SONNO

PARTE SECONDA

 

<<La nazione che gli aveva dato i natali scivolava lentamente ma inesorabilmente verso la fascia economica delle nazioni di media povertà; sovente incalzati dalla miseria, gli uomini della sua generazione pativano comunque un'esistenza solitaria e astiosa. I sentimenti d'amore, di tenerezza e di umana fratellanza erano in gran parte scomparsi; nei loro mutui rapporti, i suoi contemporanei davano assai spesso prova di indifferenza e crudeltà.>> 
M. Houellbecq, Le Particelle Elementari   

 

Mi sveglio di scatto, spuntando da un punto imprecisato sotto il piumone. Occhi sbarrati, un bisogno d'aria e tutto sudato. Il cuore pulsa fuori ritmo. Calma e respiri profondi… che si portino via i tranci di sogni, le domande che neanche il tempo di dire buongiorno e t'hanno già bello e ingolfato l'imbuto, soffino via quest'angoscia del risveglio… calma, per favore… giusto qualche istante per radunare la mia identità sparnazzata tra le lenzuola… Benchè aperti, gli occhi non attaccano il turno. Non tanto per poltroneria, quanto per orrore. Lì fuori è un troiaio davvero, preferiscono la cecità. Quando la stimolazione è oltre la soglia percepiscono il nulla, s'accecano dinanzi allo spettacolo offerto dalla mia stanza, grandiosa decadenza casalinga, manco avessi subìto una perquise mentre soccavo. La devastazione di una deflagrazione, con tanto di polvere e fuliggine a mezz'aria. Cenci appesi ovunque paian cadaveri ammassati, impiccati, felci rinsecchite, insetti abnormi, scialuppe, babbucce, tronchi… stoviglie melmose infettate da muffe e larve li sovrastano, spuntano da sotto il letto, ti fanno gli agguati se cerchi di toccar terra coi piedi… Sconquasso che confonde, travisa le forme e le deride, un delirio! chiunque si rifiuterebbe di guardare… bottiglie-candelabri, bottiglie-posacenere, chitarra-attaccapanni, libri sviliti a mistiere, posacenere di nascita degradati a contenitori dell'umido… è la degenerazione! La vista aerea di una discarica: festoni di rifiuti indifferenziati tappano ogni buco disponibile e danno un senso di continuitá e compatezza, un che di nausea barocca, quasi rassicurante, con cui colmare un rinnovato horror vacui… Una camera che all'impattante odore di chiuso seguono il fetore piccante dell'immondizia invecchiata e il lamento di piedi segregati in galere di gomma. 
  Calma, cristo… ma che ora è?, dovevo passare in segreteria a ritirare il MAV… le 20:00, bene: addio, salutatemi pure la spesa… e son già due giorni che mi cibo esclusivamente di taralli ai semi di finocchio, ultimi rimasugli del pacco viveri spedito dai miei un mese fa. Guarda… è suscettibile il mio stomaco, come sentitosi chiamare in causa s'è messo a rantolare dalla paura; mi si conficcano nello sterno, fino a trafiggere il cardias, centinaia di spilloni che non riesco a star dritto, mi contorco e lamento sul cuscino, mugulando lenisco la sofferenza. 
  Scovo da qualche parte tra le lenzuola la sacchetta dei taralli e ne addento uno della consistenza di polistirolo. Temo di essere obbligato ad uscire. Ciò prevede alzarsi dal letto, lavarsi, cercarsi della roba pulita, vestirsi…
  Non ne ho punto voglia, anzi non me la sento proprio. Trent'anni e già con i reni spezzati, in ginocchio. Non finisco di strizzarmi via il torpore dalle membra che mi sento stanco. A malapena ce l'ho fatta ad allungarmi verso la scrivania, disotterrare dalle millenarie stratificazioni di cenci il pc e portarmelo sulle gambe, figuriamoci accollarmi l'acclivio di Porta Romana. Sfatto, noncurante di possedere tra le gambe una finestra sul mondo, fisso la natura morta moderna disposta sul ripiano di legno per almeno venti minuti. Lì sotto pure ho scovato 'sto quaderno a quadretti, miracolosamente non intaccato dagli agenti patogeni, scampato all'oblio di due traslochi e alla trasfigurazione generale. Se non erro, era destinato a contenere gli appunti del corso di Teoretica di tre anni fa, ma a ieri è rimasto intonso. 
