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TEMERARIA GIOIA. Intervista a Eleonora Rimolo.

Eleonora Rimolo nasce a Salerno nel 1991 e vive a Nocera Inferiore. Laureata in Lettere Classiche e il Filologia Moderna, è ora dottoranda in Studi Letterari presso l’Università degli Studi di Salerno. Ha pubblicato il romanzo epistolare “Amare le parole” (Lite Editions 2013) e le raccolte poetiche “Dell’assenza e della presenza” (Matisklo 2013) e “La resa dei giorni” (AlterEgo2015, Primo Premio poesia giovani “Europa in Versi”). Nel 2017 pubblica per i tipi di Ladolfi Editore la raccolta di poesie “Temeraria gioia” (prefazione di Gabriella Sica). Con alcuni inediti ha vinto il Primo Premio “Ossi di seppia” (Taggia, 2017). È redattore per la sezione online di «Atelier».

Che significa per te ‘poesia’? Giovane e temeraria, essere poeti a meno di trent’anni.

La poesia è l’urgenza di perderci nel labirinto, la necessità di tradurre in versi le nostre mostruosità interiori ed esteriori: un tentativo di conversione dell’oscuro in bellezza, un trascinare fuori dalle tenebre ctonie quel cono di luce che fin dal principio permette di osservare il mondo e il canto eterno che esso custodisce. Essere poeti a meno di trent’anni significa aver risposto a un’esigenza interiore, con la consapevolezza di avere davanti un lungo percorso di crescita e di confronto, sia con un passato monumentale che con un presente in via di definizione.

Temeraria gioia.

Temeraria gioia è un titolo a cui inizialmente non avevo pensato. Il progetto era organico nei contenuti, ma non riuscivo a individuare un titolo adatto. Mi sono lasciata condurre dalla voce di Orazio, che mi aveva già guidato per la terza sezione della raccolta (pulvis et umbra). Ho aperto le Odi in un punto casuale e l’occhio è caduto su questo emistichio: insolens laetitia, che Mandruzzato traduceva, appunto, con temeraria gioia. Ed è appunto questa gioia insolente la vera, unica protagonista delle tre sezioni del libro: nella prima parte sperimento la gioia crudele, autolesionista, della memoria antica, l’ostinazione a voler ricordare il “tempo felice nella miseria”, la malinconia in cui annegare; nella seconda sezione tento di riconciliarmi con la realtà e con le sue forme anomale, a tratti aberranti, attraverso un uso rassegnato della gioia, che nasce dalla resa, dalla piena e placida accettazione del male, a cui opporre uno stoicismo attivo. Infine, in pulvis et umbra canto la gioia del limite, del termine della vita umana e di tutte le cose: questo sentimento irriverente nei confronti delle lacerazioni dell’esistenza va coraggiosamente preservato anche nel momento della sconfitta, perché ciò che è tragico è sempre solenne.

Modelli poetici e modelli narrativi.

Fin da piccola, quando sui libri di scuola cercavo e leggevo la poesia del ‘900 (che invano speravo illustrassero a lezione), ho amato la stagione crepuscolare, Montale, alcuni degli ermetici (Quasimodo, ad esempio). Avevo però anche un’attrazione ingestibile per Alcyone di D’Annunzio. Poi ho iniziato a comprare tutta la poesia che mi capitava sottomano. Se dovessi ricordare qualche nome indispensabile oggi, direi, per l’Italia (oltre ai già citati): Saba, Campana, Sbarbaro, Luzi, Gatto, Sereni, il Pavese di Lavorare stanca, Giudici, Pagliarani, Caproni, De Angelis, Fiori, Carifi, Sicari. Per quanto riguarda la poesia straniera, invece, l’area portoghese e lusofona (da Pessoa a Machado a De Andrade passando per Borges e de Moraes), e poi Osip Mandel’ŝtam, Trakl, Esenin, Éluard, Eliot, Benn, Michaux, Walcott, Ritsos, Seferis, Char, Celan, Bonnefoy, Brodskij, Heaney. Per la narrativa cito gli autori che più di tutti hanno inciso sulla mia vita e sul mio pensiero: Saramago, Huysmans, Musil, Tabucchi, Amado, Starnone, Piccolo (per il suo romanzo La separazione del maschio), Sartre, Houellebecq, ma anche Murakami, Vassalli, Benni, Márquez. Un discorso a parte vale per i classici: L’Iliade, i lirici greci, Orazio, l’Eneide, Properzio e il Satyricon di Petronio sono i caposaldi della mia formazione spirituale oltre che accademica.
Giovane e temeraria. Walt Whitman scriveva che per avere grandi poeti occorre avere anche un grande pubblico.

