ROBIN WILLIAMS A GAZA

In una calda mattina d'agosto, baciato dal sole della California, Robin Williams si svegliò, affamato di emozioni e assetato di vita. Robin Williams era di ottimo umore, quella mattina. Una strana e gradevole sensazione lo aveva pervaso tutta la notte, conducendo la sua mente verso i lidi più incantevoli del pensiero onirico: aveva sognato di guardare la Terra dallo spazio, aveva sentito dentro di sé un immenso, inesprimibile e incontenibile affetto verso l'intera razza umana, una dolcissima tenerezza nei confronti di tutte le creature del pianeta blu, un amore sconfinato e incondizionato verso tutto ciò che esiste nell'Universo, dai quasar ai satelliti di Giove. Percepiva la vita pulsante scorrergli nelle vene, si sentiva accarezzato da Dio e protetto dalla Natura («Sono forse la stessa cosa?», si domandava nel sogno). Robin Williams si alzò dal letto, ancora sognante, si fece la barba, si guardò allo specchio e si vide ringiovanito, come ai tempi di Goodmorning Vietnam. Fece colazione: frittelle, bacon e una spremuta d'arancia. Si dimenticò di prendere la pasticca di antidepressivo. Accese la televisione per seguire il notiziario del mattino. Bombardamenti su Gaza, ancora. Morti a Gaza, ancora. Distruzione, morte, panico, paura, sangue, carneficina, vite spezzate, disperazione, ancora. Robin Williams sentì che il suo sogno si stava sgretolando, la calma gioia della notte stava lasciando il passo ad una profonda tristezza. Perché tutto quell'odio? Perché la guerra? Perché non possiamo vivere in pace, semplicemente, fianco a fianco, rispettando le differenze degli altri, coltivando l'amicizia, l'arte, il progresso scientifico, abbandonando per sempre guerre e genocidi? Robin Williams si torturò tutta la mattina con domande sulla natura del genere umano. Intorno a mezzogiorno prese una decisione: sarebbe volato a Gaza per fermare la guerra. Sarebbe stato il gesto più grandioso della sua vita. Il messaggio che il sogno della notte precedente gli aveva sussurrato all'orecchio doveva insinuarsi nel cuore di tutti gli uomini e nell'anima del pianeta. Robin Williams voleva la pace, la pace universale. Attraversò il continente nordamericano, l'oceano atlantico e il Mediterraneo a bordo di un aereo di latta, in compagnia di uno scrittore che non fece altro che bere whiskey per tutto il viaggio. Parlarono poco, ma di massimi sistemi. Robin Williams gli illustrò il suo piano per fermare la storica guerra tra israeliani e palestinesi, e di come il giorno glorioso del “cessate le armi” avrebbe dato il via a una serie di eventi che avrebbe portato in pochi anni alla pace nel mondo. Lo scrittore barbuto riconobbe la bontà delle intenzioni di Robin Williams, ma era convinto che l'odio non potesse essere estirpato dall'animo umano, in quanto parte fondamentale del suo essere. Si salutarono con cortesia, promettendosi di rivedersi in California entro pochi mesi («A guerra conclusa», suggerì lo scrittore con malcelata ironia). Robin Williams entrò a Gaza con una giacca di tweed e pantaloni beige, mocassini e papillon. Un vento leggero, caldo, che odorava di sabbia, gli scompigliava i capelli. La città sembrava deserta, addormentata. Si rifugiò dalla calura in un piccolo cortile, all'ombra di un albero secolare. Fu allora che alcuni ragazzi, poco più che bambini, intenti a giocare a pallone nel cortile, lo riconobbero: quell'uomo stanco, stremato e sudato, affannato sotto il sole cocente della Palestina era il grande attore americano Robin Williams. «Guarda, quello è Patch Adams!». «Ma no, è Mork!». «No, è Misses Doubtfire vestito da uomo!». Un bambino sui dodici anni, dai capelli stranamente color cenere, gli gridò con entusiasmo «JUMANJI!». Si formò una piccola folla intorno a lui. Tutti i ragazzini volevano salutarlo, fargli i complimenti per i suoi film, chiedergli un autografo. Una bambina dallo sguardo triste lo abbracciò a lungo, sussurrandogli parole in arabo. Robin Williams si sentì sollevato alla vista di tanti ragazzi sorridenti, d'un tratto smise di sentire caldo, e capì che fermare la guerra era un compito che partiva innanzitutto dalle giovani generazioni, non ancora inquinate dall'odio etnico e religioso, menti ancora plasmabili. Capì che IL MOMENTO ERA ARRIVATO. Si alzò in piedi su un muretto, imitando il professor John Keating de L'attimo fuggente. Nel silenzio stupito dei giovani palestinesi Robin Williams cominciò il suo discorso, il discorso che avrebbe fermato la guerra e portato finalmente la pace nel mondo, dopo millenni di sangue e violenza. Parlò del sogno che aveva fatto. I ragazzini sembravano non capire. Robin Williams se ne accorse, passò alcuni minuti in silenzio, come in meditazione. Vide alcuni volantini con scritte in arabo che giacevano a terra, accarezzati dal vento del deserto. Erano di Hamas. Robin Williams ne afferrò uno, lo lesse (capiva l'arabo, e la cosa gli parve strana eppure naturale), poi riprese a parlare, con il cuore gonfio di commozione e gli occhi lucidi: «Non fatevi rubare la speranza, piccoli amici miei. Prendete quei volantini, quelli che Hamas distibuisce ogni giorno alla popolazione, quelli che con parole di odio e di violenza vogliono plagiare la vostre giovani menti. Ora voglio che li strappiate». I ragazzi, uno dopo l'altro, con entusiasmo, forse inconsapevoli di quello che stavano facendo, cominciarono a strappare i volantini. «Bravi, così! Continuate a strappare ragazzi. Questa è una battaglia, una guerra e le vittime sarebbero i vostri cuori e le vostre anime. Grazie mille, ragazzo dagli occhi verdi. Armate di leader avanzano decidendo cosa è giusto è cosa è sbagliato. No! Non lo permetteremo. Basta con i Putin, basta con i Netanyahu, basta con Hamas, basta con l'Isis. E ora, miei adorati, imparerete di nuovo a pensare con la vostra testa. Imparerete ad assaporare parole e linguaggio. Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Quello sguardo negli occhi di quella ragazzina con la frangetta dice che non possiamo, noi, piccolo gruppetto di persone, all'ombra di un albero secolare in un cortile della Palestina, cambiare il mondo, vero? Può darsi. E tu, ragazzo con la maglietta verde, sei d'accordo con lei e pensi: “Eh sì, dovremmo semplicemente ascoltare i nostri genitori, imparare da chi è più grande, e preoccuparci di coltivare le nostre ambizioni, alla faccia di chi ci vuole male, fregandocene del resto della razza umana. Dovremmo continuare ad odiare chi è diverso da noi”. Ho un segreto da confessarvi, avvicinatevi. Avvicinatevi! Siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. La passione può essere distruttiva, come quella che anima chi bombarda le vostre case e chi manda i vostri coetanei a fare la guerra. Ma c'è una passione anche positiva, l'unica realmente umana: la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. L'odio ci dstrugge, ci ruba l'anima. Citando Walt Whitman, “O me o vita, domande come queste mi perseguitano. Infiniti cortei di infedeli. Città gremite di stolti. Che v'è di nuovo in tutto questo, o me o vita? Risposta. Che tu sei qui, che la vita esiste, e l'identità, che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso. Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso”. Quale sarà il vostro verso, amici miei? La guerra o l'amore?».