  Quello era un periodo in cui pensavo a cose tristissime del tipo che piazzarsi ai primi banchi senza saltare una lezione, a darci dentro come un disperato di pugno e slinguazzo, dava il lasciapassare per sverginare il libretto col sacro seme della conoscenza. 
  Dato che se ti fai vedere nella tua persona fisica, cazzo-cazzo per la prima volta, giusto-giusto il giorno dell'appello, bè… ti cerchi le mazzate: te li indisponi, servendogli sul piatto d'argento l'indebito presupposto che tu a malapena abbia dato una letta al programma; non contemplano mica alternative. Ti lasciano iniziare e, per venti minuti buoni, ti scrutano meditabondi… mica sanno cosa stai blaterando, puoi ripetere la stessa frase all'infinito e non ricevere di rimando alcuna obiezione, si tratterranno dall'esporsi. Appena deciso il voto, però, e non si è mai ben capito su quali basi, Loro riprendono la situazione in mano: ti tartassano per un'ora buona, Loro a bordo piscina e tu che annaspi nel sudore, quello puzzoso da difesa; sbirciano al riparo dagli schizzi, dietro a quel viso marmoreo che esce a chiunque biasima, si gingillano se lanciarti o meno la ciambella. Ne provan gusto come discoli. Non gli andrá mai giú che tu possa pensarle a modo tuo: chi te le avrá dette cosí, sul frontespizio che nome c'é, questo traviatore di menti a chi appartiene? S'impresa ogni volta un teatro inaudito per strappargli un ventino dal borsello… tutte le calamità del mondo, la sfiga puttana che ci vede benissimo… la raschiata del fondo… è l'elemosina! Quando invece te li spompini a dovere, costantemente lungo l'intero arco del corso con l'annuire ossequioso, col petulante intervento tautologico, circolare, e la viscida diligenza, bè… il loro ego se ne riempie a piene manciate di queste ridicole pantomime, sei giá per un trequarti salvo quando andrai a ripetergli il tuo anonimato, mancherá solo la domandina finale facile-facile. Quella che, per intendersi, a me non é mai capitata. E non verrá certo dalle mie orecchie mai udita, continuando a disertare. 
  Frequentare, e sempre, cazzo! Anche alle otto e mezza. Anche quelle che ti costringono a saltare il pranzo. Anche Estetica, un giorno solo a settimana, giovedì dalle tre alle otto (chè la tipa non puó fare altrimenti, per far respirare altre due creature sta a Milano tre giorni, due a Roma, e sulla strada trova il tempo pure di fare 'na capatina di cortesia qui da noi). 
  C'ho provato. Abbondantemente, non è che non mi sia speso. Arrivavo al San Niccoló fisso in ritardo ed era la gimkana tra le dune di un deserto di corpi. Cittini e cittine che, come stronzi agli angoli delle strade, si silenziavano in blocco al mio passare, lasciando in tremenda solitudine la sequela di <<Scusa scusa, oh scusa… scusa suca, uff…>>, spianandomi la strada verso l'ingresso nel registro degli untori a carico del docente. Si cuoceva nel sugo d'ascelle in quei calderoni, ripostigli o cessi che bidibi-bodibi-bù si trasformano in aule per il gran ballo a corte, l'afa che si creava in quelle ore di sofferenza distillata ti si appiccicava addosso e t'appesantiva, dovevi lottare per tenere le serrande alzate e non fare il messicano. Ne uscivo ubriaco. Col mirino puntato alla tempia sinistra. Per giunta, non cavandoci mai un cazzo di ragno da quei buchi fottuti! Non so acciuffarli 'sti appunti, perdo la coincidenza, corron via, deraglio e mi escono fuori certi pastoni grumosi da naia… da galera, che fa lo stesso… stracolmi di lucciole per lanterne, innaffiati di fischi per fiaschi… indigeribili, ignobili… come coi film sottotitolati: tutti diretti da Lynch diventano! 
