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Quartieri che cambiano. Il Carmine di Brescia tra identità e riqualificazione. Parte 4.

Il seguente testo è un estratto della tesi di laurea in Sociologia delle Migrazioni, Università degli Studi di Bologna, anno accademico 2014-2015, di Lucia Dell’Aversana.

Storia del Carmine

Gli anni Duemila, un quartiere da riqualificare
All’inizio degli anni Duemila l’Amministrazione Comunale tornò ad occuparsi del quartiere Carmine. Il tema della sicurezza dei quartieri occupò il dibattito politico a livello nazionale ed anche le amministrazioni locali cominciarono a fare i conti con una pressione crescente da parte dell’opinione pubblica di interventi che ristabilirono condizioni di legalità e di sicurezza per i cittadini. Il piano di recupero denominato ’Progetto Carmine’ nacque in continuità con l’intervento realizzato dal Comune negli anni Ottanta, nel quale l’Amministrazione acquisì e restaurò molti edifici di privati, destinandoli all’edilizia popolare. Il ’Progetto Carmine’, che fu approvato nel 2001 e successivamente ampliato nel 2005 e nel 2007, prevedette il recupero degli edifici, la riqualificazione delle strade, la sistemazione e l’inserimento di nuovi servizi. Nel 2000 venne eseguito un primo censimento degli immobili da inserire nel piano che consentì l’individuazione di due livelli di degrado. A guidare la classificazione, non solo il degrado fisico e strutturale degli edifici, ma anche la loro strategicità nel contesto complessivo della riqualificazione del quartiere. Gli immobili di ’degrado 1’, per i quali il piano stabilì l’obbligatorietà della ristrutturazione edilizia, pena l’esproprio, erano quelli in condizioni peggiori e che avrebbero potuto fare da catalizzatore per altre ristrutturazioni. Gli edifici di ’degrado 2’ erano quelli per cui si chiedevano interventi di risanamento conservativo. A tutti i proprietari furono offerte misure incentivanti, cercando di produrre un effetto imitativo, inoltre, la contestuale riqualificazione dello spazio pubblico produsse un clima generale di fiducia nel piano e per gli edifici di ’degrado 1’ la risposta portò all’intervento sul 90% degli immobili. Sugli edifici di ’degrado 2’ l’effetto di traino fu meno significativo, ma il piano ebbe comunque un buon livello di successo. Meno rilevante fu, nell’immediato, la risposta ai bandi per la diversificazione commerciale. Le attività aperte grazie alle agevolazioni offerte dal ’Progetto Carmine’ furono poche e di durata breve. Visto il nuovo tipo di abitanti attratti dal recupero (single, coppie senza figli e professionisti con reddito medio-alto), si cercò allora di convertire alcuni spazi commerciali rimasti vuoti a garage poiché l’assenza di posti macchina era uno dei limiti che impedivano un processo più intenso di gentrification. Il Piano di Recupero previde inoltre alcune nuove destinazioni pubbliche nel quartiere, l’obiettivo fu duplice: da un lato, dotare il quartiere di servizi indispensabili per la vita delle famiglie e dei residenti del quartiere, dall’altro inserire servizi per favorire la presenza di popolazioni diverse, l’incontro e l’integrazione tra popolazioni e attività, come il Servizio Informagiovani, la biblioteca universitaria e gli alloggi per studenti e docenti a seguito della politica di localizzazione dell’università nel quartiere. La realizzazione di questi servizi di interesse generale per la città mirava a rendere il quartiere più appetibile e ad accrescerne la frequentazione. Il progetto, alla sua nascita, fu pensato in due fasi: una di recupero urbano, finalizzata a sanare il degrado edilizio e urbanistico, e l’altra centrata sulle questioni sociali. La prima fase fu attivata a partire dal 2000, mentre le basi per la seconda furono messe soltanto nel 2007, allo scadere del mandato del sindaco di centro sinistra Paolo Corsini, attraverso la ricerca sul Carmine sociale commissionata dallAmministrazione all’Università Cattolica di Brescia. Questa seconda parte non fu di fatto mai attuata; la causa di ciò venne imputata dall’ex sindaco Corsini ad una discontinuità politico amministrativa poiché alle elezioni del 2008 vinse la giunta di centro destra guidata da Adriano Paroli che abbandonò completamente il progetto arrivando a chiudere, ad esempio, la ludoteca di quartiere. L’azione amministrativa partiva dal presupposto che la ristrutturazione degli stabili mediante piano di