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TUTTO QUEL CHE RESTA. Un racconto con figura.

Questa volta è Milano, un luogo insolito per Lei, signor T. Ma del resto Lei ha sempre amato confondere le acque, far credere che la sua letteratura sia quasi sempre Portogallo, poi ha sorpreso tutti con Berlino, una diga d’Olanda, Creta, una volta perfino l’Africa. Certo, l’Africa era pur sempre un’Africa portoghese, signor T, questo bisogna ammetterlo. E questa volta Milano. D’accordo, una Milano che a tratti ha regalato una luce portoghese: da come scintillava sui vetri della Fondazione Feltrinelli pareva proprio la stessa luce che si specchia nel Tago. E invece era proprio Milano, Italia, duemila e diciassette e dietro quei vetri della Fondazione Feltrinelli si parlava di Lei.
Nella sala piena i suoi amici hanno discusso di ciò che è restato. Non di quello che ha lasciato, proprio di quello che è restato. Anche io credo che ci sia una sostanziale differenza; di sicuro Lei la conosce e anche il suo caro Drummond de Andrade la conosceva. Se di tutto resta un poco/ perché mai non dovrebbe restare/ un po’ di me? nel treno/che porta a nord, nella nave,/negli annunci di giornale,/un po’ di me a Londra,/un po’ di me in qualche dove?/nella consonante?/nel pozzo? Quello che resta è ciò che abbiamo seminato nel mondo con le nostre azioni; quello che resta è sempre un’ombra, un riflesso, e non sempre dipende dalla nostra volontà.
E di Lei cosa è restato, signor T? I suoi libri, certo, ma la sua cara letteratura è quello che ci ha lasciato. Che cosa è restato, allora? Forse la sua voce registrata da un lontano millenovecentonovantanove, che quando è echeggiata lì, nel salone della Fondazione, abbiamo avuto tutti un leggero sussulto, ci siamo guardati attorno e ci siamo detti: ecco, è arrivato per davvero, era solo asincrono come certe volte lo sono i suoi personaggi. Forse qualcosa di Lei è restato anche nell’atmosfera da cineclub che c’era durante la proiezione del film di Fernando Lopes. Sembrava di stare in un cineteatro di provincia, con quel palco proprio sotto lo schermo. Forse avevano finalmente inaugurato il vecchio Splendor, non saprei, ma mi è parso davvero di vederla quando fuori è scoppiato un temporale: un lampo lontano ha illuminato la sala e ha rivelato la sua silhouette. Lei era accomodato su una sedia dell’ultima fila, con le gambe accavallate e il palmo della mano destra sotto il mento. Indossava un bel trench coat, lo teneva sbottonato sul davanti e fissava lo schermo da dietro quei suoi occhialini tondi: pareva così assorbito dalla proiezione. Era la storia di un uomo perseguitato dalla sua stessa immagine, ma questo lo sa bene, il soggetto è ispirato a un suo romanzo. Mi ha fatto pensare che da qualche giorno c’è un’immagine che perseguita anche me. È una vecchia fotografia che la ritrae, l’ho trovata su Internet. C’è Lei che cammina lungo l’argine di un fiume, in lontananza si scorgono le arcate di alcuni ponti e in primo piano c’è la sua figura di spalle, procede qualche passo davanti al fotografo, indossa un trench sbottonato che suggerisce una brezza leggera e ha le braccia piegate nel gesto inconfondibile di accendersi una sigaretta. Sa, da quando l’ho vista ho pensato molto a quella vecchia fotografia, è diventata una mia piccola ossessione.
Ah, sapesse come diventa difficile la fotografia quando è studiata dai filosofi, ha detto un suo personaggio, la fotografia mi sovrasta, mi supera, e allora penso: le fotografie di una vita sono un tempo segmentato in più persone o la stessa persona segmentata in più tempi? Credo che uno dei filosofi di cui parlava il suo personaggio fosse Benjamin. Breve storia della fotografia è un autentico gioiellino, ma questo immagino lo sappia benissimo anche lei. Ecco, signor T, volevo arrivare proprio qui con Lei, volevo parlarle di un’altra fotografia: questa. Gliel’ho scattata io oggi, o almeno ho creduto di scattarle una fotografia. È in un luogo insolito per Lei, signor T. Sembra suggerire che è il tempo che si segmenta in più persone e non il contrario, non le pare? Ma forse è solo una suggestione, la fotografia è sempre una suggestione, e qualche volta una suggestione è tutto quel che resta.

Andrea Siviero