  Sono uno che ci ragiona, che si sofferma sulle cose. Un cervello che va adagio per star certo d'arrivare. Una cinquecento bianca… in quarant'anni non l'ha mai lasciato a terra, mio nonno. Sarebbe tutta un'altra storia se mi documentassi prima… se avessero la pazienza d'attendere… ma c'è sempre qualche altra materia da preparare nel frattempo, altri esami propedeutici, da stipulare la convenzione per il tirocinio, crediti formativi disseminati nell'aia da beccare… gallina vecchia, farò buon brodo quando mi sgozzeranno… ma sarà mai possibile!? Non ti danno il tempo di assimilarla, somatizzarla, ché devi passare ad altra roba… sommélier da catena di montaggio, ridicoli charlie costretti a ingurgitare l'affettato assieme alle giuggiole alla menta, tutto in un sol boccone! 
  Non ci rimane che patire l'umiliante sconfitta, a noi che ci piace la lentezza; hanno vinto quegli altri… se Calvino se ne fosse mai accorto, non l'ho mai mica capito… 
  Condanna senza appello. Se perdi é cosí. E che gran presa per il culo sono l'avvilimento e tutta la retorica che gli sta dietro. Lo slogan reciterebbe pressappoco “dai peggiori fiaschi nascono le migliori vittorie”, “le umiliazioni sferzano la forza di volontá, la aiutano a reagire e a far cose incredibili”, o altra roba di questo tenore… é così che ti dicono quando vai a comprare qualcosa all'AppleStore. É una speranza che t'infondono tra un occhiolino e l'altro mentre ti spiegano la figata di come il loro sistema operativo sia immune da virus. 
  Tanto te lo inzuppano che, alla fine, te ne convinci. E fatto quel passo, é difficile tornare indietro. Si rimarrá per sempre aggrappati lí, ad aspettare il giro di ruota e a caricarci di frustrazione, lo iato incolmabile tra ideologia e ontologia, quell'infinita sequenza discretizzata di stati d'essere possibili che va dall'Iperuranio al troppo concreto puzzo di piscio del Passaggio di Pescheria.     
  Che l'umiliazione, all'interno del modello teorico unico di questo terribile aggiornato self-made man, costituisca il passaggio obbligato verso la realizzazione personale e che vada di pari passo con la spinta evoluzione tecnologica degli smartphone e dei distributori automatici, la dice lunga sull'intento truffaldino di chi propugna queste idee…
  Piuttosto, te ne stai a baita, a leccarti le ferite, a indugiare in pratiche vuote e senza sbocchi come questa della scrittura. E quando esci fuori, se t'é rimasta la forza mentale per farlo, rilasci output sedati, flebili riflessi, surrogati della supposta teoria, meri orpelli che in assenza della sostanza a cui applicarli restano inerti, privi di seduzione. Le offese, per uno strano meccanisco che s'innesca senza che tu riesca a rendertene conto se non a posteriori, non germinano piú rabbia e rancore, non ammaccano, bensí levigano una maschera, unico vero regalo che l'individualismo ha dato all'umanitá, la idratano come crema di bellezza. 
  Come altro dovrei interpretare la barba che ci si lascia crescere ordinatamente sulle gote in coda alle poste per pagare i bollettini, in segreteria a consegnarli o a protestare perché, che so: non t'hanno conteggiato due esami ai fini dello sconto per merito, tò!; o le lenti specchiate, a ricevimento dal prof latitante, al bar di facoltà per il cappuccino, dove intravedi il fuggitivo come un miraggio, all'ascensore occupato – da Lui che corre a mettersi al riparo in qualche anfratto del dipartimento sconosciuto ai non addetti ai lavori – al cesso per cacare ed eiaculare col cell in mano? 
  Prove improbe. Se ce la fai, te la cavi con dei bei lifting; ma saresti irriconoscibile a te stesso, anche se ti restasse un briciolo di coscienza in cui specchiarti. No no, tutto fottutamente controproducente. Me ne sto a baita a soccare. A limitare le perdite. E chissene…  