recupero fosse la precondizione necessaria a ristabilire condizioni di sicurezza, legalità e ordine. Questo risultato non si può dire che non sia stato ottenuto: oggi l’immagine del Carmine, nella percezione comune, è radicalmente mutata, molti fenomeni di microcriminalità sono stati mitigati o comunque sono certamente meno visibili e sfrontati d’un tempo. Tuttavia, mancò, fin dalle prime fasi, la tematizzazione di due questioni di assoluta rilevanza: in primo luogo, un piano sociale robusto in grado di riflettere per tempo e poi gestire l’emergenza abitativa che conseguentemente all’intervento sugli stabili si sarebbe generata, anticipando le ricadute su altri contesti urbani degli sgomberi, con particolare attenzione ad una fascia di popolazione, quella di recente immigrazione, particolarmente esposta al ricatto e alla precarietà alloggiativa. In secondo luogo, l’aumento dei prezzi conseguente alla ristrutturazione degli immobili. Il progetto peccò dunque di un forte sbilanciamento sulla dimensione fisica e urbanistica, volto a incidere soprattutto sulla percezione del degrado fisico, che ha lasciato in ombra alcune situazioni problematiche. La parte sociale del Progetto Carmine, rimasta inattuata, sarebbe dovuta essere centrata su due fronti: il sostegno all’imprenditoria locale, compresi i negozi etnici e il sostegno alle associazioni esistenti che gestiscono la coesistenza tra popolazioni. Il Carmine non è ,infatti, un luogo privo di risorse. Ci sono servizi sociali pubblici per gli anziani, per la prevenzione del disagio, per la tutela dei minori e per gli adulti in difficoltà. Tra le scuole della zona, il secondo istituto comprensivo (scuola elementare Calini, scuola elementare Manzoni, scuola media Mompiani e scuola ospedaliera) ha attivato da anni il tempo pieno, rispondendo ad un impegno sociale, interculturale e di integrazione sociale. Più articolato il tessuto delle parrocchie e del privato sociale: San Giovanni con l’oratorio, il centro di aggregazione giovanile, l’asilo nido e la scuola di italiano per gli stranieri; San Faustino con l’oratorio, il centro di aggregazione giovanile e il centro sportivo; la Caritas; il centro di aggregazione giovanile Carmen Street con progetti per i bambini più piccoli, le attività ludiche per adolescenti, gli incontri di alfabetizzazione per le donne straniere; il Centro Odorici di assistenza e animazione per gli anziani. Il Carmine è stato il luogo in cui molte realtà associative in anni certo non facili e con molte difficoltà, hanno operato per far vivere il quartiere: per citare solo alcune delle tante realtà che operavano e ancora operano sul territorio annoveriamo il centro diurno per senza fissa dimora ’L’angolo’, i gruppi di ascolto e di auto-aiuto per tossicodipendenti e i servizi socio-sanitari della cooperativa ’La rete’. La sede di Radio Onda d’Urto e il suo circolino, che organizzava iniziative culturali, musicali e sociali già alla fine degli anni Ottanta, la scuola di musica dedicata a Giovanni Ligasacchi e quella presso la banda cittadina ’Isidoro Capitanio’. Ancora, il gruppo ’De noalter’ o i genitori della scuola elementare Calini, i quali organizzano iniziative che coinvolgono la popolazione del Carmine in eventi che hanno un alto valore sociale e aggregativo, o l’Associazione diritti per tutti con lo sportello d’informazione aperto a tutti i migranti, la scuola di italiano e il comitato anti-sfratti. Tutte queste realtà presenti nel quartiere e attive nel sociale non negano i problemi, ma si indignano per la scarsa capacità di valorizzare le risorse presenti e per nulla scontate. Il piano comportò dunque il recupero degli edifici degradati, il miglioramento dello spazio pubblico, l’introduzione di una serie di servizi generali per la città, l’arrivo di una stazione di polizia, il rafforzamento della presenza universitaria e degli alloggi per gli studenti, l’attrazione di classi medio-alte e users, innescando un processo di gentrification senza attenzione ai risvolti sociali. Il tutto nell’ottica del ’quartiere misto’, con una scarsa attenzione alle conseguenze sociali dei processi di gentrification e alle eventuali misure di compensazione, un tema sul quale il Progetto Carmine non sembra aver dato un particolare contributo. L’intervento forte sul sistema della proprietà privata è andato a colpire coloro che nel quartiere, a vario titolo e spesso in situazioni informali e prive di