SONNO

PRIMA PARTE

 

 

<<Ecco quel che si deve evitare, non bisogna mettere dello strano dove non c'é nulla. Credo sia questo il pericolo, quando si tiene un diario: si esagera tutto, si sta in agguato, si forza continuamente la veritá.>> 
J.P.Sartre, La Nausea   

 

RF. Una semplice sigla all'angolo basso in quarta di copertina. Sufficiente. Due lettere, che possono voler dir tutto e niente, come un mazzo di chiavi trovato per strada… tanto basta! Eppure, designano me. Non cerco gloria, tanto meno insulti. L'anonimato mi dà più tutela. Niente clamori. Le sconfitte sono un qualcosa di roboante che riecheggia nel tempo e sopravvive al suo portatore; diventano patrimonio comune, si rendono riproducibili. Un fatto talmente oggettivo che non c'è bisogno di tante cerimonie. 
  Mi son messo a impiastricciarlo che, bò, non so neanch'io. Nessuno mi punta la pistola alla tempia, per intenderci… uno sfogo come tanti… l'unica ragione per cui sta avendo più fortuna di altri è la certezza, consolante devo dire, della sua condivisione: non c'é, dunque, coraggio alcuno da parte mia – se mai ne avessi avuto un briciolo, l'avrei giá usato per togliermi la vita. 
  E cosí affermando, dispenso la mia persona anche da oneri di vaticinio, ché non c'é nulla da predire. 
  Per la verità, é ben poca cosa. Pianterei tutto in asso all'istante se mi riuscisse di prender sonno, farei volentieri a meno di questa biro. 
  Quando gli uccelli riprendono a blaterare, che la notte ha iniziato da un'oretta buona a sbiancarsi e le prime auto già s'avviano, solo allora… c'è bisogno dell'indaco del cielo per molestarmi gli occhi e convincerli a indietreggiare dietro le tende. Che non sia insonnia lo dice il fatto incontestabile che alla fine mi addormento sempre. Il mio personale problema risiede in uno scivolamento del ritmo sonno-veglia a ponente che porta la mia esperienza giornaliera all'inconciliabilitá con quella della maggioranza dei miei conspecifici, una mancata aderenza che me la rende di fatto impraticabile. Le mattine mi scappano da sotto il naso, hanno ormai acquisito quel carico di mistero e fascino di cui si veste la notte per sfuggire alla gente comune. 
  É un problema di democrazia se la notte qui a Siena non è attrezzata se non per essere vituperata gratuitamente da qualche teppista. Non c'è un paki, un Tesco h24, se cazzeggio un po' troppo nel letto mi si chiude lo Sma in via Piccolomini e devo appendermi ai tramezzini acidi del distributore dentro le mura… alle 03:00 muore tutto, non posso prendermi un caffé al bar, concedermi una lettura in biblioteca, procedere in acquisti: una pessima gestione degli spazi temporali… ventimila studenti e tutto muore alle tre!! L'ennesima occasione di integrazione fallita perché i senesi che la governano sono più comuni della gente comune, e per cristiani di tal bassa lega 'mistero' e 'fascino' appartengono alla stessa categoria del maligno. 
  Senza rischio di smentita, mi dichiaro vittima del sistema, dell'ignoranza e della chiusura, dei forconi. Una delle tante, per carità, niente esclusive!, ma con abbastanza vissuto da essermi guadagnato una pena personalizzata. La noia notturna, che t'induce a smetterla con qualsiasi attività tangibile: l'acme del disagio.  