  Quant'é che non scrivevo su carta? mi son macchiato tutto il palmo e ho male al polso; disegnare non è altrettanto faticoso. É 'na vita che ticchettavo tastiere. Forse dagli esami di stato… gli scritti, qua, li continuo ad evitare come la peste. 
  Prima che non c'incatenassimo tutti volontariamente davanti a uno schermo, ricordo di aver avuto molta più dimestichezza con la penna. Alle medie tenni un diario vero e proprio, di quelli con chiave e lucchetto e la copertina in finta pelle. Tutti in classe ne avevamo uno perché, alla fine dell'anno precedente, per le vacanze, c'avevano appioppato la lettura del Werther e della Frank; a settembre fu il boom nelle cartolerie. 
  E che ci si lasciava scucire da quei culi imberbi? “Odio lui/lei/la squola/i miei genitori; amo lui/lei: come farò?!”. Tutte insulsaggini che d'altra parte nella mente di un ragazzino hanno un certo peso, e lo spirito d'emulazione puó spingersi sino a valicare i confini consentiti, forse per baldanza e incoscenza, forse per debolezza, non si sa. Gli esiti possono essere ambivalenti ed entrambi si presentano. Ma, a parte il tumulo di fiori, coccarde e letterine d'addio degli alunni del IIIº Ciclo Scuola Media “Aldo Moro” che un pomeriggio d'ottobre seppelliva una bara bianca nella Cattedrale del mio paese assalita dai fotoreporter di Rai2 Rete4 e StudioAperto (la vicenda immortalata nelle memorie di Giannino, giovanissimo cuore infranto, sopraffatto dagli affondi della malizia femminile feroce esploratrice delle sue infinite potenzialitá, aveva in sé molti particolari a lungo sfruttabili sulle reti generaliste… ricordo un Giletti con la bava alla bocca), l'esperienza diaristica fu comunque un bel passatempo, una bella maniera per sputtanarsi a vicenda… Alla ricreazione ne saltava fuori sempre uno… Bagattelle a fin di bene, per finire a limoni debitamente a qualche isolato di distanza dal portone di casa dopo scuola, o nel parchetto dei salesiani al calar del sole… che teneri che si era, quando non la si sapeva manovrare e gliela s'infilava a forza di spintoni, la lingua in bocca… 
  Il priscio, però, durò il tempo di uno sputo, e la chiavina venne ben presto smarrita sotto le palate di disequazioni e versioni previste dal regime carcerario.