contratto, avevano trovato rifugio, nella gran parte stranieri e anziani. Il Progetto Carmine di fatto allontanò le persone più fragili e più deboli, mantenendo invece gli immigrati dotati di regolare permesso di soggiorno e contratto d’affitto stabilizzatisi con le famiglie e magari in possesso di attività commerciali, mantenendo così la natura multietnica del quartiere. Anche le associazioni e i servizi sociali presenti sul quartiere riconoscono i vantaggi del risanamento edilizio, ma sottolineano la scarsa attenzione ad anticipare i problemi prevedibili che ha determinato. Un esempio di esito ’perverso’ del ’Progetto Carmine’ fu quello costituito dalla doppia possibilità di guadagno per alcuni proprietari degli immobili del centro storico che possedevano anche degli appartamenti in Via Milano. Gli immobili del Carmine, dopo essere stati ristrutturati a costi agevolati, vennero affittati o venduti a prezzi elevati e le situazioni di sfruttamento degli immigrati vennero spostate in Via Milano. In mancanza di un piano di accompagnamento sociale integrato con il ’Progetto Carmine’, l’emergenza abitativa fu quindi interamente delegata ai servizi sociali che trasferirono gli anziani e gli immigrati altrove, in particolare in via Milano, nella zona della stazione e, ancora una volta, a San Polo.

Dal 2008 ad oggi: un quartiere rinato
Come abbiamo accennato precedentemente, un fattore fondamentale per la riqualificazione, nell’ottica del ’Progetto Carmine’, fu rappresentato dal sostegno e potenziamento delle attività economiche, fossero esse negozi, laboratori artigianali, uffici o servizi, ampliando la varietà dell’offerta ma anche migliorando e diversificando la frequentazione del quartiere durante la giornata per un maggiore controllo del territorio e la rivitalizzazione del quartiere. Il piano era quello di promuovere la presenza di attività qualificanti, che potessero dare nuovo slancio ed una diversa immagine del quartiere; costruire nuovi equilibri fra attività tradizionali, servizi e locali per le nuove popolazioni giovani e le attività gestite dagli immigrati, per le quali era necessaria una riqualificazione nella direzione di una maggiore diversificazione dell’offerta. Per tale ragione l’Amministrazione ritenne prioritario, tra i suoi obiettivi, incentivare le attività mediante contributi alla ristrutturazione delle strutture e altre forme di sostegno di tipo sostanzialmente fiscale per la promozione dell’ingresso di nuove attività in grado di attirare nel quartiere nuovi e positivi flussi di persone. Tra gli incentivi previsti vi furono l’offerta di finanziamenti a fondo perduto per la ristrutturazione e la gestione diretta dell’Amministrazione di alcuni locali di proprietà da assegnare tramite bandi pubblici con un canone di locazione particolarmente basso e la riduzione del 50% dal pagamento del canone per l’occupazione del suolo pubblico per tavolini e/o opere di arredo per bar, ristoranti e negozi, per un periodo di quattro anni a partire dal 2006. Questi bandi, per la loro struttura, esclusero sostanzialmente gli imprenditori immigrati dalle assegnazioni a causa della difficolt ad avere i requisiti richiesti, o di comprensione delle norme e delle procedure che vennero scritte solo in italiano e molto spesso procedettero utilizzando reti informali, amicali e parentali. Nonostante un iniziale insuccesso di questa parte del progetto dedicata al rilancio delle attività commerciali al Carmine, si può certamente dire che, nel giro di qualche anno, queste politiche abbiano dato i loro frutti. Dal 2008, infatti, vediamo fiorire numerose iniziative di commercianti ed imprenditori, generalmente giovani e italiani, che puntano e scommettono sul quartiere, aprendo locali di tendenza, come i negozi di modernariato con cucina, spazi culturali, laboratori artistici o più semplicemente locali e negozi per studenti universitari. Tanto che, proprio nel 2008, il fenomeno ’movida’ irruppe prepotentemente nel dibattito locale. Tale fenomeno, tra le sue contraddizioni e problematiche, ebbe il merito di far tornare al centro del dibattito cittadino il Carmine, da sempre riconosciuto come una zona strategica della città e da allora investito dall’ambizione di farlo diventare una cittadella universitaria a pieno titolo, una zona frizzante dall’atmosfera multiculturale. Il Carmine dal 2008 divenne dunque, oltre che un quartiere multietnico in riqualificazione e