I ragazzi rimasero in silenzio, quasi stupefatti. Si udiva soltanto il suono del vento. La ragazzina con la frangetta si avvicinò lentamente e timidamente, con lo sguardo basso. Prese dolcemente la mano di Robin Williams e gli disse: «Quello che hai appena detto è il discorso del professore de L'attimo fuggente ai suoi studenti. Hai cambiato solo alcuni nomi e alcuni concetti per trasmettere un messaggio che noi abbiamo già capito tanto tempo fa. Mi è piaciuto quel film, ma ce n'è un altro che mi è piaciuto molto, Al di là dei sogni. Te lo ricordi?».

«Certo, piccola amica mia, me lo ricordo bene».

«In quel film i tuoi figli morivano, tu morivi, tua moglie si suicidava. Ricordi?»

«Sì, era un film molto allegro, adatto ai piccini». Ridacchiò, con la sua tipica smorfia. La ragazzina rimase impassibile.

«In quel film andasti in Paradiso, incontrasti tuo figlio morto da tempo, che aveva l'aspetto di un nero, e gli chiedesti di tua moglie. Ricordi cosa ti disse tuo figlio?».

«Che mia moglie si era suicidata, e che non potevo rivederla».

«Già, e sai perché?»

Robin Williams fissò la ragazza negli occhi, poi chinò la testa, come per ascoltarla meglio.

«Perché, l'hai detto tu nel film, I SUICIDI VANNO ALL'INFERNO».

Robin Williams cominciò a singhiozzare.

«Guardati intorno: case distrutte, gente straziata dal dolore, polvere, odore di morte, silenzio. Dove pensi di essere? Vuoi portare la pace nel mondo? Da qui non puoi, non da qui».

Robin Williams si voltò verso il lato del cortile che si apriva sulla strada. Vide un uomo sulla trentina in divisa da SS. Si guardarono per alcuni secondi. L'uomo in divisa si avvicinò a Robin Williams e gli sussurrò alcune parole in ebraico. Robin Williams non capì.

 

Luca Perucci