  Vista com'è andata a finire, pensando a tutta quella fatica nell'imparare a scrivere, potevano direttamente insegnarci a battere a macchina se non c'avevano i soldi per i PC… solo un paio sono i tasti invertiti. S'era sicuri tutto sommato d'uscirne stenodattilografi, una sicurezza è sempre ‘na sicurezza!, invece che ridurre pile di quadernoni, intere zone boschive sprecate, in sbilenchi e incerti abbecedari… spreco per spreco, sai di quanti disegni avremmo potuto imbrattare quei bei quaderni a quadretti! Squadrature per gli ingrandimenti già cotte a puntino, geometria-pronto-uso! mi sarei fatto la mano in un quattro e quattr'otto, ne sarebbe uscita davvero una generazione di pittori e architetti coi controzebedei corazzati: prodotti umani che la fanno e non la subiscono, mica 'sti sottoni hypster nostalgici de… de che?!   
  Il fatto é che, purtroppo, il Funzionario e il Pedagogista non sono mai parsi di questo avviso. Son lì apposta per ucciderla l'arte, per pisciarci sopra con l'inchiostro, annerendo un'anima che sarebbe solo linee grafite pigmenti e fantasia curiosa. Spesso ti rispondono capziosi che, figuriamoci!, non ci sono nemmeno i fondi da stanziare per la carta da culo… ma vedono bene di tacere su ciò che è proprio un fatto di struttura, programmatico: lo sconquasso dell'anima tua. Nessun'altra finalità, mica hanno interesse a far altro, Loro… che gli frega di assecondare le tue inclinazioni. Per come la vedono lassù, è – e questo è il caso! – controproducente che io impari davvero a campare. Corri corri, trotterella e galoppa, hop hop! sbatti e rimbalza da 'na porta all'altra, dai che ce la fai, Rocky!… si vince per sfinimento, logorio… il decathlon! 
  Altro che illuminazione… qui ti spengono: te l'avviliscono a suon di buffi e bastonate, quella curiosità del cazzo che ti ritrovi. T'incatenano con le mosche morte, le formiche stritolate, mica vive: non è un brulicare il sentiero nero della semantica, bensì un cimitero… Ci riempiono di papiri e formule, geroglifici da tradurre e interpretare, date, dettami, assiomi, nomi e parentele, sempre degli stessi, perpretrando la sudditanza… 
  Eh sì, perchè di questo si tratta: ti forniscono le catene e ti spiegano dove e come applicarle. Ti allenano, e chiamano 'conoscenza' questa avvelenata 'corsa alle armi'. E tutti che scappano coi libri in mano, anzi… magari, che libri! macchè: fascicoletti, rismette di copincolla, .ppt con animation!, titoli! master, tirocini, attestati e tutta la trinità! Tutti che girano uno spot, sotto i riflettori, davanti a giudici che al posto del martelletto c'hanno per le mani un megafono comprato dai cinesi: diciotto, peeeee!, ventisette, pim!, trentellode, para-parappa-ppara-paaaaa-pabà! 
  Bisogna sapersi vendere, crescere col piglio del businessman: far fruttare la merda, metterla a bilancio, truccarli ‘sti conti se necessario, tenersi per sè gli utili. Agili e scattanti, l'estetica del gesto non più una discriminante; espressione e sentimento: difficili da monetizzare. Del talento non ce ne si fa più niente; tutto in serie, un tanto al chilo, che vinci in quantità, ricorda che tutt'attorno è 'na jungla, una concorrenza spietata, ai limiti: un mantra da schiaffarsi in testa. <<E ricorda: ‘imparare a farsi furbi’, ripetilo!>> mi arrivava attraverso l’elmetto prima che varcassi la soglia zaino saldo in spalla; <<Ripetilo!>>, e al silenzio di rimando smetteva un attimo di truccarsi per il Ministero e si affacciava dal bagno: <<Mi raccomando, a mamma… chè dove meno te l'aspetti cresce l'invidia carogna… pure all’età tua si può essere perfidi… non dare troppa confidenza a quei mascalzoni dei tuoi compagni… Dai, vai… e stai sempre composto, non rispondere male ai professori, non metterteli contro! Con un niente ti segano, chè se scelgono di buttarti giù dalla nave è la fine! E non ti permettere, sai!, a ceffoni sul muso!! Non ci voglio nemmeno pensare, a mamma, meh! Che cosa… vuoi far la fine di zio Tommaso?!>>.