transizione, una zona legata al divertimento. La ’movida’ in realtà investì, almeno inizialmente, solo un piccolo quadrilatero di vie ben precise e non l’intero quartiere, ma questo sembrò bastare per far scordare ai giovani rampolli bresciani, affezionati ai locali chic di piazzale Arnaldo, l’immagine negativa che da secoli accompagnava il Carmine. Per anni considerato spina nel fianco di una Brescia fatta di salotti buoni, oggetto di tentativi di riqualificazione globale e progetti mirati alla sicurezza, al decoro, all’integrazione e all’educazione, il Carmine viene da allora, soprattutto nelle sere del fine settimana, attraversato da centinaia di persone. Molti dei giovani che lo attraversano lo fanno per la prima volta poiché vittime della narrazione securitaria e stereotipante degli anni precedenti, conoscendo quello che, nell’immaginario collettivo della ’Brescia bene’, era il quartiere più malfamato della città; scoprendo la bellezza dei suoi angoli pittoreschi, le attività artigianali ed i negozi etnici che mai prima avrebbero voluto vedere ma che ora fanno tanto tendenza. Istantanea, esterno sera, venerdì. Una strada affollata di città, poco più di un vicolo e poco meno di un corso. Se fosse Brescia scommetteresti che è piazza Arnaldo, fulcro tradizionale della movida cittadina. E infatti è proprio Brescia, solo qualche chilometro più in là. «Mamma esco, stasera vado al Carmine». Occhi sgranati e sequela di raccomandazioni, come quando da piccoli si andava al mercato e la stretta si faceva più salda verso il fondo di via San Faustino. «Guarda che giù di là è pericoloso». Macchè. Lo dicevano del Greenwich Village le signore di New York; mentre le nannies di Londra coi passeggini, ancora, girano al largo da Brick Lane. Senza azzardare paragoni, sono luoghi fatti della stessa sostanza: quartieri di immigrati e artisti, di porte screpolate e murales, di concerti live e gallerie, vecchi palazzi riadattati a loft – fra il kebabbaro e il china market – e affittati da giovani con tele e chitarre. Sta succedendo anche qui, nel famigerato quadrilatero mutevole che insiste fra corso Mameli, via San Faustino, via Porta Pile e via delle Grazie. (Rossi I., Carmine: se la movida trasforma un quartiere, giornale di Brescia, 16 marzo 2012). Non mancarono, ovviamente, le lamentele di alcuni residenti per schiamazzi e assembramenti che fecero scoppiare il caso mediatico fino al punto di spingere l’Amministrazione Comunale a proporre un coprifuoco per i locali alle 24, bloccato da una raccolta firme che vinse il ricorso al TAR.

Il Carmine oggi
Che cosa è, allora, oggi il Carmine? Un quartiere di primo appoggio per immigrati in difficoltà? Un luogo di servizio anche per persone residenti in altre zone della città o della provincia? Una cittadella universitaria? Un quartiere di radicamento per famiglie immigrate stabilizzate? Il possibile salotto buono di Brescia? Sono ancora possibili tutte le interpretazioni? Riprendendo l’idea del sindaco Corsini all’origine del ’Progetto Carmine’, in cui era chiara la volontà di dare una nuova immagine a Brescia e al Carmine guardando ad altre realtà europee ed extraeuropee, e nella quale era possibile delineare quattro scenari su cui puntare (una cittadella universitaria, ovvero un quartiere di studenti, alloggi temporanei, servizi e locali serali; un quartiere ’latino’ nel senso di misto, orientato al tempo libero e alla vita notturna, dove l’etnico diventa esotico; un quartiere del centro, gentrificato, tranquillo e protetto, abitato da studenti e da nuovi ceti emergenti; un quartiere multietnico, alla ricerca di equilibri, popolare, accogliente e ancora inquieto) ci sentiamo di dire che oggi il Carmine è un quartiere certamente multietnico ma anche una cittadella universitaria; in un certo senso un quartiere misto, orientato al tempo libero e alla vita notturna e infine, senza dubbio, un quartiere del centro gentrificato, abitato da studenti e da nuovi ceti emergenti, anche se non ancora del tutto tranquillo. Oggi abitare al Carmine inizia a diventare uno status simbol; tre sono le tendenze che si possono evidenziare. Sono diminuite le situazioni gravi di sovraffollamento e di sfruttamento entro gli alloggi, molte famiglie immigrate sono andate ad abitare in altre zone ed è ripreso negli ultimi anni il trasferimento di famiglie italiane all’interno del quartiere. Questo ritorno di abitanti italiani è spiegabile, oltre che come