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Un deserto pieno di gente

“Vi sono istanti che contengono
secoli di separazione”
Kahlil Gibran, Il giardino del profeta.

Si erano sposati nel millenovecentoquarantasei, di settembre, in un ancora caldo mattino di campagna, il grano scintillava e danzava, e adesso guardava la fotografia del marito defunto arrangiata al muro, come se oramai appartenesse ad un’altra epoca, quasi come se mai fosse esistita, persa nel tempo.
Era stato un giorno pieno di gente e di sorrisi, tanti, anche se il colpo di coda della guerra aveva stropicciato i volti di tutti in città. Il viaggio di nozze era stato modesto, ma lei se ne ricordava ancora con vividi sentimenti e perizia di particolari.

Amelia, amore mio, ti porto al mare.

Il suono cristallino e profondo della sua voce le risuonava nella testa come se la stesse chiamando dall’altra stanza, ma il salone, così come la cucina e il bagno erano vuoti, un deserto senza nemmeno un granello di polvere.
Amelia provò a contarsi gli anni, ma un moto improvviso di noia la fece desistere, che dopotutto quale differenza poteva fare, novantadue, novantatre, o forse novantaquattro, comunque tanti, da troppi poi, sola. Nessun figlio, rimpianti, un marito di meno, una casa enormemente vuota.
Le sue sorelle più grandi erano morte da qualche anno, i fratelli già durante la guerra, Vittorino escluso, che era tornato dal fronte con una gamba di meno, ed era poi morto negli anni ottanta per un infarto esplosivo.
Amelia non aveva più nessuno, un deserto.

Mi porti al mare, davvero?

E il suo giovane sorriso riempiva tutte le stanze.

Le dita di Amelia si erano fatte nodi e sul viso correvano rughe di mezzo centimetro; i capelli spenti, gli occhi sfiniti.

Amelia tastava l’avocado appena comprato, cercando di capire se cedeva sotto le sue dita; pensava a quanto strano fosse quel frutto, così distante da quello che sin da bambina, saranno stati i primi anni trenta, era abituata a vedere crescere dai campi.
Il suo babbo era stato contadino, e cosí anche suo zio e gli altri loro fratelli; suo marito pure, in seguito, per osmosi. Quei campi li aveva rilevati da non molto tempo un tale di Montevarchi, molto ricco, arricchitosi anzi nel mondo della zootecnia, che aveva assicurato ad Amelia una buona vecchiaia e una discreta pensione, cosí che lei si trovasse depredata e potesse solamente ricordare com’essi erano, con gli ulivi e il vigneto, i pomodori rossi al sole come gioielli grezzi e i cespi di ramerino, le carole, le eglantine, le antiche gore ora secche senz’acqua; i suoi campi ora ospitavano esercizi di stile dell’agricoltura, riproduzioni in serie e senz’anima di grano.
Tutto questo grano, pensava. Che ci faranno con tutto questo grano. E lei ancora stava qui, con i suoi reumi, dopo tutte quelle guerre e tutte le ambulanze.
La cittá attorno era cresciuta come fanno le erbacce, e Amelia era rimasta sola, in una danza di silenzio. Raro che avvicinasse qualcuno, a volte vedeva un parroco o una vecchia amica che oramai faticava a raggiungerla, evitava come la peste le sue vicine, la signora Bepi e la signora Miriam, troppo cicaleccio inutile, intrise a vicenda del loro stesso getto di parole, come pioggia battente. Sempre a parlare di quel tale, il signor Necchi, un vicino, e lei le sentiva al tramonto, che si circondavano di facezie e superstizioni, stringendosi a cerchio in una immaginifica barriera invalicabile dalla pazzia.
Avevano paura di quella pazzia, e se ne distanziavano con pervicacia, arroccando continue giaculatorie che sapevano di scusa, come a dire noi non centriamo con tutto questo mondo malato, siamo diverse noi, siamo oltre, siamo giuste, che alla fine chi può dirlo chi è pazzo, pensava Amelia.
Aspettava Amelia che smettessero, per aprire poi le persiane, spegneva il paralume, per far entrare un po’ la luna.

Nel sentir pronunciare il suo nome da quella racchia rattrappita si sentì come violare, chiuse le tende e nascose la fronte dietro il paralume color ocra.
Primi coraggiosi goccioloni di pioggia si buttavano nel vuoto dal cielo.
In breve fu buio; Amelia scosse leggermente la testa e si assopì.
Quanto doveva amare la vita, da volersene così completamente distaccare.
Restò immobile per un’ora, addormentata, fino a che non batterono le dieci. Decise di andarsene a letto, tutte le luci erano spente, quella del bagno del Necchi esclusa.

 

Diego Perucci