  Da matricola non avevo problemi, riuscivo ancora brillantemente a scandire e rendere produttivo il tempo: riemergevo all'imbrunire col rientro del vicino dal cantiere e il ticchettio delle sue anti-infortunistiche contro i gradini delle scale che trascinavano quella carcassa polverosa al piano di sopra, sulla mia testa; pranzavo alle 20:00; uscivo che gli aperitivi eran già belli e avviati con tutti mezzi sbronzi e m'incallivo per recuperare il tempo perduto; il secondo pasto, se arrivava, non prima delle 04:00, chè dovevo riuscire a trascinarmi in cucina e, soprattutto, evitare di uccidere me, il còinqui e tutta la palazzina per un aglio&olio… 
  Tuttavia, si sa che con l'uso lo smalto viene via; i denti ingialliscono, aumentano sensibilmente le sessioni inevase e le defezioni copulari… Ho capito che non sarei andato lontano di quel passo.
  Sebbene con riluttanza, mi son deciso a dei periodi di clausura disintossicante, resisi peraltro necessari per la sopraggiunta di certe avvisaglie: inappetenza, frequenti capogiri, iniziavo a non sentirmi la clorofilla scorrere nelle vene… m'avesse visto mia madre, sarebbe capitombolata a cateratta sul palazzo dell'AVIS, senza trafila!, per un litro di zero negativo… 
  Una sorta di convalescenza. Calma in bustine, un po' di miele invece del fiele che intossica, dei biscotti… un cordiale, dei complimenti… ho bisogno di cose così, insomma… coccole di quando in quando, non siam mica bestie… non ci penso mai mentre strascico gli infradito lungo il bordo degli scaffali dei supermarket; lì mi trasformo in un bastoncino di merluzzo pronto da impanare, mi faccio abbindolare dalla luce a palla e dal freddo dei banchi-frigo. 
  
  Di questi tempi, esco raramente. Mi vivo l'appartamento; ho scoperto che dietro il pesante armadio di legno in camera, la parete è maculata grigioverde. Curo un po' me stesso. Cerco di stare tranquillo. Continuo a non salutare il mondo prima che i raggi siano diventati viola e quasi paralleli al terreno. Mi sono affezionato allo scarpone ferrato.

  Nera la notte, s'è inghiottita il nespolo alla punta del viottolo e mo s'avventa ingorda sul pino qui di fronte alla finestra, gli s'avvoltola tutta felina. Siena, dal mio letto è un dipinto appeso al muro. Muta cerca di divincolarsi dall'abbraccio delle tenebre, tende collo e braccia verso l'alto, implorante, non vuole farsi vincere dall'ipocrisia. Scene da uno stupro. E non cede, è ancora lì su, incastonata nel tufo, incatenata per le otto porte a batterie di dieci mezzosangue a turno, che tirano e stritolano, allungano per strappi. Inamovibile, la cocciuta non soccombe. I papi si avvicendano, le istituzioni si sgretolano, e il Mangia da lassù sogghigna, e chi l'ammazza! 
  Lo conosco bene 'sto acquitrino. Via delle Luglie viene battuta da un vento con la bisaccia sgonfia, che fa mormorare le foglie a vuoto; e la civetta giù in fondo alla valletta nascosta nei banchi di pulviscolo, quella petulante avviserà per tutta la notte del nulla… 
  Si dan arie da cittadini, codesti gazzillori puciosi! 

  La banda larga scroccata al vicino sobbalza, insufficiente per caricare alcunchè. Di fantasia non mi tira, faccio fatica a ingegnarmi, mi si è rinsecchito il desiderio. Il còinqui socca già da un pezzo; sono solo, senza rimedi, a sbattermela coi miei assilli. In sottofondo, la sinfonia domestica Ossessione per rubinetto e frigo in Fmin diretta dal M° Interno Due, live just for me. L'abatjour sul comodino a capo del letto attira le mie aguzzine… casomai, dici, mi ci voglia mettere d'impegno a perdere i sensi, ci sarebbero loro pronte a lanciarsi in picchiata sul collo… Prova ancora ad addormentarti se ci riesci, Sam, gestisci un po' la rabbia che t'è montata addosso assieme alla prurigine, dai! dai!, forza Sugar!, che il sonno perso s'incaronisce sulle gengive, solca le occhiaie, il sonno perso snellisce. Man mano che te lo perdi per strada, in compenso c'é dell'altro…
  Perché te le trovi giá di casa. Quatte quatte, installatesi in sordina: dai venticinque, diciamo, con l'exploit al compimento della terza decade, le paturnie iniziano ad avventarsi e avvilirti le carni, torturandoti a star desto. Non te n'accorgi neppure, perché necessitano di una lunga incubazione, il tempo d'irrobustirsi, per abbarbicarsi e non andare più via!, per molestarti la vita privata, calcolarla e valutarla… e puntualizzare, petulare, frustrare… il vantaggio, l'astio, lo sgarro, il pelo e contropelo, il braccialetto, il messaggino, come e quando… 
  Ti chiudi in camera nudo e ti lasci bombardare dalla goa o da una d'n'b con pitch particolarmente alti, ché vuoi farti sbranare il cavo acustico, piombare nel silenzio eterno… ore di somministrazione il cui beneficio, ben modesto, sono lo stordimento e il brusio del bigbang che scodellano nel cranio ma almeno impediscono finalmente l'autogenesi dell'ansia… 
  In fondo, i nostri palliativi son soltanto varianti di una medesima pratica zen che, declinata all'occidentale, prende il nome di Autodistruzione. 
  Non è semplice… c'ho di che combattere, di che contrastare. L'imbarbarimento della noia, il suo deterioramento in un prodotto più scadente ancora… che rivolta le giornate e forza la natura delle mie occupazioni: le annulla, le rende effimere, senza sbocchi. Immobilità immotivata.