risultato del cambio di immagine del Carmine, con la presenza dell’università, la centralità e vicinanza ad ogni tipo di servizio e la disponibilità di alloggi dai prezzi ancora praticabili. Oggi, entro un equilibrio incerto, convivono nel centro storico almeno quattro differenti popolazioni: la popolazione autoctona che diviene di anno in anno sempre più esigua, invecchia in maniera costante e si caratterizza per la presenza di persone sole e anziane; una componente di origine immigrata, ormai stabilizzata, con una rilevante presenza femminile e una realtà consistente di giovani famiglie con bambini; una terza e significativa presenza è costituita dagli studenti che frequentano le facoltà universitarie collocate nel quartiere, una quarta popolazione costituita da nuovi abitanti (in larga parte appartenenti ai mondi professionali della città), la gentry attratta, a seguito della riqualificazione, dalla disponibilità di residenze di pregio. Analizzando più attentamente la situazione odierna è possibile individuare allora il profilarsi di nuovi e possibili conflitti di interesse tra popolazioni molto diverse: le famiglie di immigrati, una componente anziana ancora rilevante, gli studenti fuori sede in crescita numerica e i nuovi giovani abitanti con idee sul quartiere diverse, aspettative e bisogni talvolta divergenti. Oggi, in maniera paradossale e opposta rispetto al passato, le tattiche insediative delle popolazioni immigrate e le strategie di insediamento di funzioni di pregio vanno in cerca degli stessi spazi, entro un equilibrio molto incerto. Negli stessi contesti infatti immigrati, studenti e talvolta anche turisti si muovono nutrendosi di urbanità e ricostruendo continuamente forme nuove di località, attori privati e pubblici attivano politiche che profilano nuove traiettorie di sviluppo, in cui inevitabilmente la contesa per un medesimo spazio vede un confronto spesso impari tra i diversi attori in gioco. Il Carmine oggi è un po’ meno città porto, un po’ meno quartiere popolare e malfamato, ma non ha ancora perso la sua identità, la metamorfosi non è completa, e ci si possono aspettare nuove forme di convivenza difficili, ma forse proprio per questo il Carmine continuerà ancora ad essere un quartiere vivace, dove abitare pu essere per qualcuno piacevole e per altri difficile.

Problemi aperti
Il Carmine, in meno di un decennio, ha cambiato i propri connotati. Le facciate sono ormai quasi tutte ristrutturate, assicurando l’attenzione ai colori ed ai dettagli architettonici; le vie del Carmine si configurano sempre più come prolungamento di quelle più raffinate e turistiche del centro cittadino. I risultati che si sono già potuti analizzare e alcune delle tendenze prevalenti nei percorsi di transizione mostrano quindi, contemporaneamente, tanto l’efficacia dell’azione dei singoli attori, quanto il deficit di una visione di tutti i reali destini in gioco. Se è infatti evidente che il progetto abbia perseguito il miglioramento ambientale del quartiere e il rilancio di un’immagine attraente del centro storico, è mancata la capacità di assumere per intero la complessità sociale, economica, culturale del tessuto civico quale fattore nodale per proporre, a partire dal centro, un possibile modello di sviluppo per una città media a forte incidenza di residenzialità immigrata quale è Brescia. La strategia di riqualificazione adottata per il centro storico nell’incontro con le povertà urbane che là si manifestavano non ha rappresentato di fatto l’occasione per un progetto complessivo sulle politiche abitative della città, quanto piuttosto ha generato dinamiche di diffusione del disagio in altre aree cittadine, su cui oggi si inizia ad intervenire con modalità simili. A tal proposito si segnalano il progetto ’Quartiere come bene comune’ della Fobap Onlus (Fondazione Bresciana Assistenza Psicodisabili) nato nel 2011 nel quartiere di San Polo; il Piano di recupero di via Milano approvato dal Consiglio comunale nel novembre 2010 e l’inizio dei lavori per la riqualificazione della stazione di Brescia e delle zone limitrofe nel novembre 2013. In questo senso, l’intervento sul centro storico bresciano tradisce un’interpretazione minimalista del tema della rigenerazione urbana che rimane poco sensibile e ancor meno innovativa nel fronteggiamento dei bisogni delle sue anime più fragili.

Lucia Dell’Avresana

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