La situazione di isolamento e di solitudine che vive chi opera in provincia, (provincia del sud, per altro) senza agevolazione alcuna e con l’inesperienza della gioventù, può essere un limite: si fa una fatica notevolmente maggiore per raggiungere con i propri versi i punti di convergenza della cultura, e per affermare il proprio eventuale valore. Tuttavia è una sfida che va accettata e alla quale non dobbiamo assolutamente sottrarci. Per lealtà a noi stessi, principalmente. All’Italia manca la consapevolezza di sé: i contenuti si sfaldano, si coagulano in pochi, piccoli centri che si concentrano solo su se stessi per difendersi da una realtà esterna confusa e priva di obiettivo alcuno. A scuola si insegnano nozioni, involucri vuoti, appresi in cambio di una promozione e poi subito dimenticati. La poesia è altrove. Ma è dalle scuole che deve ripartire.

Nell’introduzione al volume Gabriella Sica parla della tua poesia come di un fuoco sotto la cenere, ti descrive come una di quelle vedette che di tanto in tanto sorgono qua e là per riaccendere la torcia della poesia che ovunque nel mondo si sta spegnendo.

Ringrazio infinitamente la prof.ssa Gabriella Sica per questa straordinaria prefazione, che ha reso giustizia ad un progetto sofferto, pensato in totale solitudine, e da lei compreso e descritto fin nelle sue pieghe più ambigue. Lei conosce le ragioni profonde del mio linguaggio poetico, del mio messaggio: lo ha sentito, forte e chiaro, e lo ha trascritto con parole generose. Il fuoco sotto la cenere è condizione preliminare di ogni atto poetico, e non solo: lì dove la vita spegne illusioni, passioni, desideri, il fuoco della poesia, che è bellezza, che è Eros, nel senso più profondo del termine, deve sempre rinascere dalla combustione.

In alcuni componimenti possiamo trovare elementi meditterranei, fragranze di limoni, il libeccio e le piogge portentose, l’aroma di caffè e il porto segreto, ma anche elementi che evocano un certo grado di modernità logora, come sentire di notte i motori , la carcassa di un topo, un pezzo di stagno deformato dalla ruggine e abbandonato sullo stradone, o i tossici del Sud, così diversi e contrari alla luce naturale, di sole o livida che sia, del Sud, in un gioco di opposti che si ripete continuamente.

Capire quanto la meridionalità possa influire sul modo di sentire del poeta non è cosa semplice per chi dal sud non è stato generato, pervaso, schiacciato. Questa nostra natura pulsionale è il frutto di una terra crudele e sensuale a cui siamo visceralmente legati, in maniera ossessiva, e nella quale rimaniamo nell’attesa che ci dia/tutte assieme la vita/le cose che crediamo di meritare (Vittorio Bodini). Leopardi diceva che i meridionali sono dotati di una fervida immaginazione in armonia con la natura. Oggi non è più così: il carattere mantiene il suo calore e la sua passione prepotente, ma l’armonia con la natura è parzialmente guasta a causa dei figli che l’hanno distrutta (si pensi ai danni ambientali di Napoli e dintorni, relativamente alla questione degli sversamenti dei rifiuti tossici, per dirne una). La nevrosi del partire si mescola all’istinto del restare. Tra l’uno e l’altro momento del pensiero, altri versi di Bodini, massimo esponente dell’ermetismo meridionale: Tu non conosci il Sud, le case di calce/da cui uscivamo al sole come numeri/dalla faccia d’un dado.

Diego Perucci