Pessoa Retrato 2

SULL’IMPORTANZA DI PESSOA

Fernando Pessoa ha avuto una vita breve ma intensa; di contro a quello che si è portati a pensare o a credere, di fronte ad una biografia scarna e priva di sostanziali colpi di scena, la sua è stata un’esistenza capace di racchiudere in pochi anni le esperienze e i drammi di una generazione intera, se non addirittura di un nuovo modo di concepire la cultura, nel suo rapporto con la società e la civiltà, in un tragico scoprire la propria umanità, dilaniata sempre più da intimi conflitti interiori e psicologici. Pessoa ha incarnato al meglio quella risma di problematiche che si potrebbero riunire sotto il nome de ‘il male del Novecento’, in quanto secolo di traumi insolvibili e cambiamenti drastici nell’uomo e nel suo modo di intendere il reale e la vita. La serie ininterrotta di stravolgimenti politici e sociali che dall’Ottocento trascinano l’uomo occidentale sino al tracollo delle dittature nella prima metà del Novecento, vede una nutrita schiera di intellettuali reagire e interpretare la nuova condizione umana in maniere e in espedienti variegati, dei quali pare che Pessoa riassuma, nei suoi scritti e nella sua concezione eteronimica e multipla dell’uomo, gli aspetti principali e più importanti. Fernando Pessoa insomma sfugge ad una prima occhiata superficiale della totalità culturale del periodo storico in questione (il poeta visse e compose a cavallo dei due secoli) ma, se si osserva più a fondo, lo si può riconoscere facilmente come uno dei più rappresentativi intellettuali nati e vissuti in una epoca carica di tali cambiamenti radicali. Ognuno è figlio del suo tempo e Pessoa lo scopriamo come uno dei figli prediletti e più illustri del suo. Nel corso di queste pagine abbiamo visto come la sua concezione eteronimica della vita e della letteratura sia nata da un principio filosofico che donava nuova luce e importanza all’individualità. Fichte, prima di Novalis e dei Romantici, aveva osservato come l’Io potesse prendersi determinate libertà; Baudelaire, codificando e sistematizzando determinate concezioni, era riuscito nei suoi Fiori del male a rendere poeticamente questa trasformazione del pensiero, trasportandola su un piano differente e innovativo. In seguito, poeti come Rimbaud e Mallarmè avevano sviluppato queste innovazioni estremizzandole e alimentandole di una nuova concezione magica e oscura, dalla quale Pessoa avrebbe attinto a piene mani, sviluppandola anche in un senso quasi patriottico (si pensi al mito sebastianista). Di Pessoa abbiamo osservato il lato innovativo anche in merito alle innovazioni più avanguardistiche, immersi nella sua spinta verso gli ismi europei, guidata dall’apporto di Alvaro de Campos e della loro partecipazione a determinate riviste del tempo; conosciamo la nascita, lo svilupparsi e il morire dei suoi eteronimi, delle sue maschere, dei suoi prestanome, anime diverse dello stesso spirito, distinte per finalità e tecniche espressive, dall’irruenza futurista di Campos, sino al dinamismo emotivo di Soares. Sappiamo come la poetica di Pessoa fosse vicina a tematiche e a prodotti letterari di altri autori, specialmente dediti alla scrittura in prosa, come Jorge Luis Borges e Luigi Pirandello, capaci di rendere il multiforme e l’infinità possibile in ogni essere umano in maniera completa e profonda, allo stesso modo del poeta lusitano; sappiamo come in diversi autori esistesse la stessa necessità comunicativa, naufragata in modalità espressive differenti e coincidente, nel caso pessoano, con lo sfogo eteronimico. Conosciamo l’importanza di una città, luogo dell’anima al quale il poeta dedicò anche una guida, fondamentale per la struttura tematica e sentimentale del poeta, nel vorticoso gioco di rimandi che da Lisbona trascina nell’ampio spettro di voci culturali e tradizioni, dal Fado, alla saudade, in una nazione segnata da vicende storiche, vicine e lontane nella linea del tempo, importanti per capire a fondo lo stile e la produzione di un solo autore. Sappiamo quanto di Pessoa sia imbevuto di colori, di luce, di tenebre e della mancanza stessa del cromatismo. Si può facilmente osservare quanto di importante in un uomo così apparentemente innocuo si potesse nascondere, nel solco di un progetto letterario a noi sostanzialmente ignoto, sprofondato nella memoria e nei segreti del tempo insieme al loro fautore. Pessoa è stato tutto, ma lo ha nascosto bene. Pessoa ha indagato il nostro secolo e le sue problematiche in un modo del tutto insuperabile, profondo, quasi maniacale; Pessoa ha capito il suo tempo più a fondo di molti autori a lui contemporanei, allontanandosi vertiginosamente da quel limite della conoscenza prima del quale si può, senza fatica alcuna, inneggiare alla beata ignoranza.
