Sulla vita e sulla morte

La teoria della probabilità è in grado, nella sua semplicità, di fornire una soluzione, non certo definitiva ma comunque illuminante, al problema della dicotomia tra vita e morte, che attanaglia l’umanità da tempo immemore. Se ognuno di noi considera se stesso vivo, e lo fa a ragion veduta vedendo esercitarsi in sè tutte le funzioni vitali, dovrebbe già dedurne che la morte non esiste con un’altissima probabilità. Perchè? La risposta è che, se fosse possibile una qualsiasi esperienza di morte, intesa come “oltre la vita”, allora la probabilità di essere vivi proprio in questo momento tenderebbe a zero. L’esperienza di morte, o per meglio dire di “non vita”, se per assurdo esistesse, per sua stessa definizione non soggiacerebbe ai vincoli di mortalità e finitezza spazio-temporale ai quali invece soggiace la vita. Considerata questa sproporzione immane tra vita e non vita, la prima perderebbe qualsiasi consistenza rispetto alla seconda, e vivere diverrebbe assai meno probabile di una vincita alla lotteria. Saremmo praticamente tutti morti, mentre a quanto mi risulta essere vivo è una condizione piuttosto diffusa su questo pianeta, o mi sbaglio? Insomma, a meno di considerarci un’orda di paraculati stratosferici, dobbiamo concludere che essere morti è una condizione impossibile, e si può forse parlare soltanto, in termini temporali, di avvicinamento al decesso (o di allontanamento dalla nascita), ma anche qui con estrema cautela, dato che nascita e decesso sono eventi se si vuole importanti, ma che non separano la vita da alcunchè. E’ evidente infatti che non nasciamo dal nulla, ma da altra vita e senza alcuna soluzione di continuità: il nostro feto è il risultato della fecondazione di una cellula uovo da parte di uno spermatozoo, entrambe cose vive appartenenti ai nostri genitori, organismi vivissimi e anch’essi originariamente concepiti dai nonni, e così via risalendo l’albero genealogico e quello dell’evoluzione. Allo stesso modo, anche dopo il cosiddetto decesso, l’ombra della morte non fa capolino da nessunissima parte, al contrario avviene una magnifica esplosione di vita! Il nostro cadavere è subito intercettato da milioni di microorganismi deputati alla sua decomposizione, che festeggiano il lieto evento riproducendosi dentro di noi in una vera e propria orgia vitale.

Da dove nasce dunque l’idea della morte? Il concetto di morte esiste (nelle nostri menti e credo nella sensibilità della maggior parte delle altre specie animali e forse anche vegetali) per via di una caratteristica della natura che può apparire scontata, ma che, se venisse osservata da un punto di vista neutro, probabilmente non lo sarebbe affatto: la nascita e il decesso dei viventi non avvengono simultaneamente. Se avvenissero simultaneamente, nessun vivente assisterebbe alla morte di un altro vivente, e di conseguenza la morte non esisterebbe nè a livello concettuale nè, ovviamente, a livello reale. E’ quindi la sfasatura temporale che questa natura introduce a livello delle vite dei singoli organismi, e sopratutto la percezione di tale sfasatura, che crea il gioco prospettico della vita e della morte. La riproduzione sessuale è chiaramente il motore di questo gioco, poichè introduce quell’elemento di aleatorietà che fa sì che alcune vite nascano in un certo istante, e altre vite in un altro. Ma non è l’unico. Anche il secondo grande istinto alla base della vita, quello della sopravvivenza individuale o del gruppo, è una sorgente di entropia a livello delle vite nel loro complesso: nel procacciarsi il cibo o altre risorse limitate, si influisce sulla morte di molti altri organismi, e in modo non prevedibile, data la contingenza e l’imprevedibilità delle collisioni e delle reazioni a catena innescate.