  Non ricordo più da dove sia partito tutto questo. Forse, proprio di qui, da Siena. 
  Eccerto… Sì, Siena… la sua accoglienza col buco… la città in cui il sole devi conquistartelo, dove i muri troppo vicini e la pietra mai riscaldata ti danno un'avvolgente senso di nausea… dove rivolgi lo sguardo al cielo col desiderio di scappar via da te stesso e t'accorgi che le rondini acuminate te l'hanno catturato nella rete delle loro traiettorie beffarde e te lo schiantano in frantumi a terra… questo splendido comune medievale incastonato nel verde, non ancora violato nell'intimo dalle concezioni cementizie di sviluppo urbano proprie delle amministrazioni – anch'esse molto comuni – avvicendatesi nel mio paesucolo lontano che, pur non facendo provincia, la colmerebbe di un doppio strato di bitume.
  Siena concentra i materiali inerti all'interno delle mura, marcisce lí dentro, in una implosione lenta (nonostante sboccino anche da questo massiccio pattume possenti giungle che sfidano i principi della fotosintesi), sprofondando coi suoi pennacchi grigi e rosso brick in un mare giallo-verde. Un buco nero con attorno la calma assoluta, infinita di una vecchina che s'aiuta col bastone a raggiungere l'antico forno delle Luglie, che non esiste piú da decenni ma lei non se n'é mai avveduta, impegnata com'era a respirare il muschio e le more, contemplare i caprioli, i ricci e i tassi, a non avere paura dei pipistrelli la sera che volteggiano attorno ai lampioni – cosini di quelli, io li ho visti solo nei cartoni-animati; forse in Inghilterra sgamai tra le fronde di una quercia uno squirrel. Da dove vengo io son piú naturali le zoccole. 