  Se lo sapessimo, in effetti, che fine abbia fatto zio Tommaso, o mamma, mi regolerei… 

  Come un salmo, la nostra parabola parentale. Son più di vent'anni che striscia, subdola, e s'insinua, la schifosa, tenta d'attecchire. M’attanaglia, mi chiude in una specie di cella strettissima, claustrofobica, che mi stritola man mano che mi sviluppo. Crescerò fino ad annichilirmi lì dentro. La primigenia applicazione del concetto di Dio è consistita, ne sono più che certo, nello spaventare i bambini e indurli all'obbedienza passiva. 
  Non ce la fanno proprio a non far danni, i genitori. Per carità, si sa che non lo fanno quasi mai apposta… ci mancherebbe, poveri cristi… ma dobbiamo pur dirlo una volta per tutte, chiaro e tondo, e smetterla col silenzio buonista e omertoso che fa più danni che aggiusti, che sedimenta vizi, normalizza abusi e supplizi… é così che si arriva in ossequio a genocidi lontani a versare lacrime di coccodrillo, aride quanto l'indifferenza con cui ignoriamo l'ecatombe ad un palmo dal nostro naso.   

  Cos'é, da dove viene tutto 'sto sfacelo? 

  Difficile stabilirlo. A tutto ció che é reale c'é spiegazione, basta osservare, farsi due conti… sappiamo tante di quelle cose che… e poi non ci si sforza di unire i puntini. Dobbiamo rimboccarci noi le maniche, ci sono talmente tanti interessi in ballo, posizioni da mantenere, sistemi di contrappesi, equilibri da rispettare, che i piagnistei e le pretese di equitá e chiarezza sono un insulto all'intelligenza. Qualcosa di buono, se proprio non ti hanno accoppato, riesci a scovarlo e farlo tuo, sgrossarlo e filtrarlo per provare a tirarci fuori qualche frammento di credenza… no, non é semplice, ma l'unico modo sicuro che c'é é quello di allontanarsi dalla caverna… e venirne esclusi. Le risposte arrivano sempre in seguito a rinunce. 
  Un bioritmo sfalsato ha sciolto le catene permettendomi, all'inizio, di lanciarmi allo scoperto con entusiasmo, perfino con un certo gusto snob. Adesso, peró, che mi son perso qui fuori… m'é venuta nostalgia… chi me l'ha fatto fare… cerco la strada di casa? Ma non sono nemmeno sicuro di voler proprio tornare… non voglio né gloria né insulti, non devo dar conto di niente.  

  Non riesco a reperire l'accendino, fagocitato chissà da quale angolo intelligente e vorace della stanza, che mi pare lo stomaco di una balena. Dal soffitto colano bave acide di succhi gastrici, ho paura mi ustionino la pelle. 
  Provo uno strano senso di orrore, artefatto, consapevolmente incongruo: chi l'ha ridotta così, se non io? Come un assassino improvvisato, quando rinsavisce appena commesso l'irreparabile gesto… 
  Ma sono solo scuse, e i paragoni pure calibrati male: la mia stanza ha patito la tortura, lo stillicidio! Si potrà anche ammettere una certa incoscienza, la voluttà che prova il boia nell'infliggere pena centellinata, dolore non letale ma sempre più intenso, che può estasiare e far perdere il senso della realtà; ma non certo si riuscirebbe a perdere di vista la volontarietà originaria, il proposito peccaminoso sotteso all'atto. Sono un pervertito. Forse schizofrenico. Triste e patetico.  

  E così, un bel giorno, mi sono svegliato morto, soffocato nel sogno. Come il figlio di Amittai, scaraventato in questa prigione a pigione per disobbedienza. 
  Tuttavia, ho fiducia che in me l'ammaliamento si sia esaurito a questo punto del racconto esemplare. L'inerranza biblica è priva di fondamento, come tutto, del resto… Non mi redimo, non mi pento. Rinnego, tutto me stesso! Resto nello storione. Boicotto la fame e infamo il sonno. 

  Il sole è appena tramontato; il cóinqui sará giá uscito in centro, é giovedí universitario. Io passo, come sempre. Non mi metto tanto a cuor leggero a rischiare di incrociarla per strada… La cena al piano di sopra è pronta, l'aglio soffritto della pizzaiola traspira da questi muri umidi ed elastici, e lui è appena uscito dalla doccia. Gli scarponi sono sullo zerbino. E io, ormai fuori dal limbo del risveglio, inutilmente attivo coi miei crampi addominali, riavvio la sessione. Appare l'homepage, accedo al mio profilo: A cosa stai pensando? 

 

FINE PARTE SECONDA

 

Prima parte

 

Roberto Fetta