Sittin’ on the dock of the bay

Perché si fa giorno.
                                                                                                                                   Un orizzonte é sempre visibile.
                                                                                                                                   Prendi una rincorsa.
                                                                                                                                                          G. Kunert, Icaro 64

 

Un giorno me ne stavo accovacciato per i fatti miei sui gradini dell'ingresso di un bar popolare nei pressi del porto. Resta uno dei pochi dove tuttora riesci a farti la colazione dei campioni, stravecchio e cornetto, con un euro solo. 
  Era ancora troppo presto per i cocainomani, biliardo e macchinette nel retro liberi. Le due ragazze a servizio se la ridacchiavano sottovoce e il titolare studiava le quotazioni del campionato sloveno su internet. Pareva un fondale marino, tutto ondulava ma senza far troppo rumore. Anche la mia testa oscillava secondo la lieve corrente. Nell'intontimento mi ci trovavo, stavo nel mio.
  Di mattina il porto é una linguetta felice a cinta di una cittá che scoppia, la saletta romantica dove rintanarsi dal trambusto della pista da ballo. I rumori della strada retrostante – che ho sempre pensato smetterá un giorno di sorreggere tutti quei tir – vengono attutiti, quando non smorzati del tutto, dalla discreta onnipotenza delle onde. Perché il mare vuole sempre e comunque una vita al giorno, un Minotauro generoso che ti fa sentire piccolo piccolo e sciolto nel vento delle cose. Una sudditanza benefica che ti rapisce, capace di annientarti nella vita, effimera goccia d'oceano soggetta al ciclo degli stati…  
  In tale bonaccia, la tensione verso l'immobilitá veniva parzialmente vinta dalla sommessa conversazione di alcuni anziani assiepati al fondo del bancone.
  Reduci di un mondo dove le misure si prendevano ad occhio nudo e si riducevano all'unico metro del lavoro, la pensione da marittimo che li sostentava si autodenunciava semplicemente dai loro berretti di lana senza tesa e giubbini imbottiti (in continuitá con una vita di bordo più sollecita ai cambiamenti del cielo e in contrasto con gli usi dei contadini che c'hanno sempre tenuto a presentarsi in societá ingessandosi nel costume e calzando il borsalino) a bardatura di facce arse, solcate da decenni di vento salato e corpi la cui motilitá appariva sprecata per la terra ferma; non c'era bisogno di ulteriori conferme, quella favella sgualcita, smoccolante e un po' troppo allegorica per provenire dalle maestranze, troppo lontana, stracca e bolsa per sopravvivere al tablet gentile, che giunge a noi sulla terra ferma come onde di mare grosso che s'infrangono sui frangiflutti. A guardarli cosí vitali, tutti insieme ad agitare le mani per aria mimando i loro gesti tipici (la ritirata delle reti o cose così) ti colpiva una ventata di nostalgia, stantío aroma mai assaporato eppure chissá come riconoscibile, per una realtá ingiusta ma innegabilmente piú onesta.
  A tener banco qualcosa che li allarmava e indignava insieme, e che forse accadeva con troppa frequenza. Ma io non sono un pescatore, in fondo cosa vuoi m'importasse, oltretutto il pesce per quel che costa lo vedo solo da MasterChef in TV. Mi trovavo, difatti, in quella fase in cui si reputano le proprie sofferenze le piú indicibili e inconsolabili del mondo e si preferisce la solitudine ma solo per un fatto d'educazione verso il prossimo, per evitargli sbornie di lagne o in alternativa muri di gomma silente: quando ci si sente del tutto inermi, incapaci di seguire la scia, bloccati a subire la corrente, c'avete presente?
  M'era scaduto il contratto da una settimana; mestamente tornato a ingrossare le sacche della disoccupazione, non potevo usufruirne dacché non avevo maturato i settantotto giorni. Attaccato ad una flebo vuota, a rischio embolia, non c'era niente di meglio che potessi fare per impiegare il tempo… mi tenevo ben a distanza dagli amici perché mi vergognavo delle mie ristrettezze, e nonostante tutto ero stufo di cercarmi l'ennesimo sgobbo traballante. Dinanzi mi si profilava un meschino rientro a casa, il ritorno nella stanzetta tappezzata di foto della comunione, con lo striminzito letto a una piazza, a richiedere la paghetta dopo dieci anni di tentata indipendenza.
  Non volevo pensarci, mi faceva davvero male tutta quella sbobba di pensieri e a fatica riuscivo a tenermi a galla.
  L'acqua quel giorno era splendida ed io inseguivo i gabbiani. Li vedevo volare senza sforzo alcuno, tagliare l'aria, sparire nel sole. Certi atterravano con leggiadria sulla banchina, riunendosi a guisa dei loro corrispettivi umani, ma con piú bonomia; altri viravano verso il faro, dove la moglie del guardiano stendeva i panni, un cane gironzolava sul molo e due figure col cappello ammiravano un cacciatorpediniere ancorato qui, chissá come, in questo buco di porto. L'aria tiepida di metà mattina smuoveva con dolcezza le palme, e la salsedine e la nafta mi pungevano il naso. Gli animali sanno come arrangiarsi, non si annoiano a non lavorare e non perdono tempo e risorse a idolatrare la guerra. Allora, da dove viene questa ingiustizia di nascere uomo… 
  Avevo proprio la testa tra le nuvole, era un periodo in cui l'erba dei giardini comunali spaccava. 
  Nel bar, intanto, l'equipaggio s'era ingrossato così come il vento e, a mano a mano che aggiungevano carne a cuocere, l'atmosfera s'esacerbava. Uno dei recenti arrivati, di sicuro in età pienamente lavorativa, con le maniche della maglia tirate sul gomito e gli occhi iniettati di fuoco, mostrava tra lo sgomento generale le sue braccia livide e piagate di flattene, da cui la pelle pareva staccarsi per putrefazione. Riuscì anche a me di vedere, pur non volendo: bolle, tante e grosse. Ma, con disimpegno, tornai a mendicare con gli occhi un po' di quiete nel panorama, medicamento per un malessere che quelle deturpazioni avevano solo leggermente acuito, un dippiú francamente inutile: ecco che pensai. 
  Lungo l'orizzonte iniziavano ad addensarsi nubi turchine, quasi nere, e notavo solo adesso degli oscuramenti marroni al largo, in banchi simili a lenzuola zozze ridotte a brandelli – come prima non m'ero accorto che le palme agonizzavano tumorate dal punteruolo rosso. In un niente il senso di quel panorama era cambiato. I gabbiani, notate due imbarcazioni appena rientrate in porto, all'unisono s'erano alzati in volo e, tramutatisi in avvoltoi, planavano in circolo a mezz'aria su di esse, determinati a sbranarsi tra consimili pur di accaparrarsi il boccone migliore dalla pulitura delle reti.
  Non sentivo piú il porto nella precedente tonalitá calda e rilassante. Corrotti gli effetti evapora il sollievo. L'angoscia ebbe modo d'arrembare da piú fronti, coprendomi l'orizzonte delle soluzioni, e ancor piú ineluttabile sentivo il bisogno di estromettermi dalle vicende del mondo. Mi appoggiai con la testa al vetro freddo della porta e mi sentii stanco, terribilmente. Il cuore aumentó i battiti, provai caldo. Con cautela mi misi in piedi e, a forza di biciancole, raggiunsi il bancone per prendere una bustina di zucchero; nel frangente urtai uno dei pescatori, ma non porsi scuse. Fu come aver udito bussare in un orario insolito quando non aspetti nessuno: novantanove su cento é una fregatura. E ci voleva pure che mi contagiassero i lebbrosi… che forse erano giunti alla fase dibattimentale in cui da lupi di mare ci si sfida a chi ha schivato il maggior numero di disgrazie: masturbazioni di gruppo insomma, e in luogo pubblico, quando piú avanti a qualche centinaio di metri, sin dal 1894, i lavoratori del mare hanno una loro sede, mai traslata, a loro esclusivo usufrutto! Dei vecchietti che s'avvelenano la pensione ignorandone l'esclusiva: una tale spettacolarizzazione del decrepimento mi pareva indecente! 
  Controllai gli ultimi spiccioli in tasca e ne avevo per almeno due birre; dopo sarei diventato ufficialmente nullatenente. E stagnai per molti minuti in questa considerazione, immobile, scoglio nudo alle intemperie, schiaffeggiato da tutte parti da un mare implacabile. 