Tutto ciò viene a formare un brulicante ecosistema che è immensamente eterogeneo e diversificato, ma che forse può essere ridotto ad una sorta di denominatore comune: l’illusione della separatezza. Ogni organismo, cioè, è dotato di una sua illusoria autoconsapevolezza: identificando se stesso con il proprio (parzialmente manovrabile) corpo, percepisce tutto ciò che ne è (apparentemente) esogeno come il suo ambiente. Noi, in questo, siamo maestri di teoria e la chiamiamo scissione tra l’io e il mondo, ma sono convinto che anche gli altri organismi, persino i più semplici, abbiano una qualche consapevolezza sostanzialmente paragonabile alla nostra. Ciò è alla base della giostra della vita, poichè ogni individuo o comunità di individui percepisce se stesso come finito e mortale, in antagonismo al mondo che è invece sterminato e imperituro, e vede costantemente minacciato il proprio diritto all’esistenza da parte del clima, degli altri animali o dei suoi stessi simili. Combatte la morte, specialmente quella prematura, perchè vede altri organismi dissolversi innanzi a lui, ignorando che ciò che chiama morte non è che un passaggio della vita stessa, che costantemente si trasforma. Ignora di essere il proprio mondo, ignora che i suoi predatori sono in realtà i suoi più grandi alleati, e ignora che tra la sua colonna vertebrale e la catena montuosa dinnanzi a lui ci sono più somiglianze che differenze. E’ come se la natura una mattina si fosse svegliata in preda ad un eccesso di irriverenza, e per viaggiare, anziché utilizzare il solito motore a combustione, avesse inventato la propulsione a “vita-morte”: un ammasso di ingranaggi autorigeneranti delle forme più disparate, dove ciascuno di essi sia dotato di una sensibilità propria vivissima e si senta sempre sul punto di essere rottamato e disintegrato in una discarica. Alla fine, quasi magicamente, con la sola forza dell’antagonismo, delle alleanze, della libidine e della disperazione, gli ingranaggi trovano una loro configurazione efficiente e si mettono in movimento, trasmettendo l’energia motrice alle ruote. L’automobile procede, questa volta senza carburante.

Tale visione della natura chiama in causa un problema. Se, per assurdo, tutte le cose vivessero simultaneamente e non vi fosse l’accavallarsi prospettico della vita e della morte, della predazione e della riproduzione, allora che fine farebbero l’esperienza e la percezione, il tempo e persino la storia? Si potrebbe ancora parlare di vita? O non è forse caratteristica imprescindibile della vita l’essere temporalmente delimitata e confinata in un suo microcosmo, che rappresenta l’unica possibilità di emersione di un soggetto, di un testimone cosciente, di un principio ordinatore nel caos del divenire? A questa domanda mi è estremamente difficile rispondere. Non ne ho i mezzi, nemmeno lontanamente, e la trovo una questione profondamente imbarazzante, specialmente per me che sto scrivendo questo articolo affidandomi in tutto e per tutto a processi neuronali che non sarebbero immaginabili senza la vita così come si è sviluppata su questo pianeta. Una possibile via di uscita ci viene però da quello che chiamiamo il mondo inanimato delle cose, che è dappertutto intorno a noi e che ci rivela moltissimo, a patto di assumere un atteggiamento aperto. Prendiamo il vulcano, ad esempio. Noi diciamo che non è vita perchè non cresce e non si sviluppa, non si riproduce, non ha DNA etc. Ma è pur sempre qualcosa di estremamente vitale, complicato e imprevedibile, ed ha una storia assai più lunga di qualsiasi forma di vita, oltre ad avere largamente influenzato la vita stessa! Non possiamo nemmeno escludere che il vulcano, o ciò che lo costituisce, o il sistema geologico di cui fa parte, abbiano una loro sensibilità, un’essenza, un loro modo di stare al mondo (anche se tali parole sono estremamente di parte e risultano largamente inadeguate se applicate ad un vulcano!). Ebbene, la verità è che forse ciò che chiamiamo vita, e la cui importanza ingigantiamo per senso di appartenenza, è semplicemente una tra le infinite possibilità del cosmo, un paradigma biologico che per circostanze casuali si è affermato ed è prosperato qui sulla Terra. E quando ci affanniamo a dibattere sulla diffusione della vita nell’universo, ci comportiamo come un degustatore di radicchio che specula sulla probabilità di trovare radicchio per i propri denti anche in altre galassie, che non potrà mai visitare. Farebbe meglio a ingozzarsi di radicchio terrestre, e tacere per sempre.

 

Andrea Olivieri