciali e terziarie in genere. La preoccupazione degli amministratori pubblici era quella di vedere come il centro storico potesse conservare i suoi valori di arte e cultura ma nel contempo essere attivo nella realtà economica e sociale moderna. Tutti gli urbanisti e gli esperti in problemi di natura sociale concordavano nel rifiutare il risanamento per mezzo di interventi demolitori, ma divergevano sulle modalità da adottare. Negli anni Settanta, quindi, non si discuteva più se risanare le parti degradate dei centri storici, ma sul come farlo. Una ricerca svolta nel 1975 da un gruppo di studenti del Centro Formazione Operatori Sociali di Brescia descriveva così la situazione del Carmine di quegli anni: Nonostante da anni si stia parlando di risanamento del Carmine, non legato a speculazioni edilizie, ma dando la possibilità agli abitanti di restare al Carmine in condizioni migliori e di bassi affitti, riteniamo che non ci sia la volontà politica di farlo, perché nell’attuale logica capitalistica, che mira alla speculazione economica, e al mantenimento di alti fitti sul mercato, è indispensabile la creazione di quartieri popolari periferici e la conservazione di quartieri ghetto come il Carmine. Per cui questa zona che assorbe persone in condizioni economiche disagiate, che non avrebbero certo la possibilità di vivere in un ambiente con alti fitti e vita cara, viene ad essere funzionale alle zone di sviluppo. [...] Noi siamo convinti che il territorio non esiste in quanto tale, neutro e separato dalla struttura di potere, ma che è questa ad organizzarlo. La radice del problema riguardante il ghetto è di natura economico-sociale, e non può essere colta se non ricomponendo l’interezza del processo produttivo e la conseguente valutazione economica del territorio urbano, le scelte politico-amministrative collegate con l’urbanizzazione. (Bonera E., Prati L., Gruppo Carmine Giovani, Elaborato finale corso per assistenti sociali, Brescia, 1975, pag. 19). In un importante convegno tenutosi a Brescia il 9 aprile 1972, l’allora sindaco Bruno Boni espose così il suo modo di vedere la questione: Brescia è una città [...] che ha un problema da risolvere, quello del Carmine,[...]. ¨ un quartiere certamente interessante, dove vi sono dei monumenti da rispettare, ma nel quale vi è anche una condizione sociale che non può a lungo essere trascinata. Non si può dire che per conservare l’ambiente si deve mantenere tutto, che si devono soltanto spingere i proprietari a fare una bonifica o una ricostruzione conservativa; tutte queste formule magiche finiscono poi per fallire [...]. Può essere seducente dire: non si tocca niente, perché [...] abbiamo un patrimonio che è un documento prezioso [...]. Io sono sempre stato perplesso di fronte alla proposta di conservare. ¨ una soluzione troppo elementare, troppo semplice. La vita è fatta certamente di grandi idee ma è fatta anche di esigenze di carattere pratico che [...] interessano fattori igienici, morali, sociali evidentissimi. (Boni B., Un centro storico nel contesto attuale: Brescia, Atti della giornata di studio dell’I.S.A.L, Brescia, 9 aprile 1972, pag. 230). L’Amministrazione Comunale decise di iniziare con il collocarvi diversi uffici pubblici, per aumentare l’attraversamento del quartiere da parte dei non residenti, e con l’acquisto di numerosi appartamenti situati nel quartiere per risanarli. Nel frattempo i vecchi abitanti vennero trasferiti nel nuovo complesso di edilizia popolare di San Polo, zona che dalla sua edificazione in poi intreccerà il proprio destino con il quartiere Carmine. Verso San Polo, infatti, in questo periodo confluirono le famiglie immigrate dal sud Italia allontanate dal Carmine in seguito agli interventi di sgombero o di emergenza sociale. La realizzazione di San Polo ha perciò come progressivo effetto l’abbandono del Carmine da parte delle famiglie con il conseguente invecchiamento della sua popolazione residente.