  Non era la prima volta che mi succedeva di produrre titaniche metafore di me stesso, la solitudine ormai la percepivo da tempo.
  M'é riuscito molto difficile ammettere che quel contatto insignificante col marinaio ebbe invece un riverbero destabilizzante, una slavina interiore che mi lasció in totale ignoranza di quale piedistallo salire per osservare le cose e le situazioni: chi ero io e chi erano loro, quale differenza sostanziale oltre le rughe… Mi persi nella nube di parole mezze urlate da quei vecchiacci, idealmente é come se mi tenni basso al pavimento, come si fa nel bel mezzo di un incendio. I precedenti giudizi mi si riproposero in altre forme, con nuove argomentazioni e opposte conclusioni. 
  Ho scoperto insospettabili cunicoli e gallerie nella struttura del mio animo, punti permeabili, crepe e fuoriuscite. Il mondo sono io, non posso estraniarmi da esso se non per via violenta. E nemmeno allora riuscirei a sottrarre le mie cellule dalla saṃsāra. 
  L'azione del giudicare ad un certo punto si tramuta in una ricerca che ha come suo oggetto d'indagine nient'altro che noi stessi. Qualsiasi altro sono io di riflesso.
  Ritorno indietro, all'inizio. Ma ad ogni ritorno non si trova mai la stessa cosa.  
  Questo scorcio costiero del basso Adriatico risulta una variante diurna di un incubo che si sviluppa nella mia testa, una sua propaggine nella veglia. Conciso e diretto, ho scordato da quanto tempo mi perseguita, cosí efficace da destarmi dopo pochi secondi effettivi dal suo inizio, ogni notte: io che guido una utilitaria in mezzo a una fiumana di gente, soprattutto conoscenti, che mi marcia contromano; tento di scansarli ma é impossibile non metterne sotto qualcuno, mi convinco che siano loro stessi a volersi far asfaltare. Ma niente, non si fanno niente: indistruttibili e ridarelli come gli sbullonati, al contrario della mia auto che ben presto si scassa e mi pianta in asso. 