  Son venuto ad abitare qui alle Luglie, dentro al forno, mica a cazzo. Lontano dal centro, dall'Università. Come se il chilometraggio potesse aiutarmi in qualche maniera a dimenticare la stomacante condizione di studente trentenne, allo stesso modo dello zucchero col caffè cattivo: la caffeina, deterrente a qualsiasi tentativo di espirazione rilassata, comunque ha modo di agire… 
  Non do un esame dal 29 aprile di quattro anni fa. Ho scoperto di soffrire di una particolare sindrome, una paranoia collegata a qualsiasi tipo di scadenza. Mi riduco a stato larvale, la data dell'esame cala pesante come lapide sulle mie esili spalle. 
  Di mettermici mi ci metto, pure con certo entusiasmo!, sussurrandomi tra le labbra che questa volta sarà diverso, andrà liscio senza patemi, tutto é organizzato per bene… Ma non appena m'addentro nel fitto bosco della materia mi prende un'angoscia claustrofobica, scappo via nel campo aperto, dove non si vedono arbusti per chilometri, a giocare con i draghetti e le palline colorate, gli idraulici baffoni e le potenze di 2. La vicinanza del giorno fatidico, inizio a sentirla di solito a partire dalla terz'ultima settimana, diciamo gli ultimi venti giorni: e vi reagisco disertando totalmente libri e appunti. Sistematicamente sempre. All'alba dell'esame, resto a casa: mi alzo di buon mattino, sfoglio con agitazione avanti e indietro gli appunti, mi dispero nel notare che i concetti chiave non affiorano, mi convinco di non essere preparato a sufficienza e torno a letto, biasimandomi per non essere riuscito, di nuovo, ad organizzarmi il lavoro. Per aver cannato l'ennesima volta. Mi deprimo e lentamente, come dopo un’estenuante veglia funebre, m'addormento satollo di lacrime. Almeno, socco.
  Non sono sempre stato a 'sto modo. Poteva andare diversamente la canzone… Avevo voglia, io. Lo giuro, cazzo! se solo. 'mbà, non so, tante cose… inutile che stia a tirar fuori la collana dei perché, stupida chincaglieria all'ingrosso… c'ho le mie colpe, pure io, lo so che non sono immacolato, me le trascino dietro facendo un baccano tremendo… con gli infradito, poi, che fanfarata… Non ho dato vita facile. Un chiodo pazzo, ecco: non calzavo bene la filettatura. E troppa esuberanza andava contenuta, mortificata. Vitalità chiama bacchetta… piccole umiliazioni qua e là, nulla di che… per adattarsi… Devi montartele addosso per forza, le paranoie. 
  Ora come ora, l'erba mi darebbe solo l'effetto opposto a quello desiderato. Non è più come una volta, senza fame di futuro, gambe a penzoloni sputando sul mondo dal tetto di una torre diroccata in riva al mare, a dieci metri dalla fregna malandata del canalone, giù… i gabbiani, la sega a scuola in groppa ai cinquantini, la marmitta rovesciata coi buchi… bei tempi andati nei quali le soccate mi uscivano belle tese e dure e al momento giusto: si poteva azzardare che me le procurassi a comando… ronfavo ch'era 'na bellezza, ci scivolavo liscio, mamma tranquillamente poteva passare l'aspirapolvere in camera chè non mi smuovevo d'un millimetro, alcun cedimento dalle mie zone, io continuavo a spaccar le pietre, disboscavo boschi interi di conifere tra le nevi del nord, sminuzzandoli in corti taccari per il camino… sognavo di 'ste smancerie cortesi, da giovanissimo romanticone che non ero altro, quando col cervello ancora fresco per ricordarmeli ci rimuginavo su per ore, cincischiando col pistolino, fra le coperte tiepide… Di domenica la mia presenza a tavola era sempre una remota possibilità, cui ben presto la mia famiglia ha imparato a fare a meno… un ateismo raggiunto non senza drammi, soprattutto per mio padre, il più riottoso al cambiamento, avendone ben d'onde, visto che alla fine è quello che c'ha perso più di tutti, rimanendo a bocca asciutta, povera vittima della Storia, che un po' alla volta gli si è sgretolata la terra sotto i piedi… la cuccagna è finita! L'anciène règime abbattuto! E lui è rimasto col culo per terra e le braghe abbassate… chi lo ascolta, ha perso d'autorità, non va più di moda… ormai lo trattiamo come un carabiniere, è diventato la barzelletta di se stesso. 
  La vittoria del moderno in casa mia si materializzó con l'assenza, ormai registrata, entrata nella prassi, di un coperto a tavola. Ancor prima della sparizione delle pastarelle alla crema, della radio blu sintonizzata su Tutto il calcio minuto per minuto, dello sparrone alla contr'ora e degli occhi di mamma incollati ai contenitori pomeridiani. 
  Gutta cavat lapidem, la TV inizió a restare sempre più spesso spenta, papà mi chiedeva in continuazione come si fa questoequello su internet e poi finiva a occupare per ore la postazione giocando al solitario piú pacco di Windows, mia sorella si fregava la precedenza sull'auto: un mondo a rotoli, a ramengo. Nel quale io me la sguazzavo alla grande, che ti pensi!, tuffi acrobatici, piroette! Un papà disinnescato, una mamma manager… intere giornate con nessuno tra i coglioni… I rimproveri mi giungevano annacquati, privi di spirito, le punizioni clamorosamente vuote e prive di senso, inservibili per l'immediato… 
  E il loro accumulo ha solo innescato un flaccido scoppio ritardato.