Pessoa è dunque stato tutto, o meglio tutti; ogni qualvolta si è aperto il suo baule si è scoperto un autore differentemente poeta, diarista sommesso e lavoratore, traduttore dall’inglese e dal francese, prosatore, saggista, esperto di politica, di economia, acuto osservatore con finalità da guida turistica, giallista, bucolico neopagano, autoesule, sensazionista, paulista, intersezionista, patriota, oscuro propugnatore dell’occulto, sciaradista, semplice impiegato, nevrotico mentalmente instabile, assiduo scrittore di corrispondenze, innamorato e scontroso, intellettuale dei più profondi, novelliere, anti romanziere, alcolista e fumatore incallito, ma esperto conoscitore della letteratura in genere e profondo lettore delle problematiche del suo tempo. Pessoa ha con facilità impressionante ricoperto ognuno di questi ruoli, sia con profonda finzione che con il gusto del reale e del sincero, ma tutti, a loro modo, indipendenti; il poeta è riuscito a sviluppare ognuno di questi aspetti della sua personalità con lucida e sistematica partecipazione, senza lasciare nulla al caso e disorientando immancabilmente i suoi contemporanei e i suoi successori, in un gioco che sa di sincera menzogna, di falsa verità, di espediente letterario.
La vita del nostro autore è pertanto un multiplo, di se stesso e delle possibilità individuali di ogni uomo; il suo è in sostanza una sorta di insegnamento. Pessoa è divenuto, nel tempo, sempre più personaggio che uomo, nel suo dispiegarsi come su di un palcoscenico, attore che recita diverse parti in una commedia umana densa di significati, contraddizioni e paradossi. Il poeta si è costruito attorno un’aurea di personalità tutte diverse fra loro, in un gioco che ricorda il diventare personaggi di se stessi, così come, ad esempio, Ernest Hemingway ha trasformato la sua vita, in modo da alimentare il suo stesso ego di svariati altri aspetti, a lui sostanzialmente estranei. A raccontarcelo è Anthony Burgess, l’autore inglese di Arancia Meccanica, autore fra gli altri di una biografia dello stesso Hemingway, intitolata L’importanza di chiamarsi Hemingway, nella quale viene messo a confronto lo scrittore con l’uomo. Nel testo scopriamo come lo stesso narratore americano abbia in vita tentato insistentemente di imporre al grande pubblico diverse figure, di combattente, di cacciatore, di grande uomo, di nemico del nazismo, per certi aspetti non coincidenti con la pura realtà, in quanto frutto di espedienti messi in atto per il semplice gusto di apparire più di quello che in vita era stato. L’affettuosa e allo stesso tempo implacabile e crudele biografia di Burgess toglie insomma la maschera, o meglio le maschere, dal volto dello scrittore americano, riconsegnandocelo per quello che in realtà era: uomo profondamente infelice e, come tutti, insicuro, ma bisognoso pertanto di costruire attorno a sé una serie di figure a metà fra il mitico e l’eroico, al di sopra del comune. Quello che Pessoa fece in letteratura, sconfinando nella vita, Hemingway lo fece in vita, confondendosi nella sua stessa letteratura. Prendendo esempio dai suoi testi, la sua realtà si era trasformata a tal punto di risultargli estranea, mentre Pessoa vede la sua vita sfuggirgli di mano, in quanto la sua letteratura era andata troppo spesso a coincidere e a collidere con il suo intimo e con la sua personalità privata. Pessoa esce dal comune con i suoi scritti, Hemingway invece con la sua vita, con le sue vite.
