Sogni di sogni

lo strano caso di Emilio Salgari e Fernando Pessoa.

 

We are such stuff / As dreams made on; and our little life / Is rounded with a sleep

Noi siamo della stoffa / Di cui sono fatti i sogni; e la nostra piccola vita / È circondata di sonno

Somos do mesmo material / Do que se tecem os sonhos; nossa pequena vida / Está rodeada de sonho

(Shakesperare, La Tempesta)

 

“L’isola delle sette città è esistita e fu creata dalla fantasia d’un pazzo?”. È una domanda singolare ad aprire un breve e disperso racconto di Emilio Salgari.

“L’isola delle sette città” si trova nella raccolta “Per terra e per mare”, proposta dall’editore Aragno nel 2004. Narra la leggenda di una città sommersa e di un capitano che, partito alla sua conquista, si trova a vivere un sogno di cui resterà prigioniero. L’idea che la congiunzione coordinata abbia sostituito per errore una disgiuntiva non è improbabile. Poco più avanti, la scoperta dell’America viene anticipata all’inizio del XV secolo, evidentemente per un errore. Che l’autore o l’editore non si siano curati di sanarli, questi errori, ha poca importanza. Tanto più che il lettore finisce per scorgere un significato ulteriore, in quella coordinata: che la fantasia, anche di un pazzo, possa creare un’isola, fino a donarle la condizione dell’esistenza. A domanda, Salgari risponde: “Se si bada ai marinai portoghesi, parrebbe che [l’isola delle sette città] fosse realmente esistita, perché assicurano che quando il mare è limpido, intorno alle isole Canarie si scorgono talvolta, sotto le onde, delle enormi masse biancastre, che hanno la forma di chiese e di palazzi e nel convento di Oporto si mostra l’effige del cavaliere che ne fece la conquista. Comunque sia la leggenda è così interessante che ora ve la voglio narrare”.

Gli elementi sono un vecchio naufrago, ridotto alla pazzia e tradotto alla corte di Enrico il navigatore, un cavaliere pronto a fare l’impresa, una ragazza amata e abbandonata, una maledizione e un nuovo naufragio.

Proprio alla descrizione della tempesta, e al tentativo di don Fernando de Ulmo di domarla, è dedicata buona parte del racconto. Così Salgari interpreta per istinto narrativo la storia tragico-marittima delle scoperte portoghesi 

Un altro tema lo lega invece a Pessoa: il sogno. Una volta naufragato, don Fernando si risveglia sull’isola leggendaria al cospetto del sovrano. Da secoli, costui era in attesa di un emissario del re di Portogallo, a cui cedere l’isola.

L’ingresso di una principessa porta a compimento la maledizione, che porta don Fernando a risvegliarsi una seconda volta, invecchiato, nei panni del naufrago pazzo che aveva generato lo storia. Ora è lui ad essere ripescato e portato a Lisbona, dove alla corte di re Giovanni perpetuerà la leggenda dell’isola delle sette città. È la stessa logica del sognatore prigioniero dei sogni altrui, rappresentata da Fernando Pessoa nel dramma statico “Il marinaio” e risolta da Antonio Tabucchi, in un articolo che conclude la traduzione del testo pessoano (Einaudi, 1988).

L’enigma ha i contorni di un sogno, riferito alle altre due, da una di tre donzelle che vegliano una quarta, morta. Il sogno riguarda un naufrago addormentato, che sogna a sua volta una patria mai avuta.

Un giorno, sull’isola in cui il marinaio è naufragato, approda una nave, ma il marinaio non c’è più: “Forse è ritornato in patria. Ma in quale?”, si chiede una vagliatrice. Tabucchi trova la risposta in una sciarada: “Egli, che è sogno di un sogno – scrive del marinaio, – si libera sovvertendo il sogno, o ripercorrendolo in senso contrario, cioè sognando chi lo sogna”.

Lo stesso artificio (in fondo cos’è una leggenda se non un sogno collettivo?) non riesce al protagonista del racconto di Salgari che, al contrario, termina i suoi giorni scrutando il mare che bagna le Canarie, prigioniero di un sogno divenuto sortilegio : “Fu sepolto nella chiesa di Las Palmas e sulla sua tomba fu scolpito un vecchio che dall’alto della scogliera guarda il mare colle braccia incrociate. E dell’isola delle sette città? Mistero, sempre. Che fosse però realmente esistita verso il finire del XV secolo, nessuno lo pose mai in dubbio. I marinari portoghesi e gl’isolani delle Canarie affermano anche oggidì che in mezzo al mare dei Sargassi, di quando in quando, vedono sorgere dal profondo delle acque dei getti densi di vapore che fanno delle ecatombe di pesci e che poi emergono delle rupi che qualche tempo dopo torneranno a scomparire.

Sono le rive dell’isola delle sette città, che in causa delle commozioni sotterranee vengono spinte verso la superficie? È probabile”.

Il mistero, che sopravvive al naufrago di Salgari, è invece svelato, sebbene in maniera enigmatica, dal marinaio di Pessoa. Attraverso il sogno di una patria inesistente, egli si libera dal sogno che altri sognano di lui, fino a diventare reale: “Perché il marinaio non potrebbe essere l’unica cosa reale in tutto questo, e noi e tutto il resto solo un suo sogno?”, intuisce una vegliatrice. Nella risposta, la specifica di un dubbio risolutore: “Forse si muore perché non si sogna abbastanza”.

NOTA AL TESTO

Isola delle Sette Città è uno dei nomi attribuiti alla leggendaria Antilia, o Isola di San Brandano, dal nome del monaco irlandese avventuratosi nell’Atlantico alla ricerca del Paradiso Terrestre secondo la Navigatio Sancti Brendani Abbatis. Le carte quattrocentesche, come la nautica del Pizzigano del 1424 o quella di Battista Becario nel 1435, la collocano in prossimità delle isole Azzorre. Proprio una di queste, São Miguel, è stata per qualche tempo identificata con l’Isola delle Sette Città, a causa dei sette villaggi, noti appunto come Sete Cidades, che attorniano un lago interno di origine vulcanica. Nei secoli XV e XVI si ricordano almeno cinque spedizioni di navi portoghesi, partite alla ricerca della leggendaria isola. Le ultime furono condotte dai capitani Álvar Núñez Cabeza de Vaca e Francisco Vásquez de Coronado, che si concentrarono al largo della Florida. È probabile che le isole Antille rappresentino il risultato di tanti sforzi.

Carlo Colombo