  Butto giù le prime che mi vengono in mente, dicono sia terapeutico. L'ho letto da qualche parte. A me serve essenzialmente per stancare le membra il più possibile, affinché riesca finalmente ad addormentarmi, per invertire il ritmo e apprendere a godere della luce. D'altro canto, che abbia bisogno di una cura è fuori d'ogni dubbio, lo dico già da me. Certo, non sarei al punto di un TSO, ma… non si sa mai.
  Anche quel poco di sonno che riesco a immagazzinare è di scarsa qualità. Leggero leggero, mi sveglio per un nonnulla, un sobbalzo continuo! Chiudo gli occhi e nel silenzio mi dispongo con tutta la buona volontà a che il torpore m'accolga… placido sospiro… ancora un altro ma non succede niente, resto lì attento ad ogni minimo rumore: la canalina di scolo, il vento che smuove leggermente un'imposta, il processare del pc, ogni tanto una notifica di FB (sará lei?), il grifo in bagno che sgocciola, il battito del mio medesimo cuore. E come rimbomba!, lo sento sbattere sul materasso attraverso il pigiama, alzare il passo con insistenza. Una fittarella al costato, un formicolare sospetto che dall'anulare sinistro, proprio quel cazzo di lato sinistro, sale su per l'avambraccio; le palpitazioni aumentano e il respiro si fa grosso, sbuffo come un toro, mi prendono le caldane manco fossi 'na zitellona che ammuffisce in menopausa, vampate che sbattono al cranio, picchiettano dappertutto e sballano la macchina: iperventilazione, apnea, uuuuuuuà!!
  Riemergo. Rieccomi. La fronte imperlata. Due ragni appesi al soffitto si godono il mio teatrino… di solito non meno di tre atti, puttana… estenuante. Ansia a mille e panico… una vita senza te… 
  Potrei segarmi fino a svenire, si potrebbe suggerire… ma sono talmente spaventato dall'eventualità di rimanerci secco per un coccolone notturno, che la macabra immagine del mio cadavere ingessato col cazzo dritto tra le mani sotto gli occhi divertiti degli inquirenti, mi fa passare la voglia. 
  
  L'arte sotto le coperte è questa. E non ho altra scelta, eccomi qui. Punto e a capo. 
  Mi son lasciato tentare dalla letteratura. Tante pagine zeppe di parole avrebbero dovuto strapazzarmi un po' gli occhi. Giusto qualche sfogliata, e al primo tentennamento lasciarmi andare… Il primo raccontino, un secondo… divori questo, macini quello… Saint-Exupery, Vian, Fitzgerald, Poe… Il sonno non sopraggiunge e ti metti a far sul serio: i maledetti Gogol' e Bulgakov, il crudo Cechov… i mattoni: Cèline, Tolstoj… Leoneee!! 
  Sono anni che va avanti questa guerra silenziosa, nella pace di lenzuola fangose. All'arsenale della Comunale spesso mi offrono il caffè, do del tu a tutti… Sono a corto di autori, anche i bibliotecari trovano difficoltà nel fornirmi suggerimenti puntuali coi miei gusti. Già, ma cosa mi garba a me…?! 
  Sconfinare… interpormi tra autore e protagonista… spintonare tutti, Qui comando io!, e sedermi sulla seggiola in legno e tela, al posto di comando, accendendomi l'eterna ultima sigaretta. 
  Un altro è il sonno che mi rapisce, altrettanto profondo e dedicato come quello giovanile, purtroppo poco ristoratore… mi trascina per Prospettive, mi fa indossare paltó consunti in mezzo alle bufere, o imbracciare il fucile contro Napoleone, passare degenze in letti di cliniche ospedaliere, partecipare a balli in maschera nel palazzo di Satana; costringe a ridurmi a pane e acqua per il noleggio d'un frac, che successivamente impegno alle carte assieme all'anello di nozze… e scappo via in carrozza per la steppa, inseguito dalle mie anime morte!, cercando riparo e protezione presso ignari giornalisti lusitani… una guerra che alla fine, sorniona, t'appassiona e ti conquista, fermando il tempo reale, dilatando quello mentale.  
  Presto non basta più leggere. Colla me lo sono sparato in due sole session notturne. Palahniuk, ormai, prevedivile e noioso. Vuoi qualcosa di più potente.
  Tu sai cosa davvero ti ci vorrebbe, certo che lo sai. Ma ti é stato precluso da forze oscure terribilmente ostili. 
  Cosí, un uomo non puó che buttarsi sul potere. Che per noi poveri stronzi é solo, insulsamente, cartaceo: essere, almeno per una volta, i registi di se stessi.

 

FINE PRIMA PARTE

 

Roberto Fetta