  Non c'é consolazione per chi rimane solo, é questa la veritá, senza comunicazione della sofferenza e solidarietá che se ne potrebbe racimolare, si affoga. Azioni possibili non se ne vedono, finisce che ci si uccide con le proprie stesse mani, giusto per far qualcosa.
  Dividi et impera, dicevano. Da monadi non si é collocabili e ci si trova in una posizione assai più esposta di quella da cui il negro di quella canzone fischiettava la sua vaga melancolia: lui lo sapeva bene da dove veniva. Lo sapeva anche, per esempio, quell'impiegato appassionato di esplosivi. Sono io quello che non conosce il passato che dovrebbe appartenergli, che vive estrapolato dal contesto, alla mercé della retorica, appiattito e smembrato nel presente. Sprovvisto di una storia, ed ho come l'impressione che qualcuno me l'abbia tolta di mano quando ancora non potevo accorgermene, quando ancora declinavo storie altrui, vangeli che non rivelano un bel nulla a chi non sa nemmeno il proprio nome.
  Mentre in me l'aria imputridisce negli alveoli, loro – quei decrepiti ammorbiditi dall'umiditá e corrosi dal sale – riescono a scagliarla via cosí lontano, senza paura, affilata come lama e ancora capace di scandalizzarsi, testimoniando un attaccamento alla vita quasi estinto. I vecchi marinai imparano (spesso a loro spese) e tramandano la lettura delle stelle e del cambiar del vento, io consulto www.meteo.it
  Nasciamo giá saputi.
  É come se, per assurdo, la nostra costituzione fisiologica si stia inquinando con la nuova realtá che il progresso umano ha creato, schiacciando il pre-esistente, e a puttane sia andato a finire quel fine meccanismo filogenetico di neotenia che é stato proprio il motore principale per questa corsa verso lo schianto. Perché la nostra pelle non riconosce piú questo mondo, non é fatta per rispondergli. Quelli come me, incapsulati e cablati, l'incombenza del calcolo e della risposta la delegano alle app e agli avatar. 
  Priviamo la terra di rappresentanza, svuotando e ripulendo le piazze, i muri delle strade. Tutti soli appassionatamente incollati al monitor, dispersi, gambizzati. Qualcosa é davvero venuto a mancare.
  Sará finita l'epoca delle idee, ma l'era dell'atomica continua ancora, deflagrando la storia: é piú di un secolo che scoppia tutto, un ammasso di sfilacci che s'attorcigliano e sciolgono cosí come viene, senza un briciolo di progettualitá, di relazione.
  Non piú peccatori ma larve ignave, alienate nel nostro tempo libero. Oscura nostalgia per una privazione percepita: é del nostro essere esseri umani che ci stiamo disfando. Occorre ritornare semplicemente ad esserlo, riempire i vuoti: chiedere a chi una storia ce l'ha che effetto fa avercela e vedersela strappare via di mano ogni giorno, condividerne l'indignazione; sollevare il tappeto della vergogna, sotto il quale giacciono e lentamente si corrodono migliaia di bombe; apprendere la parola “iprite”, la lezione che il mare chiede sempre il conto al primo che capita e mai a chi ci ha mangiato, ruttato, digerito e cacatoci dentro. 
    Ricostruire, su nuove basi, rinunciando a percorrere l'asfalto in favore dello sterro. Pretenderla la Storia, abbiamo tirato i remi in barca per troppo tempo. 
  Smettere di fischiare, prendersi per mano e gridare. E che tutti possano sentirci! 
  

Roberto Fetta