Gli anni Novanta, un quartiere di immigrazione, insicurezza e criminalità 
Proprio quando il Carmine pareva un contenitore svuotato, arrivato al minimo storico di popolazione residente e di massimo degrado delle sue strutture fisiche, cominciò ad essere interessato dall’arrivo di popolazioni immigrate dal resto del mondo. In quegli anni il Carmine rappresentò la possibilità per un gran numero di stranieri di reperire un’abitazione a basso costo; questo determinò un sovraffollamento considerevole di moltissime case di proprietà privata che portò ad un ulteriore degrado edilizio e sociale, con edifici occupati anche illegalmente e in condizioni igieniche fatiscenti. Come successe per le case, gli immigrati riempirono anche i vuoti creati dalla chiusura delle attività artigianali e commerciali tradizionali che lasciarono il posto ad attività a gestione straniera. Furono questi gli anni dell’emergenza sicurezza, dello spaccio, della prostituzione che si intrecciò con il traffico, lo sfruttamento e la clandestinità delle donne di nuova immigrazione, della paura e della stigmatizzazione. Il quartiere Carmine occupò le prime pagine dei quotidiani ed ormai divenne noto a livello nazionale per l’elevato numero di immigrati residenti. Tra il 1993 e il 2004 la popolazione di origine immigrata residente all’interno del quartiere passa da 553 unità ad un totale di 2290 unità (circa il 36% della popolazione residente). Ad una immigrazione tipica del primo arrivo, a forte predominanza maschile e giovanile, si affiancò una sempre più sensibile presenza femminile, di gruppi familiari e di minori. Il quartiere mutò i propri tratti. Ci si trovò di fronte all’emergere di un complesso processo di territorializzazione, dove ad una sistemazione alloggiativa nel patrimonio abitativo più degradato e ad affitti spesso elevati, sopportabili a prezzo di un certo sovraffollamento, si affiancò un forte sviluppo di esercizi commerciali e pubblici gestiti da immigrati. Il raggiungimento di presenze di immigrati in quote percentuali anche significative, la forte visibilità di attività di tipo imprenditoriale, fece sì che il quartiere venne sempre più percepito come quartiere multietnico. Le nazionalità presenti erano, e sono tuttora, oltre sessanta e i gruppi nazionali più numerosi quelli provenienti da Egitto, Pakistan, India, Bangladesh, Ghana, Marocco, Cina e Senegal. Seguono poi Albania, Sri Lanka, Tunisia, Filippine, Nigeria, Romania e Algeria. L’arrivo di nuovi abitanti in un quartiere segna sempre momenti di crisi tra vecchi e nuovi abitanti, crisi che possono assumere connotati differenti, esprimersi attraverso, per utilizzare le categorie di Hirshman, la ’voice’ nelle sue molteplici forme protesta, confronto, dialogo, o, talvolta, attraverso l’exit’, decisione di andarsene, rinuncia ad ogni forma di confronto, atteggiamento di chiusura. Laddove linsediamento di gruppi immigrati avviene in quartieri gravati da incertezza e degrado, aumenta la possibilità che tale processo sia percepito dai vecchi residenti come elemento di ulteriore ’disordine nel disordine’; vengono alimentati meccanismi di resistenza al cambiamento e suscitate forme di nostalgia, altre volte si rafforzano sentimenti di paura e sospetto. L’arrivo di nuove popolazioni che si insediano in un quartiere, se anche avviene in tempi lunghi, non è privo di conseguenza sulle modalità della convivenza. Ci troviamo di fronte alla crisi delle vecchie identità e alla definizione di nuove forme di comunità e di legame sociale, alla trasformazione morfologica e sociale del quartiere e allo sviluppo di nuove attività informali, precarie e flessibili. Dal 2001 al 2006 le attività commerciali e di servizio gestite da immigrati aumentarono dalle 20 alle circa 110 unità con un incremento maggiore al 100% annuo. Il fenomeno del ’riempimento del vuoto’ stimola una riflessione sul ruolo positivo, in termini di vivibilità e vitalità del quartiere che ebbero le oltre 100 attività commerciali aperte da stranieri. Se quelle cento e oltre vetrine fossero rimaste spente con le serrande abbassate, i problemi di sicurezza del quartiere sarebbero stati ben altri. L’immagine stessa del quartiere non sarebbe quella di un quartiere ’porto’ ma abbandonato. In qualche modo si può affermare dunque che proprio grazie alle attività commerciali straniere il quartiere non abbia del tutto perso la sua aura popolare e la sua originaria vitalità.

Lucia Dell’Aversana

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