Fernando Pessoa scandisce dunque, implacabile, un ritmo nuovo nella letteratura del suo tempo, restando però sommariamente estraneo alla maggioranza del pubblico, ad esclusione di una ristretta cerchia di amici e di ammiratori, unici capaci di coglierne la peculiarità quando ancora in vita. Infatti, come sottolinea Eduardo Lourenço, “A reputação de Pessoa floria à beira do seu tùmulo”.
Al momento della morte dunque hanno inizio le fortune editoriali e critiche del nostro autore, precedentemente, se non ignorato, perlomeno sottovalutato e relegato ai margini della letteratura che conta. A seguito di una sua scoperta, della maturazione dell’idea di una sua creazione di una letteratura del tutto nuova, anche la critica si è adeguata ad un nuovo modo di confrontarsi con i testi: “A sua obra inaugura uma literatura – outra e pede, pois, uma crìtica – outra”.
Con Pessoa si apre quindi un nuovo ciclo di critica letteraria, quasi galvanizzato dalla scoperta di cotante novità editoriali, poetiche, umane, rinchiuse in uno scrigno fatto di carne e pensiero fino ad allora mai percepito o indagato; Pessoa è una novità e, come ogni novità, porta con sé una lunga serie di trasformazioni nel modo di concepire la letteratura, la realtà e le cose tutte. A dimostrazione della sua grande fortuna postuma, oltre all’interesse nei suoi confronti da parte di moltissimi intellettuali e all’edizione periodica delle sue opere, in continua evoluzione, possiamo anche trovare aspetti decisamente più fisici di questo fenomeno, come ad esempio la costituzione della Casa Museu Fernando Pessoa, situata in Rua Coelho da Rocha 16, laddove il poeta visse gli ultimi suoi anni e dove ora sono raccolti alcuni oggetti a lui appartenuti. In carne ed ossa invece è Antònio Seixas, figlio del barbiere personale di Pessoa, all’epoca bambino curioso che accompagnava il padre proprio nell’appartamento ora divenuto museo, ad osservare, facendogli compagnia, l’operato del padre; ancora oggi egli ricorda con vivida memoria l’aspetto e il carattere riservato del poeta.
Ed è forse in questo uomo anziano, dell’età di soli sei anni quando Pessoa cessò la sua vita, che si nascondono le reali motivazioni di questo piccolo elaborato: fra le sue radio (Seixas oggi possiede una piccola attività nella quale aggiusta apparecchi radiofonici) l’uomo trascorre le sue giornate a ricordare, nella consapevolezza di aver, anche solo di sfuggita, osservato da vicino l’aspetto più umano del poeta, nell’intimità quotidiana della rasatura, e per il quale noi oggi possiamo stupirci di come un uomo, tutto sommato eguale a chiunque altro, se non addirittura più sommesso e nascosto, più imbarazzato e schivo, potesse da solo covare nel suo intimo e nella sua penna una tale mole di trasformazioni, una lettura così profonda, umana e attenta di ciò che, nel corso del secolo appena concluso e di quello appena precedente, ha sconvolto e modificato per sempre le nostre vite e il nostro modo di concepirle, nel loro sempre più confuso e variabile rapporto con il reale. Pessoa dunque è reale, è uno, ma anche molti, sogno e finzione, inganno e autocommiserazione. Pessoa rappresenta l’infinito limite umano, è la nostra condanna e anche la nostra redenzione; Pessoa è poesia e negazione della stessa, egli è sempre anche il suo contrario.
Pessoa è tutti noi; per questo non è nessuno.

 Diego Perucci